Politics “Volevo fare l’insegnante, vi racconto la mia odissea”

“Volevo fare l’insegnante, vi racconto la mia odissea”

di Stefano Marrone

“Sono laureata in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività Culturali, ma non posso insegnare storia dell’arte alle medie o al liceo, come invece potrebbe benissimo fare un ingegnere edile o un laureato in urbanistica”. “Sono diplomato al Conservatorio, ho fatto 10 anni alla Scala e a breve ne festeggio altrettanti come precario dentro la scuola, nell’attesa di poter insegnare musica”. “Posso fare applicazioni per un dottorato alla Sorbona, ma non posso concorrere per una cattedra di storia e filosofia al liceo”. “Dobbiamo dare risposte concrete e urgenti quando deludiamo i nostri giovani costringendoli ad emigrare da un Paese che troppo spesso non sa valutare il merito”.

L’ultima frase l’ha detta Mario Draghi nel presentare le dichiarazioni programmatiche del suo governo, nel giorno dell’insediamento, lo scorso 17 febbraio. Le tre precedenti sono di alcuni dei 200mila precari che ruotano intorno al mondo della scuola. Nell’immaginario collettivo la figura dell’insegnante è in pochi decenni passato dal parassita a spese dello stato a quella del frustrato iper-titolato che agogna un posto fisso; la scuola da refugium peccatorum si è trasformata in un paradiso inaccessibile.

È il “sistema”, per usare un’espressione molto in voga. Si può chiedere di uniformarsi come la dirigenza Rai con Fedez o provare ad analizzarne i cardini per coglierne le storture, nell’attesa che un millantato concorsone o una fantomatica riforma risollevi lo stato dell’arte, della storia, della matematica e compagnia cantante.

Odissea insegnanti, si comincia dalle graduatorie

Parte tutto dalle graduatorie, pilastri di un sistema che nel 2019 ha permesso 54mila assunzioni, per alcuni, o colonne d’Ercole per gli altri 150mila che ne rimangono esclusi. Una statistica dimostra che in questo 2021 dantesco e pandemico il sistema si è servito di circa 220mila precari – su un totale di 810mila docenti – per completare i ranghi degli istituti dalle materne all’Università.

Si fa presto a dire graduatoria, il reclutamento dei docenti avviene tramite l’utilizzo di tre diverse tipologie. Primo: graduatoria ad esaurimento. Dove sono iscritti i docenti provvisti di abilitazione all’insegnamento, sono strutturate su base provinciale e dovrebbero venire aggiornate ogni tre anni per quanto riguarda i titoli e le posizioni degli iscritti, ma sono chiuse all’inserimento di nuovi nominativi. Dal 2008 infatti non e più possibile iscriversi in queste graduatorie che sono pertanto destinate ad esaurirsi.

Secondo? Graduatoria di merito: in cui sono presenti i docenti vincitori di concorso pubblico a cattedra. Terzo? Graduatorie provinciali per le Supplenze (GPS): hanno una validità biennale e consistono in due fasce di appartenenza. Da un lato ci sono le GPS di Prima fascia, per i docenti che risultano in possesso di tutti i titoli per l’abilitazione; dall’altro le graduatorie d’Istituto per tutti i non abilitati o specializzati.

Ogni anno, vengono attinti dalle graduatorie di merito (50%) e dalle graduatorie ad esaurimento (50%) i docenti per le immissioni in ruolo, in un numero che non è neanche lontanamente sufficiente a coprire il fabbisogno di docenti. Ecco che allora la scuola italiana ricorre alla Messa a Disposizione (Mad), una candidatura spontanea con la quale gli aspiranti docenti (e personale ATA) possono candidarsi per incarichi di supplenze. Un semplice modello preimpostato da inviare a qualsivoglia istituto della propria provincia.

Insegnanti, come funzionano le graduatorie

Ecco allora che di oltre 200mila cattedre scoperte quasi l’80% viene tamponato con una pratica che ha ben poco di differente dal semplice invio di CV a un’azienda privata. Una dinamica tremendamente italiana, che al solita penalizza giovani e competenti. Di recente il rapporto Eurydice ci ha fotografato come fanalino di coda d’Europa: nel continente un insegnante su cinque lavora con contratti temporanei, mentre nel nostro paese sono il 78%. Otre i due terzi degli insegnanti under35 vivono di contratti non superiori a un anno, un dato che cresce pochissimo nella fascia 35-49 anni, in cui solo il 32% ha un contratto indeterminato.

Il processo di reclutamento nel nostro paese è discontinuo, zavorrato dai tagli alla spesa pubblica e negli ultimi anni ha assunto connotazioni kafkiane. Come nel “Deserto dei tartari” di Buzzati ogni estate decine di migliaia di insegnanti attendono il “concorsone” che apra nuove finestre di assunzione (l’Italia, per inciso, è l’ultimo paese europeo rimasto ad utilizzare questo strumento) e che puntalmente non arriva, almeno non in numeri sufficienti. Nel frattempo, cercano di ottenere i requisiti per accedere alle graduatorie, impresa tutt’altro che semplice.

L’accesso alla Graduatoria è vincolato alla laurea magistrale e al conseguito di almeno 24 crediti suddivisi in 4 settori scientifici disciplinari (SSD) specifici: pedagogia, psicologia, antropologia e metodologie didattiche. La semplice laurea magistrale non è sufficiente per accedere al concorso, occorre mettersi in pari con gli esami delle varie discipline della graduatoria. Così il laureato in storia deve ottenere almeno 60 crediti (circa 7 esami di filosofia) per insegnare al liceo; quello in italiano almeno 15 in geografia e 30 in storia per insegnare alle medie; quello in matematica almeno 60 in materie scientifiche per le elementari.

Esami non previsti da dare dopo la laurea

I limiti al piano di studi nella carriera universitaria per accedere all’insegnamento sono quasi sempre ignorati dagli studenti (anche per la quasi totale assenza di sistemi di tutoraggio e di informazioni adeguate da parte degli atenei), che quindi si trovano in mano un diploma che non è sufficiente a farli accedere ai concorsi per la scuola. Ecco che allora si trovano costretti a sostenere nuovi esami dopo la laurea: qualcuno si fa prendere dalla disperazione e rinuncia, altri ricorrono alla scorciatoia delle università telematiche che promettono l’adeguamento dei crediti con soluzioni sartoriali in grado di far risparmiare tempo e denaro (nelle università pubbliche un singolo esame fuori dal piano di studi costa circa 100 euro), su cui però pende sempre la minaccia del disconoscimento da parte del Miur.

Per gli insegnanti la fioca luce del concorsone

In questo labirinto di graduatorie, adeguamenti e titoli, la luce fuori dal tunnel rimane fioca: il concorsone, uno spettro che si aggira per la scuola e che dovrebbe avere luogo nel 2022. È solo un’ipotesi, che però rispecchia la parabola che regola qualsiasi dinamica concorsuale nel nostro paese: iper-regolamentazione, intoppo e, quindi, sanatoria. 

LEGGI ANCHE: Concorsi scuola 2021: docenti e personale ATA

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