Una nuova guerra civile in Africa? Quali Paesi ci restano

Libia, Tunisia, Niger e altri Paesi su cui punta l'Italia per l'Africa stanno attraversando intense fasi di crisi

Perché questo articolo potrebbe interessarti? Roma insegue il sogno del “Mediterraneo allargato” e di una propria influenza nella regione grazie al Piano Mattei. Ma i cavalli su cui si è puntato oggi traballano. La destabilizzazione dell’Africa potrebbe gravare e non poco sulle prossime strategie dell’Italia

La Libia è sull’orlo di una nuova grave disputa interna, con Tripoli che peraltro ha creato non pochi problemi alla nomina di Nicola Orlando quale nuovo rappresentante europeo nel Paese. In Tunisia prosegue il braccio di ferro con l’Fmi per lo stanziamento dei fondi che permetterebbero al governo di Saied di respirare, mentre però crisi economica e partenze di migranti vanno avanti. In Niger, lì dove fino a poche settimane fa avevamo un contingente di 300 soldati, un colpo di Stato ha piazzato una giunta militare i cui toni appaiono anti francesi e, in parte, anche anti occidentali.

Nel giro di poche settimane, l’Italia ha assistito a un rapido evolversi degli eventi nettamente sfavorevoli per la propria politica estera. In tutte quelle aree dove Roma ha provato negli ultimi mesi a far avanzare i propri piani per l’Africa, sono accaduti avvenimenti che potrebbero mettere in discussione le travi su cui si regge la strategia del “Mediterraneo allargato”. La domanda sorge quindi spontanea: da dover poter ripartire?

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Le tensioni in Africa e nell’area magrebina

I problemi in Africa diventano ben riscontrabili a fine agosto, quando due eventi hanno sconvolto il già fragile e precario panorama politico libico. In primo luogo, una serie di scontri nella capitale Tripoli hanno provocato la morte di 55 persone. Un numero importante, segno di una tensione molto alta e di una battaglia urbana andata avanti per ore nei pressi dell’aeroporto di Mitiga. Tutto è iniziato quando membri della Rada, la forza di sicurezza fedele al ministero dell’Interno, ha rapito il capo della Brigata 444. Da qui gli scontri fratricidi fermati soltanto dalle mediazioni tribali e di alcuni esponenti del governo.

Pochi giorni dopo invece Tripoli è stata messa a ferro e fuoco da manifestanti che non hanno gradito la notizia dell’incontro, inizialmente tenuto segreto, tra il ministro degli Esteri libico Najla El Mangoush e l’omologo israeliano Eli Cohen. Un incontro peraltro tenuto a Roma, con l’Italia quindi accusata dai manifestanti di essere stata complice prima ancora che “mediatrice”. Il ruolo del nostro Paese ha probabilmente determinato il veto imposto dal premier Abdul Hamid Ddeibah, il quale ha sospeso El Mangoush per timore di essere preso di mira, alla nomina di Nicola Orlando quale rappresentante Ue. Le sue credenziali non sono state accettate, creando quindi un incidente diplomatico con Roma. Il primo da quando Giorgia Meloni è a Palazzo Chigi. Le riserve di Tripoli sono state ritirate, ma il nodo è rimasto. Anche perché da Bruxelles nel frattempo si è virato su altri nomi per sostituire l’italiano Orlando.

La Tunisia ci sta scappando di mano

Se in Libia l’impalcatura diplomatica italiana è risultata traballante, non è andata meglio di certo in Tunisia. Qui, nonostante i quattro incontri in poche settimane tra Meloni e Saied, la situazione non si è sbloccata. Né sul fronte dell’arrivo dei fondi dell’Fmi, con Tunisi che quindi è sempre a rischio default, né su quello migratorio. Anzi, complice il bel tempo nel canale di Sicilia gli sbarchi sono aumentati e gran parte dei barconi approdati è risultato partito proprio dalle coste tunisine. Un segno di come al momento sono stati pochi i risultati ottenuti dal dialogo con Tunisi, almeno nel breve periodo.

Il golpe in Niger

Andando oltre il Sahara invece, è il Niger il dossier più spinoso per la Farnesina e per l’intera diplomazia occidentale. A Niamey nello scorso mese di luglio un golpe ha detronizzato il presidente Mohamed Bazoum, alleato della Francia e vicino alle posizioni occidentali. La giunta militare, poco dopo il suo insediamento, ha disposto l’allontanamento dell’ambasciatore francese mentre una folla ha preso d’assalto la sede diplomatica di Parigi. Un esplicito segnale del nuovo posizionamento geopolitico del Niger, più affine alla retorica anti coloniale portata avanti dalle giunte militari dei vicini Mali e Burkina Faso.

Per l’Italia il Niger è un Paese strategico. Da qui transitano buona parte dei migranti subsahariani diretti in Libia e poi verso le coste del Mediterraneo. Inoltre il territorio nigerino è pieno di risorse strategiche, a partire dall’uranio. Non è un caso se nel 2017 proprio a Niamey è stata aperta la prima ambasciata italiana nel Sahel. E pochi anni dopo è arrivato un nostro contingente di 300 uomini il cui compito era quello di addestrare le forze locali per combattere i trafficanti.

“Mal comune, mezzo gaudio” verrebbe da dire: non solo gli interessi italiani, ma anche quelli europei rischiano di essere compromessi considerando che quello di Roma non era l’unico contingente presente nel Paese. Il Niger negli ultimi anni è stato soprannominato “la caserma d’Africa”, vista la presenza di basi statunitensi, tedesche, canadesi, oltre ovviamente a quelle francesi.

Piano Mattei in discussione?

Quanto sta avvenendo in Africa potrebbe avere drastiche conseguenze sulle strategie italiane. Il governo Meloni ha puntato molto su quello che è stato chiamato “Piano Mattei”, dal nome del fondatore dell’Eni che negli anni del boom economico ha portato Roma a un ruolo importante in medio oriente. Accordi economici, reciprocità, collaborazione sulla sicurezza: sono questi grossomodo i pilastri del piano. La diplomazia dell’attuale esecutivo è stata molto attiva, soprattutto in Libia e in Tunisia.

La fragilità di questi Paesi però sta incidendo sull’attuazione del piano. Del resto, come sottolineato dal ricercatore Francesco Trupia su TrueNews nello scorso mese di aprile, l’attuale contesto africano e mediorientale è molto diverso rispetto a quello degli anni di Mattei. Oggi instabilità, debolezza interna e frammentazione appaiono come tre elementi in grado di rendere aleatorio ogni possibile accordo.

Il caos nel Sahel inoltre e il rischio di una guerra generata dall’Ecowas contro la giunta militare del Niger, potrebbe accendere ulteriori incognite. Con l’Italia costretta ad attendere e ad aspettare per comprendere le future mosse diplomatiche da intraprendere.

Da dove poter ripartire

Al fianco delle incognite però, ci sono anche elementi positivi da cui poter ripartire. La lezione che Roma deve imparare dall’attuale situazione nell’area africana e mediorientale, riguarda il fatto che gli accordi possono avere una concreta attuazione soltanto se stretti con Paesi più stabili. Impensabile cioè pensare a piani di lungo termine con governi deboli e rappresentanti di Paesi fragili.

In tal senso, un tassello importante per l’Italia sono i rapporti con l’Egitto. Il Cairo per il momento appare come uno degli attori più stabili in medio oriente, nonostante comunque molte critiche internazionali rivolte alla gestione del potere da parte del presidente Al Sisi. Tra Italia ed Egitto i rapporti sono migliorati anche alla luce della positiva risoluzione del caso Zacki, lo studente dell’Università di Bologna incarcerato per anni a causa di un articolo considerato falso dal governo egiziano.

Roma e Il Cairo hanno stretto intese importanti a livello energetico. Il giacimento di gas di Zohr, il più grande del Mediterraneo su cui da anni sta lavorando l’Eni, ha contribuito a solidificare le intese economiche tra le due parti. L’Egitto può senza dubbio rappresentare un tassello importante per l’Italia. Al pari anche del Marocco, altro Paese caratterizzato da una certa stabilità politica con cui Roma da anni intrattiene importanti rapporti.

Un’incognita è invece rappresentata dall’Algeria, ossia la più importante fornitrice di gas del nostro Paese dopo l’uscita di scena della Russia. Anche Algeri appare più stabile rispetto ad altri contesti, ma le tensioni interne e le proteste mai del tutto sopite contro l’attuale “pouvoir” potrebbero rappresentare importanti spettri nel lungo periodo.