Ucraina, Russia, guerra e l’atlantismo dell’Italia: “Roma chiede una NATO che guardi a sud”

L'Atlantismo sul Quirinale e nei rapporti con la Russia. L'esperto: "Roma chiede una NATO che guardi a sud più che al fronte caldo orientale"

Le recenti tensioni in Ucraina hanno riportato alla ribalta il dibattito sul ruolo della NATO, l’Alleanza atlantica che per mezzo secolo ha legato militarmente le due sponde dell’Atlantico in funzione anti-sovietica. Da una parte, infatti, il presidente russo Putin accusa l’organizzazione multilaterale di volersi espandere eccessivamente, fino a lambire i confini della Federazione, nonostante l’impero sovietico non esista più. Dall’altra l’Occidente afferma che in realtà sono proprio le mire egemoniche della Russia verso diversi Stati dell’Europa orientale a rendere necessario un presidio NATO in certi territori.

Al di là dei fatti recenti, però, vale la pena chiedersi quale ruolo occupa oggi l’Italia nell’ambito dell’Alleanza atlantica.

Italia, Stato fondatore della NATO

L’Italia è uno degli Stati fondatori della NATO, di cui fa parte sin dal 4 aprile 1949. Con gli occhi di chi vive nel terzo millennio è difficile capire quanto la nostra penisola sia stata strategicamente importante negli equilibri della Guerra Fredda. Da una parte, infatti, l’Italia aveva e ha tuttora una posizione essenziale per il controllo del Mediterraneo, dall’altra era la porta di accesso al mondo slavo-comunista.

In altri termini, era un vero e proprio Paese di frontiera fra i due blocchi. A questo – tanto per completezza – bisogna aggiungere il dossier Gladio, l’organizzazione coperta legata alla strategia stay behind della NATO il cui compito era quello di formare il nucleo di una resistenza anti-comunista in caso di invasione sovietica.

La NATO e l’Italia dopo la guerra fredda

Tuttavia, la Guerra Fredda è finita da un pezzo ed anche il blocco comunista non se la passa certo bene.

Eppure la NATO c’è ancora ed è attiva in una serie di missioni all’estero in cui anche l’Italia dà il suo contributo secondo la logica delle tre C: contributions, cash, capabilities (numero di militari impegnati sul campo, spesa militare, capacità).

Nel Documento programmatico pluriennale (DPP) stilato dal ministero della Difesa per il periodo 2021-2023 si legge che “la NATO è e resta il nostro imprescindibile punto di riferimento, in termini di valori condivisi, dissuasione, deterrenza e difesa”.

Il documento prosegue ricordando che “l’altra direttrice fondamentale della politica di Difesa italiana è rappresentata dal connubio tra le Forze Armate e l’industria di settore”. Quest’ultimo elemento sembra cadere quasi sempre in secondo piano quando si parla di spesa militare, soprattutto ad un certo livello mediatico. E’ vero che vengono prodotte armi e dispositivi per la difesa volte a nuocere, ma è anche vero che dietro l’aereo da combattimento, lo strumento elettronico per cercare le mine etc.

c’è dietro un indotto industriale che dà lavoro a operai e manovalanza tecnica ultra-specializzata.

L’impegno italiano in Kosovo e Romania

Al netto di queste considerazioni, dal punto di vista operativo l’Italia è attualmente impegnata nella missione KFOR (Kosovo Force), presente nei Balcani sin dal 1999. Il ministero della Difesa riferisce che attualmente la consistenza massima annuale autorizzata dall’Italia per il contingente impiegato nella missione è di 628 militari, 204 mezzi terrestri e 1 mezzo aereo, divisi tra il quartier generale a Pristina e altre infrastrutture militari sul territorio.

Altri hub militari che coordinano la presenza NATO nei Balcani si trovano a Sarajevo, Belgrado e Skopije.

Forze italiane sono presenti anche in Romania con la missione NATO Enhanced Air Policing Area South, schierata presso l’aeroporto romeno di Mihail Kogălniceanu di Costanza per contribuire a garantire l’integrità dello spazio aereo rafforzando le attività di sorveglianza svolta dalla aeronautica romena. Sul sito del dicastero della Difesa si legge che “l’attività di Air Policing è condotta sin dal tempo di pace e consiste nella continua sorveglianza dell’integrità dello spazio aereo della NATO nonché nell’identificazione di eventuali sue violazioni all’integrità, dinnanzi alle quali devono scattare appropriate azioni di contrasto, come, ad esempio, il decollo rapido di velivoli caccia intercettori, che in termini tecnici è definito scramble”.

Sempre sul fianco occidentale dell’Alleanza, l’Italia prende parte all’operazione “Baltic Guardian”, in Lettonia.

La missione “Sea Guardian” nel Mediterraneo ed il Medio Oriente

Per quanto concerne il Mediterraneo, l’Italia partecipa alla missione “Sea Guardian” (evoluzione dell’Endeavour nata nel 2001 nell’ambito della “guerra al terrore” post 11 settembre). Il nostro Paese contribuisce infine a una delle due forze navali di reazione immediata della NATO, ossia la “Standing naval force” attiva nel “mare nostrum”.

In Medio Oriente la NATO è presente come parte della Coalizione anti-ISIS, nell’ambito della quale l’Italia “fornisce il proprio contributo nelle attività di Train, Advice and Assist (TAA) a favore della controparte irachena”, spiega il ministero della Difesa. In primavera, tra l’altro, l’Italia assumerà il comando delle forze NATO nel paese arabo. Infine, com’è noto, la NATO ha posto fine solo nel 2021 alla missione “Resolute Support” in Afghanistan.

L’impegno militare italiano nell’Onu e con l’Ue

Le missioni in ambito NATO, va precisato, rappresentano solo una piccola fetta dell’attuale impegno italiano all’estero. Per completare il quadro bisognerebbe tener conto delle missioni ONU – come UNIFIL in Libano – delle iniziative UE – come EUNAV FOR-MED IRINI – e degli impegni bilaterali come l’operazione a guida francese Task Force Takuba nel Sahel. Come evidenzia il DPP, a livello di personale militare impegnato, l’Italia resta ad oggi “tra i principali contributori alle missioni NATO/UE, nonché primo contributore, tra i Paesi occidentali, alle missioni dell’ONU”.

Ministero della Difesa: 25 miliardi a budget per il 2022

A livello economico non è facile stabilire quanto l’Italia spenda specificamente per soddisfare i suoi impegni in ambito NATO (che come già detto sono solo una parte del quadro completo). Secondo i dati preliminari dell’Osservatorio Mil€x – impegnato da anni nel monitoraggio delle spese militari italiane – il bilancio previsionale dello Stato per il 2022 conferisce un aumento di 1,35 miliardi di euro al budget del ministero della Difesa (+5,4% rispetto al 2021). L’osservatorio stima “una spesa militare complessiva ‘diretta’ per il 2022 di circa 25,82 miliardi di euro”, il che implica “un aumento di 849 milioni rispetto alle medesime valutazioni effettuate sul 2021 con una crescita percentuale del 3,4% rispetto all’anno precedente e di addirittura dell’11,7% sul 2020 e del 19,6% sul 2019”. Sono cifre importanti, all’interno delle quali però vanno inquadrate anche le spese per la sicurezza interna e il controllo del territorio, oltre che le missioni all’estero.

L’esperto: “L’Alleanza atlantica resta un contesto chiave per l’Italia”

“Nonostante negli anni ci sia stata una riduzione dell’impegno italiano nella ‘war on terror’ e di operazioni NATO come quella in Afghanistan, sicuramente l’Alleanza atlantica rappresenta un contesto chiave per quello che riguarda il nostro Paese”, spiega a True News Fabrizio Coticchia, professore associato di Scienza politica all’Università di Genova. “Questo non vale solo a livello di numeri assoluti ma anche come tipo di impegno nelle missioni”, prosegue. “In più la NATO si è confermata negli ultimi vent’anni come l’ambito in cui si sono viste le maggiori trasformazioni della difesa italiana, in particolare grazie alla missione in Afghanistan, che ha rappresentato un vero e proprio driver per il cambiamento di approcci, dottrine e mezzi”, spiega ancora l’esperto. “Chiaramente va ricordato dal 2014 l’Italia ha intrapreso una battaglia nella NATO per dedicare maggiore attenzione al fronte sud rispetto a quello tradizionale e caldo sul fianco orientale Euro-atlantico”, conclude Coticchia.