Tutti pazzi per il Presidenzialismo (senza sapere come funziona)

Dopo la rielezione di Mattarella, molti invocano il presidenzialismo come fosse la soluzione a tutti i mali. Gli Usa insegnano che non è così

La rielezione di Sergio Mattarella come capo dello Stato, dopo una folle settimana di bizze quirinalizie, ha rilanciato in Italia il dibattito sulla possibilità di cambiare il sistema di governo. Diversi leader politici e opinion makers hanno nuovamente tirato fuori dal cilindro l’ipotesi di passare dalla forma di governo parlamentare ad una presidenziale o semipresidenziale. L’idea che una mossa del genere possa risolvere di colpo tutti i problemi atavici della politica italiana – debolezza degli esecutivi, frammentazione dei partiti a livello quasi settario – è in realtà abbastanza mal riposta.

Per spiegarne il motivo basta guardare oltre l’Atlantico, per vedere cosa succede nella più “grande” e antica democrazia del mondo: gli Stati Uniti d’America.

Presidenzialismo, per Renzi la questione è “mediatica”

Fra i vari leader politici che negli ultimi giorni si sono espressi a favore della svolta presidenzialista c’è stato anche Matteo Renzi, ex premier e capo di Italia Viva. Per l’ex segretario PD si tratta di una questione innanzitutto comunicativa.

“C’è uno spettacolo inspiegabile per i cittadini – ha affermato Renzi in riferimento alle trattative per il Colle – uno show che non sta in piedi. Nel 1946 e nel 1947 non c’erano i talk, non c’erano i social o il dibattito pubblico, e aveva senso votare dopo che nelle segrete stanze si facevano gli accordi. Qui serve una spiegazione del voto, serve un dibattito pubblico, ma anche questo non basta: bisogna avere il coraggio di dire che questa è l’ultima, si vada al presidenzialismo o al semipresidenzialismo”.

In altri termini, i cittadini dell’Italia democratica risorta dalle ceneri del fascismo e della guerra potevano restare in uno stato di maggiore inconsapevolezza rispetto ai contemporanei rispetto a quello che accadeva nella stanza dei bottoni, per dirla con Pietro Nenni.

Elezione diretta del Presidente della Repubblica, tema caro alla destra italiana

Quello del presidenzialismo, in verità, è un tema ricorrente che torna spessissimo a ridosso dell’elezione del capo dello Stato. Il presidenzialismo, per ragioni quasi ovvie, è un argomento storicamente molto caro alla cultura della destra italiana.

Basti pensare al secondo dopoguerra, quando l’allora Movimento sociale italiano (MSI) di Giorgio Almirante guardava con simpatia alla Cinquième République francese battezzata da Charles de Gaulle, che nel 1958 aveva sostituito un sistema parlamentare abbastanza simile a quello delineato dalla costituzione italiana con un semipresidenzialismo “bicefalo” in vigore ancora oggi, seppure con qualche modifica.

Anche Gianfranco Fini, fautore della svolta di Fiuggi e del passaggio da MSI ad Alleanza Nazionale, si è sempre mostrato favorevole ad una soluzione per lo meno semipresidenziale.

A dividerlo dall’allora leader del centrodestra, Silvio Berlusconi, era la questione del doppio turno (che al Cav non è mai piaciuto molto).

In tempi molto più recenti, dicembre 2021, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni – erede della tradizione conservatrice italiana – ha lanciato una petizione per l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Vale la pena sottolineare che non si tratta esattamente della stessa cosa: un conto, infatti, è la possibilità che siano i cittadini – anziché i parlamentari – a eleggere il capo dello Stato, un conto è instaurare il presidenzialismo vero e proprio, che implica una riorganizzazione complessiva e complessa dei poteri e delle istituzioni.

Il bicameralismo perfetto dopo il ventennio fascista

I nostri padri costituenti, com’è noto, hanno delineato un sistema parlamentare – con bicameralismo perfetto – basandosi su un’idea ben precisa: quella di prevenire l’eccessiva concentrazione del potere nelle mani del governo, come accaduto durante il ventennio fascista. Benito Mussolini, vale la pena ricordarlo, aveva preso il controllo del Paese non con una rivoluzione popolare – anche se la propaganda fascista tentò di far passare per tale la marcia su Roma del 1922 – ma ricevendo la nomina a primo ministro dalle mani del re Vittorio Emanuele.

Al capo dello Stato la Costituzione garantiva un ruolo di arbitro fra le varie istituzioni, con attribuzioni differenti rispetto ai vari poteri. Il presidente della Repubblica, infatti, nomina il presidente del Consiglio e i ministri (potere esecutivo), può indirizzare messaggi e raccomandazioni al parlamento, indire elezioni e sciogliere le camere (potere legislativo), presiede il Consiglio superiore della magistratura e nomina un terzo dei giudici della Corte costituzionale (potere giudiziario).

Presidenzialismo: il presidente decide tutto?

Il presidenzialismo andrebbe, invece, a mettere nelle mani del capo dello Stato una serie di compiti e poteri molto diversi, nel classico gioco di checks and balances su cui si regge l’idea stessa di democrazia. Ma questo, al netto dell’idea per cui “il presidente decide tutto”, basterebbe a risolvere i problemi del nostro sistema politico?

Negli Usa ogni scelta del presidente vagliata dal Senato

Prendiamo il caso degli Stati Uniti, presidenziali da sempre e caratterizzati da un’arena politica de facto bipolare: Partito repubblicano da una parte e Partito democratico dall’altra. L’autorità esecutiva del presidente USA non è assoluta. L’inquilino della Casa Bianca, infatti, viene sì scelto direttamente dai cittadini e non è soggetto a mozioni di sfiducia dal Congresso durante il suo mandato, ma tutte le nomine dell’amministrazione passano al vaglio del Senato federale. In altri termini, quando il presidente viene eletto deve scegliere capi, sottosegretari e funzionari dei dipartimenti e delle agenzie (dipartimento di Stato, Pentagono, CIA etc.) e la camera alta del congresso deve approvarne la nomina dopo aver “grigliato” i candidati, cioè dopo averli sottoposti a lunghe sedute in cui vengono vagliate le loro posizioni su una serie di dossier. Il Congresso, inoltre, ha il compito di approvare ogni singola legge di spesa promossa dall’amministrazione. E’ il caso del piano infrastrutture da 1.200 miliardi di dollari e di quello per welfare e clima da 2.000 miliardi, entrambi al centro dell’agenda economica dell’amministrazione Biden.

Usa, le elezioni di mid-term per bilanciare il potere del presidente

Il punto, però, è un altro. A novembre di quest’anno, com’è noto, si terranno le elezioni di medio termine, in cui verranno rimessi in palio i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e un terzo dei 100 scranni del Senato (alternativamente 33 o 34). Biden – qualora le cose si mettano davvero male – potrebbe ritrovarsi a governare con entrambe le camere del Congresso controllate dai repubblicani e il passaggio dei provvedimenti diventerebbe una battaglia partitica all’ultimo sangue. Non è un caso, tuttavia, che il sistema americano preveda una simile eventualità. Il controllo del Congresso sull’operato del presidente fa parte del gioco democratico, come anche la possibilità che le due camere finiscano in mano allo schieramento opposto rispetto a quello dell’inquilino della Casa Bianca.

Il presidenzialismo non è la soluzione a tutti i mali

Tuttavia, non è necessario che si crei una simile dicotomia per capire quanto il potere del presidente sia bilanciato dal Congresso e quanto – soprattutto – il bipartitismo de facto non sia la soluzione di tutti i mali. Basti pensare al caso di Joe Manchin, senatore della cosiddetta ala centrista del Partito democratico che sta tenendo in scacco – praticamente da solo – il piano per clima e welfare di Biden , mentre l’area “liberal” dei dem spinge per l’approvazione del provvedimento in tempi rapidi. Inoltre, il fenomeno del trumpismo ha fatto emergere due anime anche nel Partito repubblicano, diviso ormai in maniera piuttosto chiara tra i legislatori più vicini all’ex inquilino della Casa Bianca e coloro che invece vorrebbero archiviare quell’esperienza, come se fosse stata solo una parentesi nella storia dei conservatori.

In Italia vige una tradizione “partitocratica”

Insomma, i partiti sono per natura inclini alla frammentazione: una caratteristica che il presidenzialismo da solo non può risolvere. In Italia, poi, il proporzionalismo inclusivo promosso dalla Costituzione e dalle varie leggi elettorali fa si che il multipartitismo (o “partitocrazia”, come la chiamava Umberto Bossi), sia la regola. Il bipolarismo dell’era berlusconiana, invece, è stato quello sì l’eccezione. Un caso particolare che non sembra, al momento, destinato a ripetersi.