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Storia dei franchi tiratori: dalla Rivoluzione francese al Ddl Zan, da Cavour a Che Guevara

Giuliano Ferrara li definisce "il sale democrazia parlamentare". I franchi tiratori: come nasce la parola e cosa hanno fatto nel mondo

“Veleno, pugnale o franchi tiratori”. A ogni voto segreto è sempre la stessa storia: l’arco parlamentare e la stampa si pacca tra chi, come Giuliano Ferrara, pensa che “i Franchi tiratori sono il sale democrazia parlamentare” o chi, come Sergio Chiamparino, li ritiene “topi che escono dalle tane”. Esaltazione del libero arbitrio del deputato o psicosi per il rovescio della disciplina partitica, ma cosa vuol dire “franco tiratore”?

Per l’Enciclopedia Treccani il termine definisce “il rappresentante di un partito o di uno schieramento che, in votazioni segrete di organi collegiali, vota in modo diverso da quello concordato o ufficialmente deciso dal proprio partito o schieramento”. Come suggerisce il Dizionario politico e parlamentare, “nel franco tiratore parlamentare c’è, riflessa, l’immagine del ‘cecchino’: che, nascosto, tira all’improvviso”.

“Franco tiratore”, un termine dall’origine militare

È proprio dalla storia militare che deriva il termine, attestato per la prima volta in lingua italiana nelle cronache dei giornalisti inviati a seguire la guerra franco-prussiana del 1870. L’espressione è di origine francese, dove franc-tireurs significa “franco”, “libero”. I primi “franchi tiratori” nascono nel Settecento, a supporto della Francia in piena rivoluzione contro le invasioni delle potenze di antico regime straniere. Tra il 1792 e il 1815 operano una “guerriglia” – altra parola di origine straniera nata in quel periodo, destinata a diventare di uso comune in italiano – in gruppi isolati di soldati che non sono inquadrati in un esercito regolare e quindi liberi, non dovendo rispondere ad ordini.

Nel 1870, dopo la disfatta di Napoleone III – nipote di Bonaparte, diventato imperatore con un colpo di stato vent’anni prima – i franchi tiratori sono guidati da Garibaldi nella regione di Vosgi contro l’invasione del neonato secondo Reich tedesco. Il termine entra nel lessico militare e poi politico in Italia e in Germania. I freikorps diventeranno i reduci del fronte della prima guerra mondiale utilizzati dalla Repubblica di Weimar per reprimere le rivoluzioni comuniste in Germania del 1918-19. Una scuola d’addestramento per molti gerarchi nazisti che in gioventù militarono nei freikorps.

A guidare la transizione del termine dalla tattica militare alla politica contribuì anche Ernesto Che Guevara, il leader argentino della rivoluzione cubana. Durante la clandestinità guerrigliera sulla Sierra Maestra, pubblicò alcuni articoli su El Cubano Libre con lo pseudonimo El Francotirador.

La politica italiana e i “franchi tiratori”

Nella politica italiana il termine è attestato già dagli anni Cinquanta del secolo scorso, ma la storia parlamentare italiana è ricca di “cecchini” che colpiscono grazie al voto segreto, un istituto previsto già dallo Statuto Albertino, la costituzione del Regno di Sardegna e Piemonte del 1848, adottata nel 1861 dal Regno d’Italia. Molti governi del Regno – tra cui il primo di Cavour – caddero a causa di quelli che ancora non si chiamavano “franchi tiratori”. Per questo il fascismo eliminò la prassi del voto a scrutinio segreto, ufficialmente nel 1938, ma di fatto già con le modifiche del Regolamento della Camera pochi giorni dopo la marcia su Roma del 1922.

Il termine divenne definitivamente prassi nel 1964, durante gli scrutini per l’elezione del presidente della Repubblica. Il papabile della vigilia sembrava essere il democristiano di destra Giovanni Leone, che venne però affossato da “Veleno, pugnale o franchi tiratori”, celebre espressione di Carlo Donat-Cattin, capo di gabinetto di Aldo Moro, leader della corrente di sinistra democristiana: “Veleno, pugnale o franchi tiratori. Moro mi ha detto di usare mezzi tecnici. Io di mezzi tecnici conosco solo questi tre”.

I casi Forlani e Fanfani

I “cecchini” al voto con l’arma dello scrutinio segreto hanno abbattuto nelle varie legislature: giudici della Corte Costituzionale o del Consiglio Superiore della Magistratura, ma soprattutto candidati alla presidenza della Repubblica. L’intera storia degli inquilini del Quirinale dal dopoguerra è segnata dai franchi tiratori. Così nel 1948 il candidato forte di De Gasperi Carlo Sforza è affossato da Luigi Einaudi; nel 1955 Gronchi fa le scarpe a Cesare Merzagora, candidato dal presidente del Consiglio Scelba. Il già menzionato Giovanni Leone riesce poi a farsi eleggere nel 1971, proprio ai danni del suo carnefice di sette anni prima Moro; ma sono tanti i leader a cadere nel segreto delle urne: su tutti Forlani e Fanfani che per tre volte tentò la corsa al Quirinale per poi doversi ritirare.

I 101 di Romano Prodi che gli tolsero il sogno del Quirinale

Nel 1988, al tramonto della Prima Repubblica, una nuova modifica del Regolamento di Camera e Senato riducendo notevolmente lo spettro in cui è ammesso il voto a scrutinio segreto: da tutti i tipi di votazione, il cerchio si strinse solo alle votazioni che riguardano le persone. Fine dei “cecchini”? Neanche per sbaglio, nel 1992 sale in cattedra Andreotti che fa cadere la candidatura del collega Forlani: Scalfaro diventa così Presidente al sedicesimo scrutinio. Si arriva così alla storia recente, con il caso Prodi che si vede sfumare il Quirinale per colpa del voto di 101 franchi tiratori il 19 aprile 2013, aprendo la strada al Napolitano bis.

Ddl Zan, l’ultimo esempio di una lunga serie di “franchi tiratori”

Il candidato o la mozione predestinata difficilmente passa la cesoia dello scrutinio segreto, cadendo sotto i colpi di cecchini, dissidenti, peones e franchi tiratori. Una legge non scritta della politica nostrana che è valsa anche per il ddl Zan.