Olimpiadi di Pechino, il boicottaggio soft di Biden e il silenzio di Bruxelles

Boicottaggio diplomatico degli Usa alle Olimpiadi di Pechino. Dalla Cina minacciano contromisure, in Europa decisione accolta tiepidamente

Il confronto geopolitico tra Stati Uniti e Cina si gioca anche sui campi sportivi, non solo nelle arene politiche internazionali. Lunedì 6 dicembre, infatti, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha annunciato il boicottaggio diplomatico delle Olimpiadi invernali che si terranno a Pechino a partire dal 4 febbraio 2022. Washington ha motivato la decisione definendo il boicottaggio una risposta alle violazioni sistematiche dei diritti umani da parte del governo della Repubblica popolare cinese, in particolare per quello che concerne la regione occidentale dello Xinjiang.

In quest’area, popolata dalla minoranza turcofona e musulmana degli uiguri, Pechino opera forme di controllo e repressione tali che il dipartimento di Stato Usa – sotto l’amministrazione Trump – le ha bollate semplicemente come “genocidio”. Una definizione che l’amministrazione Biden non si è mai sognata di revocare o alleggerire.

Nessun rappresentante diplomatico Usa a Pechino

Per effetto del boicottaggio, quindi, l’amministrazione Biden non invierà alcun rappresentante diplomatico o del governo ai Giochi di Pechino.

I paesi che ospitano eventi sportivi di questa caratura solitamente colgono l’occasione per trarne giovamento dal punto di vista dell’immagine internazionale, considerata la presenza di leader e funzionari stranieri di alto livello. L’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush, ad esempio, era presente di persona alle Olimpiadi (estive) del 2008 a Pechino.

Pressioni sulla Casa Bianca perchè desse un segnale

La Casa Bianca, d’altronde, ha subito in questi mesi forti pressioni a livello interno perché “desse un segnale” a Pechino per quanto riguarda il dossier Xinjiang.

Alcuni esponenti del Partito repubblicano, come il senatore texano Ted Cruz, hanno ripetutamente chiesto a Biden di procedere al boicottaggio. Cosa che effettivamente l’amministrazione ha poi fatto. E però qualcuno spingeva per il boicottaggio totale, non solamente diplomatico. La portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha infatti sottolineato che gli atleti statunitensi saranno liberi di competere e che “saremo con loro al 100% mentre li applaudiamo da casa”. I membri del team Usa, i loro allenatori, preparatori e altro personale sportivo riceveranno comunque assistenza consolare e diplomatica per la loro sicurezza, ha spiegato invece il portavoce del dipartimento di Stato, Ned Price.

Solo la Lituania ha seguito l’esempio a stelle e strisce

Nell’annunciare il boicottaggio, l’amministrazione Biden ha lasciato aperta la porta ad alleati e partner perché seguano l’esempio. All’appello, però, hanno risposto finora solo Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Dell’Unione Europea, solo la Lituania ha aderito all’iniziativa, per recenti attriti molto particolari con Pechino. Il mese scorso, infatti, è stata annunciata l’apertura a Vilnius di una rappresentanza diplomatica di Taiwan, Stato non riconosciuto dalla Repubblica popolare cinese.

Al contrario, Pechino considera l’isola a tutti gli effetti come una propria provincia. La Cina ha risposto escludendo le società che commerciano con fornitori lituani dai mercati del dragone.

Unione europea tiepida nei confronti del boicottaggio

Al netto del caso lituano, però, l’atteggiamento dell’Unione nei confronti del boicottaggio è stato finora piuttosto tiepido. “Le Olimpiadi sono una celebrazione dello sport. Non bisogna cogliere l’occasione per fare politica”, ha detto il nuovo ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock, esponente dei Verdi nella “coalizione semaforo” che ora governa la Germania, primo partner commerciale in Europa della Cina.

Anche Lussemburgo e Austria hanno adottato posizioni simili, mentre l’Italia – stando a fonti governative sentite dall’ANSA – non ha in programma al momento di boicottare i Giochi invernali di Pechino.

Cina furiosa: “Pregiudizio ideologico”

La reazione cinese, come facilmente intuibile, è stata veemente e contrariata. Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Zhao Lijian, ha stigmatizzato il boicottaggio voluto dagli Usa e definendolo un “pregiudizio ideologico” e minacciando contromisure. Il dicastero cinese ha parlato apertamente di “mentalità da Guerra fredda”, un concetto che torna ormai con insistenza nei discorsi cinesi sul rapporto con l’America (oltre che su qualche giornale nostrano).

I precedenti del 1980 e del 1984

La storia dello sport è piena di precedenti per quanto riguarda questo tipo di dinamiche. I Giochi olimpici, i Mondiali di calcio e altre manifestazioni ha un valore simbolico e culturale tale da renderli naturalmente strumenti di soft power politico e diplomatico. Checché ne dicano quelli secondo cui il calcio, tanto per dirne una, si riduce a “22 miliardari che corrono dietro una palla”. Il caso più emblematico, nell’ultimo decennio della Guerra fredda, è stato sicuramente quello delle Olimpiadi del 1980 e del 1984, tenutesi rispettivamente a Mosca e a Los Angeles. Le prime furono boicottate, in senso totale e non solo diplomatico, dagli Stati Uniti e da altri 65 Paesi per protestare contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979. Quattro anni dopo, per tutta risposta, 14 nazioni del blocco comunista seguirono l’URSS nel boicottaggio (anche qui totale) dei Giochi olimpici in California.

Malagò: “Non credo sia quello che interessa al mondo dello sport”

La situazione odierna, però, è molto diversa da quella di quarant’anni fa. Non solo la Guerra fredda è finita – e bisogna pensarci bene prima di affermare che quella in corso tra Usa e Cina sia la stessa cosa – ma si tratta, appunto, di un boicottaggio meramente diplomatico che avrà un impatto probabilmente ridotto, soprattutto su chi seguirà l’evento. Sembra averlo capito -tra gli altri – il presidente del Coni, Giovanni Malagò, che a margine della conferenza “Territori Olimpici: la Lombardia protagonista” ha affermato: “Massimo rispetto del fatto che a Pechino non ci andrà un ministro o un sottosegretario, ma sinceramente non credo che sia quello che interessa al mondo dello sport. Interesserà il mondo dei governi e di chi ha responsabilità diversa. Massimo rispetto per queste valutazioni, ma con l’evento sportivo c’entrano molto poco”.

Un boicottaggio “piccolo e simbolico”

Vista con gli occhi di Biden, nella sua logica di “competere con la Cina dove possibile e cooperare quando necessario” la mossa è un’operazione abbastanza riuscita. Il boicottaggio “soft”, infatti, permette all’amministrazione di placare in parte le spinte interne favorevoli ad un approccio più duro verso Pechino, senza però compromettere la partecipazione effettiva degli atleti Usa (che spesso si preparano per anni in vista dell’evento sportivo, rischiando poi di restarne fuori). A tal proposito, la presidenza francese sembra aver colto appieno il punto della questione. In una nota diramata la scorsa settimana, infatti, l’Eliseo osserva che un boicottaggio puramente diplomatico sarebbe solo “una misura piccola e simbolica”. Come a dire: o tutto o niente.