Trump non conta più nulla. La nuova destra guarda a Meloni e altri

La nuova destra Usa è post-trumpiana in larga misura. E Giorgia Meloni può guidare le destre occidentali filo-americane

Perché leggere questo articolo: La nuova America che non è più polarizzata (solo) attorno a Donald Trump è un partner di dialogo ideale per la destra atlantista europea, in cui Giorgia Meloni può avere una grande voce in capitolo.

La stentata vittoria del Partito Repubblicano e il flop di Donald Trump come “capo dell’opposizione” a Joe Biden e al Partito Democratico avrà anche riflessi italiani ed europei. Non è un caso che il calo dell’ascendente dell’ex presidente e le difficoltà del Grand Old Party da lui dominato vadano di pari passo con una mutata forza anche nella destra europea. Giorgia Meloni lo sa e rispetto a quanto faceva Matteo Salvini ai tempi del governo gialloverde non politicizza in chiave sovranista e populista i voti degli altri Paesi.

La destra post-trumpiana? Quella della Meloni

Le difficoltà di Trump e l’ascesa nella destra Usa di Ron DeSantis, pragmatico conservatore più vicino alla tradizione repubblicana, avranno conseguenze sull’altra sponda dell’Atlantico. L’era d’oro di Matteo Salvini, della sua Lega “nazionale” e degli alleati europei è iniziata subito dopo l’exploit di Trump nel 2016 e ha conosciuto il suo picco con le Europee 2019 in cui a fare da “regista” dei sovranisti europei era – non a caso – uno “zio d’America” come Steve Bannon. Ai tempi anche Meloni fu affascinata dalle sirene bannoniane, invito l’ex Chief Strategist della Casa Bianca al festival romano di Atreju, ma in seguito scelsa una strada diversa e più lungimirante: accreditarsi come credibile interlocutore non tanto di una frangia repubblicana quanto piuttosto degli Stati Uniti in quanto tali. La recente, calorosa dialettica instaurata con Joe Biden a Bali in occasione del G20 lo testimonia.

Salvini è assieme a Viktor Orban il leader politico europeo che più ha pagato questa svolta. I “trumpiani” d’Europa hanno conosciuto rispettivamente l’appannamento politico e l’indebolimento agli occhi degli alleati atlantici e europei come partner credibile, chiudendosi in una crescente autoreferenzialità. A cui la guerra in Ucraina ha aggiunto il resto condensandone l’immagine come proxy della Russia e di Vladimir Putin.

Che cos’è il nazional-conservatorismo

Ciò che succede negli Usa, inevitabilmente, plasma la politica occidentale. Finita l’epoca dei populisti e sovranisti in America è tempo del conservatorismo nazionale, che alle intuizioni di Trump (“America First!”, sfida alla Cina, difesa degli Usa profondi contro la metropoli) aggiunge un fondamentale gradiente di vecchia ideologia repubblicana: dalle battaglie culturali alla prudenza fiscale, dalla volontà di potenza in campo occidentale alla difesa, anche all’estero, dei valori liberali di cui l’America fa vanto.

Dalla sovranità delle nazioni a quella dell’Occidente sotto assedio come totem: un’ideologia che, seppur declinata in termini dirittisti, non dispiace nemmeno ai Democratici americani. Si appanna la stella dei Salvini e degli Orban e risplende quella delle Meloni, ma non solo. Il nuovo asse occidentale da tenere d’occhio è quello tra Giorgia Meloni, il premier polacco Mateusz Morawiecki. Membro del partito dei Conservatori e Rifromisti Europei (Ecr) che conta anche Fratelli d’Italia; e in prospettiva, il rientrante Benjamin Netanyahu in Israele. Tre leader per tre contenimenti che anche all’amministrazione Biden fanno comodo: quello alla Cina (che vede Meloni attiva), quello alla Russia (con la Polonia gendarme e anche l’Italia della destra presente) e quello all’Iran (sviluppato in campo con Israele).

L’americanismo del governo Meloni

Una strategia che funziona ottimamente con un presidente democratico. E che sarà sempre più ricercata ora che il Congresso, che condiziona l’agire della Casa Bianca, è diviso tra Democratici e Repubblicani. E che ha la sua connotazione italiana nella presa di posizione decisiva di importanti esponenti filo-statunitensi nelle posizioni apicali.

Giancarlo Giorgetti, Ministro dell’Economia, era con Meloni a Bali e già nel 2021 ammoniva il centrodestra sulla necessità di essere atlantista anche senza i Repubblicani al potere; la strategica Commissione Esteri della Camera è andata a Giulio Tremonti; apertamente filo-Usa sono anche il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, il sottosegretario di Palazzo Chigi Alfredo Mantovano e il Ministro dello Sviluppo Economico Adolfo Urso.

Le nuove destre in Europa

E del resto la destra che va costituendosi in buona parte d’Europa ha nel nazional-conservatorismo un perno. Da Vox in Spagna al Partito Democratico Civico della Repubblica Ceca; passando per i Democratici Svedesi in Svezia, queste forze stanno avendo una forte legittimazione politica e in molti casi di governo. Meloni può essere il perno politico delle nuove destre filo-americane in Europa; anche di fronte all’assenza di Donald Tump in sella a Washington, o forse proprio per questo motivo. Un’ulteriore testimonianza dell’importanza di Roma per Washington che la vittoria di un repubblicano nel 2024 potrebbe ulteriormente valorizzare.