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Arriva Draghi. Ora cosa fanno i “milanesi” di Conte?

L'arrivo di Mario Draghi è un terremoto per la politica. Ecoc i nomi dei milanesi che rischiano la poltrona

di Francesco Floris

Tramonta Giuseppe Conte come presidente del consiglio. Al Colle, per ora alle 12 del 3 febbraio, arriva Mario Draghi. Una delle ipotesi è che l’ex presidente della Bce chiamato a trovare una nuova maggioranza, voglia nella sua squadra di governo Beppe Sala. In un ministero importante. Fanta politica o realtà? Staremo a vedere. Ruolo lusinghiero per l’ex manager di Expo, che in estate pareva già indirizzato verso una grossa società di Stato invece che una ricandidatura a Palazzo Marino. Si tratterebbe però di un terremoto politico per il centrosinistra a Milano. D’improvviso dem e coalizione (Lista Sala, Sinistra Italiana, Sinistra X Milano, Verdi, Azione di Carlo Calenda, Italia Viva) si troverebbero nella stessa condizione del centrodestra meneghino: senza candidato sindaco e con una campagna elettorale che nessuno sa quanto durerà. Né quando si andrà davvero alle urne. Non è detto che tutti la vedano come una cattiva notizia.

Di più: ci sono gli uomini “milanesi” (di nascita e di adozione, e sopratutto di elezione) del Conte-bis e della maggioranza “giallo-rossa” che potrebbero perdere la poltrona e dover fare ritorno in patria. O più banalmente – fra i pentastellati sopratutto – chi non ci sta ad appoggiare l’ex governatore della Banca centrale europea dopo averne detto peste e corna per anni, almeno fino alla “maggioranza Ursula” all’Europarlamento. Così i fuoriusciti del Conte-bis potrebbero reclamare posti di diritto per le amministrative o ruoli di regia su quali alleanze costruire. Chi sono? Di certo La senatrice a cinque stelle Simona Malpezzi, classe ’72 di Cernusco sul Naviglio, attiva nel mondo della scuola milanese e sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento. Un capitolo a parte per la ministra Paola Pisano (innovazione tecnologica e digitalizzazione): la torinese del MoVimento ha sempre intrattenuto rapporti con il capoluogo lombardo, a cominciare dal mondo della startup e dei consulenti. Francesco Boccia, il ministro per gli Affari regionali, non arriverà a Milano perché la sua storia affonda nel sud Italia e in Puglia. Ma è persona amica di Beppe Sala e a cui lo stesso sindaco si rivolgeva per consigli e suggerimenti. Il renzianissimo di Italia Viva, Ivan Scalfarotto, è del sud ma affonda anche lui le proprie radici “politiche” in Lombardia, tanto che nel 2007 partecipò alla nascita del Partito democratico venendo eletto all’Assemblea Costituente nel collegio di Corsico, nell’hinterland sud ovest della città. Così come un pezzo grosso dell’esecutivo che potrebbe trovarsi senza poltrona è il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, economista scuola Svimez, ma amico e sodale dell’eurodeputato milanese Pierfrancesco Majorino, pezzo da novanta del Pd meneghino. L’ultima volta che ha parlato di Milano, pochi mesi prima dello scoppio della pandemia, Provenzano ha ingaggiato una guerra verbale a distanza con Beppe Sala per la frase “è una città che non restituisce quasi nulla all’Italia”.

C’è Anna Ascani, numero due del Miur, che da romana conosce bene il Duomo e la sua politica. Come il sottosegretario all’Interno, Matteo Mauri, chiamato al Viminale con la Lamorgese (ex prefetto di Milano), lui storico “penatiano” e che ora deve capire quale sarà il suo destino a Roma.

Cambiando sponda. Tra coloro che tornano in patria – almeno elettorale – c’è Manlio Di Stefano. Il sottosegretario agli Affari esteri di Luigi Maio, corrente Vito Crimi dentro il MoVimento, è palermitano ma è diventato onorevole grazie al collegio plurinominale Lombardia-1. Lo stesso Vito Crimi, al momento capo politico dei Cinque Stelle, avrà un ruolo di peso sotto la Madonnina. Già oggi Crimi vive a Milano con la compagna, l’onorevole pentastellata Paola Carinelli. Il più lombardo dei Cinque Stelle è Stefano Buffagni, già consigliere regionale in Lombardia prima di essere chiamato come numero due al Ministero dello Sviluppo da Stefano Patuanelli. Potrebbe arrivare anche la riconferma al governo ma bisogna prima vedere le mosse di Draghi, perché governo o non governo, c’è tutta la partita sul rinnovo delle partecipate di Stato. L’arrivo dei Cinque Stelle che contano potrebbe sconquassare parecchio i destini del MoVimento in città: sabato scorso i grillini si sono ritrovati in plenaria per esporre le posizioni interne figlie del riassetto di Rosseau, e capire come comportarsi in vista delle amministrative. Posizioni interne che, per ora, sono tre: andare da soli con un proprio candidato sindaco e senza sfondare, nella città meno grillina d’Italia; con la sinistra radicale appoggiando il candidato ambientalista Gabriele Mariani o magari imponendo loro un nome in cambio del simbolo? O infine con il centrosinistra, come spina nel fianco, ma nel campo largo ammesso che siano ben voluti? Tre posizioni che di fatto riflettono orientamenti e correnti interne, nessuna iper maggioritaria per ora. Quanto ci vorrà per decidere? Due settimane garantiscono. Draghi permettendo.