Maresca, quando il magistrato entra in politica senza togliersi la toga

Catello Maresca resta nel consiglio comunale di Napoli ma può riprendere le sue funzioni giudiziarie. Un unicum nella storia repubblicana

È il caso politico della settimana, anzi è più di un caso: la vicenda Maresca è il sintomo di una crisi multipla.

Catello Maresca è un magistrato – con alle spalle una brillante carriera quasi quindicennale in procura, in cui si è distinto in inchieste sui Casalesi – che è stato candidato sindaco del centrodestra alle amministrative a Napoli dello scorso ottobre Napoli. Conclusasi la sfida elettorale con una sonora sconfitta, il togato ha chiesto e ottenuto dal Consiglio Superiore – l’organo di autogoverno della Magistratura – di riprendere le sue funzioni giudiziarie.

Fin qui tutto normale, se non fosse che Maresca ha conservato la sua carica di consigliere comunale. Con 11 voti favorevoli e 10 astensioni il CSM ha concesso il via libera a Maresca: il suo comportamento non viola alcuna norma, almeno per il momento.

Il ministro Cartabia: “Mai più un caso Maresca”

La vicenda ampiamente documentata dai quotidiani in questi giorni sancisce l’apice – l’ennesimo verrebbe da aggiungere – della tremenda crisi di legittimazione che ormai da anni ha travolto la magistratura italiana.

Sconvolta dallo scandalo del “sistema” Palamara, con procure commissariate e una riforma del CSM nel cronoprogramma del governo – che sembra però ancora lontana a venire – alla giustizia nostrana mancava solo questa gatta da pelare. Sulla vicenda è intervenuta la Guardasigilli (in odore di Presidenza della Repubblica, la carica che formalmente presiede il CSM) Marta Cartabia: “Mai più un caso Maresca. Che un giudice possa svolgere contemporaneamente, anche se lontano dal suo distretto, funzioni giudiziarie e politiche non deve accadere” ha tuonato dal festival Atreju, organizzato da Fratelli d’Italia in questi giorni a Roma.

Il vicepresidente del Csm: “Il Governo intervenga per affrontare le porte girevoli”

Le ha fatto eco il vicepresidente del Csm, Davide Ermini, che ha ricordato come da tempo il CSM chieda al governo di intervenire per affrontare le “porte girevoli” e che Maresca non abbia violato alcuna normativa. Un eco che diventano lontano, quasi sbiadito, quando Ermini deve riconoscere che all’interno del Csm non vi sia alcuna norma in grado di impedire a Maresca di rientrare in funzione in una città più lontana da Napoli, e non a Campobasso che è a soli 15 chilometri di distanza.

“Destinarlo a Bolzano sarebbe stato come negargli di esercitare un suo diritto costituzionalmente garantito”.

Caso Maresca, una ferita anche per la politica

Il caso Maresca rappresenta però anche una ferita per il mondo della politica. Non solo per il centrodestra che da anni impegnato in una campagna dai toni messianici contro gli abusi della magistratura – pensare ai “votate Maresca” di Berlusconi che ha supportato “il suo uomo” per quasi tutta la campagna elettorale, fa riflettere.

Magistrati- politici: una tendenza di lunghissimo corso

Quella delle porte girevoli della politica per i magistrati è una tendenza di lunghissimo corso che coinvolge tutto l’arco costituzionale e oltre. Come confermano le parole dello stesso Ermini il passaggio dagli uffici giudiziari alla politica locale è una prassi ormai diffusa”.

Quella dei magistrati in politica è una storia senza soluzione di continuità almeno dai tempi di Catone il Censore e Cicerone. Una storia però in controtendenza con la separazione dei poteri dei poteri esecutivo e giudiziario che caratterizza lo stato moderno.

La politica è però l’arte del possibile, quella italiana poi dell’arrangiarsi. Così nel corso degli anni i partiti per riempire seggi parlamentari e liste locali hanno sempre attinto dagli elenchi – e soprattutto dalle correnti – della magistratura.

I precedenti, da Violante a De Magistris

Molte importanti cariche dello Stato sono state magistrati prima di entrare in politica, come l’ex presidente della Camera Luciano Violante o l’ex ministro dei Lavori pubblici Enrico Ferri.

Togati sono stati sindaci, come Luigi De Magistris, e presidenti di Regione come Michele Emiliano.

Anche il presidente della Repubblica Scalfaro fu magistrato

Giudice negli anni Quaranta è stato persino un presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, eletto nel 1992; un anno cruciale per la storia italiana che con l’avvio di Mani Pulite ha conosciuto lo spalancarsi delle porte della politica agli ex togati. Un lungo elenco iniziato con Antonio Di Pietro e proseguito con Pietro Grasso, Antonio Ingroia, Franco Frattini, Alfonso Papa, Anna Finocchiaro, Gianrico Carofiglio, Giuseppe Ayala o Tiziana Parenti. Solo per citarne alcuni.

Una drastica riduzione con l’ultima legislatura

Negli ultimi anni, forse complice la crisi di credibilità della magistratura, il numero di togati che sono riusciti a compiere il salto in Parlamento si è drasticamente ridotto. Questa XVIII legislatura – iniziata nel 2018 e che dovrebbe durare fino al 2023 – vede presenti nelle due Camere solo tre ex magistrati: Piero Grasso (LeU), Cosimo Ferri (Pd) e Giusi Bartolozzi (Forza Italia). La scorsa legislatura erano 18: apparentemente si sta consumando un divorzio nell’amore eccezionale tra toga e politica.

L’eccezionalità del caso Maresca: non è andato in aspettativa

La vera eccezionalità del caso Maresca, è bene ricordarlo, risiede però nel fatto che il magistrato non è andato in aspettativa: a differenza di tutti i colleghi sin qui citati, continuerà a svolgere regolarmente le sue funzioni giudiziarie, contemporaneamente agli impegni di consigliere comunale. Un unicum nella nostra storia repubblicana.