Le convergenze parallele di Fatto e Verità, giornali di opposizione a Draghi

Il Fatto Quotidiano e La Verità: agli estremi opposti dello spettro politico ci sono due testate capofila dell’opposizione al governo Draghi

I nuovi equilibri nei media italiani vedono saldarsi, agli estremi opposti dello spettro politico-culturale, due testate qualificabili come i capofila dell’opposizione al governo Draghi: Il Fatto Quotidiano e La Verità. Lontani su tutto, distanti negli ideali e spesso critici l’uno dell’altro. Ma convergenti nell’individuare tre dinamiche chiare su cui concentrarsi per scaricare, a modo loro, un fuoco di fila su Palazzo Chigi: la gestione emergenziale del potere anti-pandemico, il commissariamento della politica dei partiti e, soprattutto, la volontà di sostenere l’Ucraina.

Fatto e Verità

Da un lato, il Fatto Quotidiano, testata “orfana” dell’era di Giuseppe Conte e che della volontà del presidente del Movimento Cinque Stelle di regolare, presto o tardi, i conti con Draghi è esplicito interprete e ideologo. L’avversione a Draghi è in grado di unire pentastellati, radicali di sinistra, indipendenti di centro-sinistra e critici del sistema costruito nell’ultimo anno nell’espressione del disagio per una convivenza forzata al governo tra la propria area di riferimento e la destra.

Dall’altro, La Verità, la testata più in ascesa del panorama di destra, animata dagli opinionisti critici dei compromessi siglati dalla propria area con Matteo Renzi (Forza Italia ai tempi del Nazareno), Giuseppe Conte (la Lega nel 2018-2019), infine Mario Draghi. Il quotidiano è oggi vicino a Fratelli d’Italia ma mai al livello di essere un house organ.

Stampa di opposizione

Stampa di opposizione come non si vedeva dai tempi del referendum renziano del 2016: due testate influenti hanno di fatto dichiarato guerra al draghismo e allo schema consociativo che prevede, nelle intenzioni di molti partiti (PD, Forza Italia, settori pentastellati e leghisti) un proseguimento dell’attuale assetto di governo in caso di stallo nel 2023.

Sotto attacco Draghi, sotto attacco il Piano nazionale di ripresa e resilienza, troppo pro-imprese e anti-keynesiano secondo la testata di Marco Travaglio, un cedimento all’Unione Europea e alla logica del rigore per quella di Maurizio Belpietro. Sotto attacco la gestione della pandemia, ritenuta inutilmente stravolta da Travaglio e pessima fin dall’inizio per Belpietro. Sotto accusa il deus ex machina che ha permesso la nascita del governo Draghi, Matteo Renzi, su cui le due testate hanno fatto in passato le prove della silenziosa convergenza promuovendo inchieste e analisi sugli scandali che hanno toccato, finora senza condanne processuali, l’ex presidente del Consiglio.

Redazioni convergenti

Convergenze parallele che si ritrovano in una comune sintonia nel rifiuto della logica dell’austerità da parte delle rispettive redazioni economiche (dove Marco Palombi e Giuseppe  Liturri svolgono un’interessante disamina economica) e in quest’ottica hanno il trovato il loro climax ascendente nel conflitto ucraino.

Mario Giordano e Alessandro Orsini, Andrea Scanzi e Francesco Borgonovo, Barbara Spinelli e Alessandro Rico, ai vertici delle due testate Travaglio e Belpietro, ma in generale le loro intere redazioni hanno attaccato duramente la linea del governo e di molti media “con l’elmetto”.

Il Fatto e La Verità sono sottratti – e va loro riconosciuto – alla caccia al filorusso difendendo a inizio marzo il corrispondente Rai Marc Innaro e, a volte con qualche forzatura, hanno doppiato la reductio ad  Hitlerum contro Vladimir Putin. L’anti-draghismo ha consentito di pensare che, in fin dei conti, la situazione è “un po’ più complessa”, parafrasando Giulio Andreotti.

Linea editoriali

Nell’attuale partita mediatica la posta in palio è il controllo della geopolitica della mente, dei territori del conscio e dell’inconscio su cui si plasmeranno le visioni politico-sociali di domani.

Il futuro immediato presenta un anno elettorale, in vista del quale Travaglio e Belpietro hanno indubbiamente colto un elemento fondamentale: il mondo politico-culturale, i media e l’intellighenzia italiani sono arrivati a portare lo spin sulla guerra un livello tale da farlo rimbalzare.

Poche testate si difendono nel mantenere una linea precisa slegata dal giudizio al governo: tra questi Avvenire e il Manifesto non nascondono la loro posizione pur alimentando un santo realismo, e la loro posizione ideologica glielo consente.

Il gioco dei due quotidiani anti-Draghi, invece, mira a costruire due cordate di opposizione con narrative diverse che di fatto creano il medesimo set narrativo. Draghi è fondamentalmente presentato come antidemocratico, la guerra la continuazione della pandemia con altri mezzi per imporre la via dell’emergenza (La Verità) o rispondere ad agende esterne (Il Fatto) diplomatiche, corporative, istituzionali che tirano le fila del governo nato dal “Contecidio”.

Curioso anche il richiamo di entrambe le testate al mondo cattolico: Travaglio ammicca da tempo al mondo cattolico democratico-progressista nel cui alveo Conte si riconosce e che fa del pacifismo perorato da Papa Francesco un perno sistemico; Belpietro non fa mistero di privilegiare il mondo cattolico conservatore, specie nelle frange che oggigiorno hanno preso una posizione chiara su pandemia e ordine mondiale. Dietro Draghi, sono ben identificati anche i rivali: Renzi, ovviamente, ma anche Luigi Di Maio, pecorella smarrita di Travaglio e simbolo dei mali del grillismo per Belpietro, e, in forme diverse, Enrico Letta. “Soldato Enrico” per Belpietro, nemico del M5S a guida Conte e delle sue strategie per Travaglio.

Dove condurranno queste convergenze parallele?

Fatto e Verità mirano a costruire una critica politica del draghismo, interiorizzata dall’opposizione palese (Fdi) e quella velata (l’ala contiana) per muoversi contro la tentazione di una cristallizzazione di un equilibrio che oggigiorno appare comunque già precario. Il limite di questo approccio? Il richiamo a alternative già spese come il campo largo progressista a guida Conte o il sovranismo, che hanno dimostrato di lasciare il tempo che trovano. Ma la guerra in Ucraina ci ha ridato una vera stampa di opposizione. Agguerrita, spesso semplificatrice, ma necessaria: per ricordarci, con tutti i suoi limiti, il valore del dibattito in democrazia.