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La sicurezza di una città è prima di tutto collaborazione

La sicurezza? Non solo appannaggio delle forze dell'ordine ma anche dei cittadini. L'intervento di Giulia Pastorella

Controllo, tecnologia e cultura per una Milano più sicura

Vero, Milano non è Gotham City ma per il 2020 Milano si è posizionata penultima nella graduatoria sicurezza e reati della Classifica Qualità della Vita sviluppata dall’Università La Sapienza per Italia Oggi. Ci sono ampi margini di miglioramento su tutti i fronti: di reati contro la persona e il patrimonio, alle truffe informatiche.

Vediamo alcune proposte per provare a tracciare una nuova rotta.

Controllo di qualità e collaborativo

Il controllo del territorio è chiaramente importante per prevenire e combattere il crimine e Sala ha proposto di assumere altri 500 vigili per migliorare su questo fronte. Ma è ciò che serve?

L’Osservatorio dei Conti Pubblici guidato da Carlo Cottarelli ha rilevato che il personale di forze di polizia ogni 100 mila abitanti in Italia è tra i più alti in Europa e Milano ha il record assoluto delle città italiane – ben 2,26 forze di polizia ogni 1.000 abitanti – eppure i milanesi sono convinti che la polizia locale non contribuisca efficacemente alla sicurezza urbana e il 90% dei cittadini non sa neppure dell’esistenza dei vigili di quartiere. Quindi, oltre ad aumentarne il numero, sarebbe auspicabile una diversa gestione dei vigili urbani, rilanciando la presenza in strada e nei quartieri, sotto direzione dei Municipi.

La funzione di controllo, inoltre, non è unicamente appannaggio delle forze dell’ordine. Progetti di “sicurezza partecipata”, come le reti di vicinato, sono un ottimo modo con cui cittadini e forze dell’ordine possono presidiare il territorio. Si tratta di iniziative presenti in molte città, che spesso contribuiscono a creare un forte senso di comunità e integrazione; a Londra, per esempio, esiste una Neighbourhood Watch a cui gli immigrati sono incoraggiati a partecipare.

Tecnologia e coordinamento

La tecnologia può supportare gli sforzi per la sicurezza in molti modi diversi. Vediamone alcuni.

A Milano ci sono oltre 2.000 telecamere pubbliche che monitorano il territorio, a cui si aggiungono quelle private. Per integrare le due reti, nel febbraio 2019 il Comune aveva lanciato un’Anagrafe delle telecamere private che riprendono aree pubbliche, per facilitare il lavoro delle Forze dell’Ordine. Nonostante l’utilità del progetto, a ottobre 2020, solo 30 telecamere private erano state censite in Anagrafe, un numero davvero troppo esiguo. Propongo quindi di aprire un canale con le associazioni di categoria, quali l’Associazione Nazionale degli Amministratori Condominiali e Immobiliari, per rilanciare il progetto.

Sarebbe poi auspicabile introdurre un security operation center (annunciato dal Comune nel 2017 ma mai completato) da dotare di strumenti per gestire in modo ancora più integrato ed efficace le infrastrutture territoriali, fare risk management e coordinare tutte le centrali operative (polizia locale, polizia di stato, carabinieri, guardia di finanza, vigili del fuoco, 118, protezione civile, prefettura, regionale e comunale, ATM, A2A e AMSA).

Cultura della legalità e prevenzione

Infine, la cultura della sicurezza è fondamentale. Per cultura intendo la consapevolezza che la sicurezza si ottiene attraverso un lavoro di lungo periodo che costituisce il cuore della prevenzione contro il crimine.

Al centro di queste iniziative ci devono essere i quartieri più periferici, dove spesso mancano le opportunità e la dispersione scolastica è più alta (numeri da capogiro in alcune zone: Comasina al 23%, Quarto Oggiaro al 22,9% e Farini al 22,2%). Agire su scuola, attività pomeridiane (come sport e centri di aggregazione) è fondamentale per evitare che i ragazzi più fragili finiscano a guardare alla criminalità come a un’alternativa.

Un’iniziativa interessante presente in altri paesi europei, oltre che negli Stati uniti e in Canada, è quella del Community Service (direi una cosa sime al nostro servizio civile). Si tratta di una forma di volontariato, non sempre volontario, in cui i giovani forniscono servizi alla comunità, creando legami, opportunità e senso di appartenenza. Spesso queste ore di servizio sono obbligatorie per completare un corso di studi (come l’International Baccalaureate, o talvolta anche alcuni corsi universitari) o per riscattarsi da una sentenza penale. Avere più ore di questo genere nelle scuole in quartieri o realtà difficili potrebbero evitare ai giovani di perdersi in derive criminali. Per non parlare di quanto è importante ridurre la centralità delle pene detentive per abbassare le recidive.