Innocenti in carcere, le storie nello spot per il sì ai referendum

Un quesito referendario sulla giustizia di domenica riguarda lo stop agli abusi del carcere preventivo. Le storie nello spot per il sì

Giovanni, associazione per delinquere, 90 giorni di carcere. Giulia, falso in bilancio, 86 giorni di custodia cautelare. Nicola, associazione per delinquere di stampo mafioso, 800 giorni di carcere. Gianluca, corruzione, 75 giorni di carcere. Rosario, traffico di droga, 180 giorni di carcere. Gianfranco, tentata estorsione aggravata, 730 giorni di carcere. Simone, furto, 195 giorni di carcere. Luigino, violenza sessuale su minore, 1460 giorni di carcere. Riccardo, furto, 210 giorni di custodia cautelare.

Franz, induzione alla prostituzione minorile, 270 giorni di carcere. Rocco, traffico internazionale di stupefacenti, 150 giorni di carcere.

Giovanni, Giulia, Nicola, Gianluca, Rosario, Gianfranco, Simone, Luigino, Riccardo, Franz, Rocco: tutti finiti in carcere da innocenti.

Mille persone all’anno in carcere da innocenti

Sono le loro storie che il Comitato per il sì ai 5 referendum sulla giustizia, per cui si voterà domenica 12 giugno, ha scelto per racchiudere nei pochi secondi della durata di uno spot sintetizzando un dato che pone l’Italia al quinto paese nell’Unione Europea per il più alto tasso di detenuti in custodia cautelare (il 31%, un detenuto ogni tre)

Nel nostro Paese,  mille persone all’anno finiscono in carcere ma poi risulteranno innocenti.

Secondo il Comitato per il sì, dal 1992 al 31 dicembre 2020 si sono registrati 29.452 casi.

Il secondo quesito referendario propone di porre limiti agli abusi della custodia cautelare. In caso di affermazione dei sì, resterebbe in vigore la carcerazione preventiva per chi commette reati più gravi e si abolirebbe la possibilità che di procedere alla privazione della libertà in ragione di una possibile “reiterazione del medesimo reato”.

«Questa», spiega il Comitato, «è la motivazione che viene utilizzata più di frequente per disporre la custodia cautelare, molto spesso senza che questo rischio esista veramente».

Tre storie dietro i volti dello spot

I volti dello spot sono quelli di attori, nomi e circostanze, così come le storie sintetizzate nel video sono vere. Ne abbiamo ricostruite alcune.

Giulia è Giulia Ligresti. Milanese, figlia del costruttore Salvatore Ligresti, accusata di falso in bilancio, ha trascorso 36 giorni in carcere e 50 agli arresti domiciliari.

Il 17 luglio 2013 venne arrestata dal gip di Torino in qualità di vicepresidente (senza deleghe esecutive) della società Fondiaria, la compagnia assicurativa del padre Salvatore. Dimessasi da ogni carica, il 2 agosto chiese di patteggiare e il 28 agosto passò agli arresti domiciliari. Quindi il 3 settembre ottenne dal gip il patteggiamento a 2 anni e 8 mesi, tornando libera il 19 settembre. Nell’ottobre 2018, per Giulia Ligresti  l’arresto nell’ottobre per scontare la pena patteggiata.

L’assoluzione il primo aprile 2019 “perché il fatto non sussiste”.

Gianfranco è Gianfranco Solla. Napoletano. Come si legge sul sito errorigiudizari.com, era “accusato di minacce per convincere due coniugi a restituire un prestito usurario, in realtà non ha mai partecipato all’episodio intimidatorio che avrebbe dovuto incastrarlo. Condannato con sentenza definitiva, viene riconosciuto innocente solo dopo un processo di revisione”.

Luigino è Luigino Cannella. Ex appuntato dei carabinieri della provincia di Ascoli, ha subito la gogna di quattro processi, trascorrendo in carcere da innocente 1450 giorni, con l’accusa di violenza sessuale sulla figlia disabile e maltrattamenti in famiglia.

A denunciarlo era stata la moglie, che si era inventata tutto e aveva costretto i figli a mentire davanti al giudice. Il 26 luglio 2018 Cannella rilascia una intervista al Resto del Carlino: «Per una ingiustizia ho perso tutto: la casa, la famiglia, i figli, la mia posizione economica e l’onorabilità di un carabiniere. Volevo uccidermi. Avevo preparato la corda per impiccarmi, poi ho pensato che non era giusto morire in quel modo per un carabiniere che aveva lavorato 35 anni per far rispettare la giustizia.

Mi sono rimboccato le maniche ed ho cominciato a lottare per la mia reputazione».