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Vajont, anniversario di una strage. E i parenti delle vittime tornano a farsi sentire

Il dolore delle vittime di stragi non si è mai sopito, specie in assenza di giustizia. E ora i cittadini provano a fare fronte comune

Una diga che crolla, uccidendo quasi duemila persone. Un aereo militare che precipita su una scuola durante le ore di lezioni con dodici studenti che non torneranno più a casa e novanta che porteranno per il resto della loro vita i segni di quella tragedia. Vajont, Casalecchio di Reno, ma anche il ponte Morandi. I morti di amianto, le tante vittime di incidenti sul lavoro. L’Italia ha ferite aperte e mai del tutto rimarginate, che continuano a bruciare sulla pelle di chi ha perso un figlio, un fratello, un genitore a causa di un evento accaduto per mano di chi ha anteposto il profitto a tutto il resto. e l’unica maniera che ha per lenire il dolore è quello di impegnarsi perché non accada ad altri.

Il 9 ottobre è l’anniversario della strage del Vajont: la manifestazione a Montecitorio

Per questo, da una tavola rotonda organizzata a Longarone qualche tempo fa, proprio nel paese che fu distrutto dal disastro del 1963 (1910 vittime), dall’associazione cittadini per la memoria del Vajont, è nata l’idea di fare fronte comune, dando vita a “Noi, 9 ottobre”, una causa che coinvolge associazioni di familiari delle vittime, sindacati, associazioni, parenti di morti sul lavoro, semplici cittadini. E una manifestazione che si terrà in piazza Montecitorio a Roma sabato 9 ottobre, anniversario della strage del Vajont e dal 2011 giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati causati dall’incuria dell’uomo.

«All’incontro di Longarone, a cui hanno partecipato numerose associazioni e movimenti arrivati da tutta Italia, sono stati invitati come relatori Raffaele Guariniello, Felice Casson, Alessandra Guarini, Laura Mara, Luca Masera», spiegano i promotori, «Il nostro scopo, come vittime di stragi compiute nel nome del profitto, era quello di farci aiutare da esperti a dare una forma giuridicamente corretta alle nostre richieste per superare il disagio, il dolore, la rabbia, la delusione e l’impotenza che si prova nel corso dei processi, ma anche sostenere la nostra ferma volontà di contribuire a cambiare le cose, rendere più efficace e umana la ricerca di verità e giustizia nelle aule dei tribunali. La società civile ha una sua lingua, quella condivisa da noi tutti, la legge e il diritto parlano un’altra lingua incomprensibile ai cittadini che sono comunque chiamati a rispettarla perché, come si sa, la legge stessa non ammette ignoranza».

«Sopravvissuti e superstiti», dicono, «nei processi diventano vittime una seconda volta quando si scontrano con le dinamiche della legge, sottomesse alle regole dei codici e dalle sue interpretazioni piuttosto che al perseguimento di verità e giustizia».

«Durante i processi, le vittime vengono vissute come un disturbo da emarginare, come se la giustizia non fosse un fatto che le riguardasse, come coloro che cercano vendetta, un colpevole a tutti i costi, condanne esemplari o risarcimenti sostanziosi. Il cappio e i soldi non sono in realtà quello che li muove. La lotta che li impegna e li prova, psicologicamente ed economicamente per una vita intera ha un solo scopo: ottenere giustizia e verità», dichiarano nel documento che traccia il percorso compiuto in vista della manifestazione in piazza Montecitorio a Roma di sabato 9 ottobre.

L’appello delle vittime di stragi: “Sicurezza sul lavoro è basilare”

Nel loro appello spiegano: «Non ci rassegniamo all’idea che in qualsiasi momento, in un posto qualsiasi del Paese, ai danni di persone ignare, una montagna possa franare su una diga (Vajont), o che una diga fatta di fango possa precipitare a valle (Stava), una nave  passeggeri entri in collisione con una petroliera (Moby Prince), un aereo militare precipiti su una scuola (Casalecchio di Reno) o abbatta una funivia (Cavalese), che sostanze tossiche e cancerogene vengano impiegate nei cicli produttivi e rilasciate nell’ambiente (Amianto, Cvm, Pfas, Pcb), che ponti possano crollare per mancanza di manutenzione (Genova), che edifici pubblici possano essere costruite senza rispettare le norme antisismiche (Amatrice, Norcia, Centro Italia), che infrastrutture possano essere esposte a rischi prevedibili (Torre piloti di Genova), che un treno di materiali infiammabili possa deragliare tra le case (Viareggio), che un altoforno possa esplodere (Torino), che lavoratori cadano dai ponteggi per il mancato rispetto delle norme di sicurezza».

«Pariamo proprio dalle tante morti sul lavoro di questi ultimi», dice Gianni Devani, ex docente di Elettronica, nel 1990 vicepreside del Liceo Salvemini di Casalecchio di Reno, la scuola in cui un aereo militare, abbandonato dal pilota, il 6 dicembre di quell’anno, precipitò uccidendo dodici studenti e lasciando invalidità permanenti su altri novanta.

«L’accadere ravvicinato di incidenti mortali ha portato la questione sulle prime pagine dei giornali, mettendo al centro dell’agenda politica la sicurezza sul lavoro. Ma, passata la morbosità del momento, al momento dell’accertamento dei fatti, le famiglie dei caduti si ritroveranno sole davanti a una controparte potente», dice Devani.

L’ex vicepreside respinge l’etichetta di giustizialista con la quale potrebbe essere bollata la manifestazione del 9 ottobre: «Ognuno ci veda quello che vuole vedere, noi vogliamo che alle vittime venga garantita uguali dignità e diritti riservati a indagati e imputati».

«Nel nostro ordinamento», prosegue Devani, «la figura della vittima ha un ruolo marginale, relegato a quello di sola parte civile. Non c’è equilibrio: perché non prevedere anche per le vittime il gratuito patrocinio?».

“Si pensi al benessere dei cittadini, non al tornaconto economico”

Emmanuel Diaz, colombiano, è dal 2005 in Italia, quando insieme al fratello Henry aveva raggiunto la madre, emigrata da un piccolo centro vicino Medellin a Genova dieci anni prima. Henry, aveva 30 anni, è una delle 43 vittime del crollo del Ponte Morandi del 14 agosto 2018.

«Cosa racconta la tragedia in cui è morto mio fratello», dice, «se non che dietro ogni disastro c’è qualcuno che pensa al proprio tornaconto economico?. Dalla mia esperienza ho capito che puoi essere catapultato da un momento all’altro in un mondo, quello della giustizia, dove ti rendi conto che non corrisponde al vero quella scritta che campeggia nelle aule dei tribunali “La legge è uguale per tutti”».

E di “stragi del profitto” parla Mario Sanna, che nel terremoto che distrusse Amatrice il 24 agosto 2016, ha perso il figlio Filippo, 22 anni. Oggi opera a Rieti con un’associazione , “Il sorriso di Filippo”, che  promuove iniziative culturali e di prevenzione in campo sociale rivolte soprattutto ai giovani.

Il nodo della riforma Cartabia su improcedibilità e prescrizione

Sanna tocca un punto importante del documento che il 9 ottobre il Comitato porterà a Roma: la durata dei processi. Questione che incrocia inevitabilmente la riforma della giustizia firmata Cartabia su improcedibilità e prescrizione: «Non si tratta di giustizialismo ma di giustizia. Fare i processi e non allungarli tutta la vita perché i reati beneficino della prescrizione è una richiesta legittima, mi pare».

Istanze, quelle di Devani, Diaz, Sanna che sono nelle richieste che i manifestanti presenteranno alla politica: «Richiediamo venga fissata la durata dei processi», «vogliamo venga tutelato il diritto di ogni persona a vivere in un ambiente sano», fino ad arrivare alla «creazione di una Procura nazionale unica altamente specializzata per i disastri che riguardano reati sulla sicurezza del lavoro, ambientali, calamitosi e anche alimentari, così come è avvenuto per i reati contro la mafia e il terrorismo, al fine di ottenere il più qualificato e rapido svolgimento delle indagini e dei processi». Chiedendo anche una «modifica alla legge n.101/2011 che istituisce la “Giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali” eliminando la parola “incuria”, che minimizza le responsabilità».