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Clima. Perché la Cop26 di Glasgow e il G20 di Roma hanno fallito

L'Indonesia parla di accordo "non vincolante". I sauditi resistono sulle Fossili, Brasile e Australia su carbonio ed emissioni

G20 di Roma e COP26 a Glasgow, tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre in Europa è tirata aria verde. La questione ambientale è stata al centro due vertici tra – quasi tutti – i potenti della terra, per giorni i mass media non hanno parlato d’altro che delle potenzialità della rivoluzione ecologista su tutti gli aspetti delle nostre vite, dai macro-temi alla quotidianità.

Cop26, quali risultati?

Prima ancora che la COP26 volga al termine – venerdì 12 novembre – la ventata verde sembra iniziare a dare i primi segni di ridimensionamento. Ferdinando Cotugno su Domani ha parlato di “uno scricchiolamento dell’architettura del negoziato” su tre punti cruciali: la richiesta di risarcimenti da parte di paesi in via di sviluppo, quantificati tra i 290 e i 600 miliardi di dollari; le resistenze di paesi di spessore nei confronti di fonti inquinanti, l’Arabia Saudita sulle fossili e Brasile e Australia per carbonio ed emissioni; la partecipazione tutt’altro che disinteressata – ma anche giustificata in una Conferenza di tutte le parti sul clima – di una cospicua rappresentanza di aziende petrolio, gas e carbone (che uniti rappresenterebbero una delegazione più grande di qualsiasi altro stato alla conferenza).

G20 e COP26, un impianto che vacilla

L’impianto negoziale di Roma e della prima settimana di Glasgow inizia a vacillare, a causa della natura stessa degli accordi. L’Indonesia ha definito il documento sulla deforestazione, che aveva firmato alcuni giorni fa, come “non vincolante” perché ingiusto. Una definizione che rischia di diventare una pietra tombale sulla realizzazione di accordi che rimangono solo su carta, o peggio che diventano carta straccia. La Corea del Sud ha subito rincarato la dose, affermando che gli impegni firmati per l’uscita dal carbone come fonte d’energia siano “solo intenzioni, non impegni”.

L’elenco dei ripensamenti e delle questioni formali che diventano di sostanza potrebbe proseguire, ma a pochi giorni dalla conclusione dei due meeting è possibile fare un bilancio, provvisorio ma comunque complessivo dei risultati di G20 e COP26.

Per cominciare, i due eventi hanno subito un’aspettativa forse esagerata. C’era un collegamento – anche voluto dal calendario – per concentrare un ciclo di incontri centrali, ma che non potevano essere decisivi: non è pensabile risolvere un tema come quello ambientale con due meeting, per quanto preparati dalle diplomazie e dai think tank nel corso di tutto l’anno. Soprattutto COP26, che vede la presenza di 190 stati e oltre 2200 organizzazioni ed enti, è un organismo straordinario ma che soffre di fragilità e lentezze: un colosso le cui decisioni devono essere sottoscritte da tutti i partecipanti vive di equilibri estremamente fragili, compromessi, ripensamenti e ribassi. “Il vero limite costitutivo di queste conferenze è nell’assenza di vincoli per gli impegni scritti” per Alan Fabbri di Limes. Un peccato originale estendibile a molti organismi dell’ONU e a tante altre organizzazioni internazionali – basti pensare all’Unione Europea. All’assenza di vincoli si aggiunge l’ambiguità sulle scadenze per gli impegni: il taglio delle emissioni “entro la metà del secolo”; nessuna data per la fine dei sussidi ai combustibili fossili o per il carbone. 

I risultati del G20

In ogni caso, è possibile intravedere risvolti positivi nella lotta al cambiamento climatico. Per la prima volta il G20 ha messo nero su bianco la volontà di mantenere entro il tetto massimo di 1,5 gradi centigradi il riscaldamento globale per metà secolo. Il vertice ha deciso la fine dei finanziamenti statali per nuove centrali a carbone, che è considerato il più grande contributore al cambiamento climatico. Cento leader della terra si sono impegnati alla COP26 per stanziare 20 miliardi di dollari contro la deforestazione entro il 2030, c’è anche Jair Bolsonaro, presidente brasiliano che vanta una serie di accuse all’Aia per crimini contro l’umanità a causa delle sue politiche ambientali.

In queste settimane sui tavoli negoziali dei leader della terra. Un primo punto importante è solo in apparenza formale: il primo G20 e la prima COP in presenza dopo la pandemia sanciscono un importante ritorno al multilateralismo. Roma e Glasgow sembrano aver cancellato gli strascichi di approccio unilaterale, sembra passata la tendenza al primato di America, Italia o Europa. Un clima di pace al G20, con le strette di mano tra Mario Draghi e Ursula von der Leyen e il “dittatore” Erodogan – vi ricordate il Sofa-Gate? A guastare la festa ci hanno pensato Putin e Xi Jinping che, ufficialmente per causa della pandemia, hanno disertato i vertici e avvelenato il clima con le richieste di riconoscimento dei vaccini e dei green pass autoctoni e accuse di strumentalizzazione di pandemia. Le assenze rumorose di importanti leader globali – e inquinanti – “che non vogliono sedersi a un tavolo in cui non starebbero a capotavola” come sottolineato dal podcast Globally di Ispi e Will – mette in salita la strada. 

G20, affrontato anche il tema dei vaccini

Non solo ambiente – ma pur sempre la salute – riguarda il tema dei vaccini. Il G20 ha prolungato il programma Covax a tutto il 2022, con l’obbiettivo comune globale di raggiungere la vaccinazione del 40% della popolazione di tutti i paesi del mondo – al momento è il 39 a livello globale, ma negli stati africani è complessivamente al 5% – e il 70% entro il prossimo anno. Il problema non è più la produzione ma la distribuzione dei vaccini, con la logistica planetaria che sta causando dei “colli di bottiglia” che non dovrebbero permettere di raggiungere la soglia del 40% prima di metà 2022.

Il G20 e l’obiettivo di una tassa minima globale

A livello economico, soprattutto il G20 ha segnato un punto importante con la tassa globale minima: una vera e propria rivoluzione che fissa al 15% la tassazione per le multinazionali – compresi i giganti digitali come Google o Amazon – e che stabilisce un meccanismo di redistribuzione dei proventi, stimati intorno ai 150 miliardi di dollari annuali. Si aggiungono poi 600 miliardi di dollari destinati dal Fondo monetario internazionale per il rilancio dell’economia di paesi in difficoltà. Il G20 ha infine esteso la sospensione del pagamento degli interessi per i paesi fortemente indebitati. Rimane l’inconveniente del cosiddetto “effetto stigma”: i paesi che aderiscono a queste misure di supporto e rinegoziazione del debito subiscono un ribasso nei mercati, come nel caso dell’Etiopia che ha visto un declassamento dei suoi titoli pubblici subito dopo l’adozione delle misure.

Tra defezioni, promesse e critiche, G20 e COP26 hanno apportato importanti risolviti, non solo a livello ambientale: soprattutto geopolitico ed economico.