Quando il cane da guardia sceglie il potere. Tutti i giornalisti candidati o eletti in Parlamento

Nella legislatura che si chiude sedevano in Parlamento trentatré giornalisti. Quando la stampa sceglie di stare dall'altra parte

Nei paesi di lingua anglosassone esiste una definizione, watchdog journalism, che viene tradotta in italiano con “giornalisti cani da guardia del potere”.  Indica la funzione che la stampa dovrebbe svolgere in una democrazia: informare sulle attività istituzionali svolte dai rappresentanti eletti e verificare il mantenimento degli impegni assunti nei confronti degli elettori.

Ma cosa succede quando il rappresentante eletto è un giornalista? In Italia molti giornalisti sono diventati parlamentari, tanto che nel Parlamento uscente se ne contavano ben trentatré che nel 2018 avevano abbandonato la professione per entrare nei due rami del Parlamento.

I giornalisti probabili candidati

Anche alla prossima scadenza elettorale, sulle schede compariranno nomi di giornalisti, alcuni noti al grande pubblico perché volti televisivi, altri meno perché impegnati nel lavoro di cucina redazionale, quello che si svolge dietro le quinte.

Tra i papabili ci sono il direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano, le cui simpatie politiche sono ben note, essendo stato bacchettato per aver partecipato alla convention milanese di Fratelli d’Italia, dove invece che moderare un dibattito, fece un intervento sul conservatorismo.

Sangiuliano, corteggiato sia da Giorgia Meloni sia da Matteo Salvini, potrebbe però non accettare. In Rai, dopo il 25 settembre, ci sarà un balletto delle direzioni delle testate giornalistiche e, nel caso di vittoria del centrodestra, data ormai per scontata stando ai sondaggi, il giornalista, un tempo pupillo di Giuseppe Tatarella, che nel 1996 gli affidò la direzione del Roma, ambirebbe alla poltrona più prestigiosa, quella di direttore del tg della rete ammiraglia Rai.

Un altro nome che circola è quello di Giovanna Maglie, ex giornalista Rai, ormai opinionista fissa dei talk show politici a forte impronta sovranista in onda sulle reti Mediaset. Per l’ex corrispondente da New York della tv di Stato, si parla di una candidatura nelle fila della Lega. Stesso partito dove potrebbe essere candidata Annalisa Chirico, firma del Foglio. Niente posto in lista, invece, per Hoara Borselli, nonostante negli ultimi tempi l’ex compagna di Walter Zenga, che non ha un lungo curriculum giornalistico, sia diventata una collaboratrice fissa di Libero con i suoi pezzi sempre richiamati in prima pagina.

Nel 2018 entrarono in Parlamento 33 giornalisti

Nelle liste di Impegno Civico, la nuova formazione di Luigi Di Maio, troverà sicuramente posto Primo Di Nicola, senatore uscente, che ha seguito il ministro degli Esteri nella scissione dai Cinque Stelle. Di Nicola è stato direttore de Il Centro di Pescara e una delle principali firme del settimanale L’Espresso, quando entrambe le testate non erano ancora state acquisite dalla Gedi per poi essere cedute sul mercato.

Un altro giornalista che nel 2018 era entrato in Senato col Movimento Cinque Stelle, Gianluigi Paragone, sarà candidato nella formazione da lui creata, Italexit, se la stessa riuscirà a raccogliere il numero di firme sufficienti per presentare le liste ed essere ammessa alla competizione elettorale. Paragone, che è stato direttore del quotidiano leghista La Padania (che ha cessato le pubblicazioni nel 2014) e condirettore di Libero, era stato candidato sull’onda del successo di un suo programma su La 7, che rilanciava le parole d’ordine anticasta dei grillini.

La caporedattrice del Tg2 Chiara Prato ha ufficializzato la propria intenzione di candidarsi con l’Unione Popolare di Luigi de Magistris, mentre non hanno avuto fortuna le numerose interlocuzioni che il direttore degli approfondimenti Rai Antonio Di Bella ha avuto con il segretario del Partito democratico Enrico Letta. Troppi pretendenti al seggio tra i dem, per lasciare spazio al figlio dell’ex direttore del Corriere della Sera Franco Di Bella.

Chi ci riprova e chi è stato escluso

Molti degli onorevoli-giornalisti uscenti non saranno ricandidati, sia per la riduzione del numero dei parlamentari (da 630 a 400 deputati alla Camera, da 315 a 200 i senatori), altri vedono la rielezione a rischio. E’ il caso di Andrea Cangini, ex direttore del Quotidiano Nazionale e del Resto del Carlino che, lasciata Forza Italia, dovrebbe correre sotto le insegne di quello che cerca di accreditarsi come Terzo polo, ovvero la coalizione elettorale formata da Italia Viva di Matteo Renzi e Azione di Carlo Calenda.

Sicuramente troverà un posto in lista Giorgio Mulè, ex direttore di Panorama, che nel 2018 fu tra i 59 neodeputati di Forza Italia. Non si sa, però, se sarà ricandidato in Liguria, viste le frizioni recentemente avute con un altro giornalista, suo ex collega a Mediaset, il governatore della Liguria Giovanni Toti. Mulè, in uno scambio velenoso di tweet ha definito il presidente ligure (che non si candida alle politiche) “Un Dibattista un po’ in. sovrappeso”.

Tommaso Cerno, ex condirettore di Repubblica e direttore dell’Espresso, senatore uscente del Pd, non sarà ricandidato. Forse per questo oggi dice che “il Pd è inadeguato a governare” contestando le candidature del virologo Andrea Crisanti e dell’economista Carlo Cottarelli, che definisce “tagliatore di spesa pubblica” e “l’opzione di un partito disperato che non ha costruito un’idea di futuro”. Nella legislatura che volge al termine Cerno ha votato 27 volte diversamente dal gruppo parlamentare di appartenenza e non si può certo definire uno stacanovista: secondo il sito Openpolis è stato assente al momento del voto in aula nel 60,92% dei casi.

Anche Salvini e Meloni sono giornalisti

Due giornalisti sono sicuri di sedere nel prossimo Parlamento: sono Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Entrambi sono iscritti all’Ordine (iter giornalistico per i due nei giornali dei rispettivi partiti), anche se hanno, per ovvi motivi, accantonato la professione per occuparsi esclusivamente di politica.

Giornalista sono anche Maurizio Gasparri, oggi in Forza Italia, Roberto Giachetti (Italia Viva), Emilio Carelli: quest’ultimo ex direttore di Sky tg24 nel 2018 è stato eletto col Movimento Cinque Stelle e oggi è in Impegno civico con Luigi Di Maio.

Data la strutturazione dell’Ordine dei giornalisti in due distinti albi, quello dei professionisti (che esercitano in via esclusiva la professione) e quello dei pubblicisti (che svolgono attività giornalistica collateralmente a un’altra professione principale), il numero dei giornalisti presenti in Parlamento va ben oltre i trentatré elencati.

In Italia quello dei giornalisti che scelgono di stare “dall’altra parte” è una lista lunghissima. E’ da decenni, infatti, che la politica “prende in prestito” per periodi più o meno lunghi volti noti del giornalismo televisivo o le firme più illustri della carta stampata.

Una lista lunghissima di giornalisti “dall’altra parte”

Andando indietro nel tempo, spiccano nomi eccellenti: da Pietro Ingrao, prima alla direzione dell’Unità poi alla presidenza della Camera, fino a Luigi Einaudi, firma della Stampa, del Corriere della Sera e corrispondente dell’Economist, che fu anche il secondo presidente della Repubblica.

Giovanni Spadolini, direttore del Corriere della sera e politico nel partito repubblicano, arrivò a ricoprire il ruolo di presidente del Senato e presidente del Consiglio. Ma i nomi sono davvero tanti: Sergio Zavoli, volto noto in tv alla Rai, entrò al Senato con i Ds nel 2001. Gianni Letta, ex direttore del Tempo, braccio destro di Silvio Berlusconi è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio. E anche Paolo Bonaiuti, deputato Pdl e portavoce storico di Berlusconi, era stato vicedirettore del Messaggero. Paolo Guzzanti, ex vicedirettore del Giornale, fu eletto deputato nelle fila del Popolo delle libertà.

Tra i giornalisti storici che hanno intrecciato giornalismo e politica ci sono stati per il gruppo di Repubblica, due tra i fondatori: Miriam Mafai che nel 1994 aderì  al partito Alleanza Democratica e alle elezioni di quell’anno viene eletta alla Camera per la coalizione di centrosinistra dei progressisti. E il “padre'” del quotidiano, Eugenio Scalfari che venne candidato dal Psi alle elezioni politiche del 1968, anche se si trattò di una sorta di elezione “salvataggio”. Scalfari infatti fu eletto deputato, come indipendente nelle liste del Partito socialista, per evitare il carcere grazie all’immunità parlamentare per l’inchiesta sul SIFAR che fece conoscere il tentativo di colpo di Stato chiamato ‘piano Solo’ e per il quale fu querelato dal generale De Lorenzo.

Da sinistra e da destra

Dall’Unità, oltre a Ingrao, provengono soprattutto ex direttori: Massimo D’Alema direttore nell 1988 e Walter Veltroni nel ’92, nominato direttore del quotidiano nonostante fosse solo giornalista pubblicista (del resto spesso la direzione dell’Unità aveva una doppia guida, editoriale e politica, quest’ultima affidata a dirigenti del partito). Ma anche Furio Colombo, ex Rai e poi direttore dell‘Unità dal 2001 al 2005, deputato con i Ds già dal ’96 e poi  deputato Pd.

Ci sono poi i politici provenienti dall’area del Secolo d’Italia: Francesco Storace inizia lì  la sua carriera e poi diventa capoufficio stampa del Msi-Dn e in seguito di Alleanza Nazionale; entra in Parlamento per la prima volta nel ’94 ed è eletto presidente della regione Lazio nel 2000. Italo Bocchino, ex deputato di Futuro e Libertà, aveva alle spalle la militanza nel Msi, portavoce di Giuseppe Tatarella e poi l’assunzione al Secolo quando nel ’96 venne eletto alla Camera.

Il gran rifiuto di Montanelli

Dal mondo Rai provenivano anche Francesco Pionati  e David Sassoli, entrambi ex Tg.  Breve esperienza politica per Michele Santoro, candidato al parlamento europeo nel 2004 con l’Ulivo di Prodi: ma appena un anno dopo si dimise perché ottenne il reintegro in Rai dalla quale era stato allontanato a causa del famoso “editto bulgaro”. Esperienza analoga per Lilli Gruber che eletta con l’Ulivo di Prodi nel 2004 nel Parlamento Ue, si dimise nel 2008 per tornare a fare la giornalista.

Un giornalista rifiutò invece l’offerta di entrare in politica: Indro Montanelli. La proposta di candidarsi la ricevette da Ugo La Malfa, presidente del Partito repubblicano e suo amico personale. Era il 1972. Montanelli però non accetto e fece ‘girare’ la proposta a Spadolini.