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Chi è Gianluigi Paragone, il candidato sindaco di Milano con nostalgia di un posto in Rai (che bersaglia in Parlamento)

Il senatore di Italexit Gianluigi Paragone si candida a sindaco di Milano. Ma perchè non candidarsi nella "sua" Varese?

Gianluigi Paragone, ex leghista, ex grillino, ex padano, si candida a sindaco di Milano. Lunedì 21 giugno è attesa la sua conferenza stampa in città per l’annuncio ufficiale. Un ritorno in Lombardia dopo lunga assenza fra Palazzo Madama e le televisioni. Quella dell’ex conduttore de La Gabbia è una mossa che ha colto un po’ di sorpresa il panorama milanese visto che Paragone, nella metropoli lombarda, non ha mai fatto politica attiva. Tanto che in molti, alla classica domanda da sondaggi “chi è Gianluigi Paragone?”, non sanno dare risposta. Ora ha la possibilità di mettersi alla prova. Quali saranno le sue posizioni sui dossier più caldi della città? Scali ferroviari e nuovo stadio di San Siro sono solo due di questi, ma l’elenco sarebbe lungo. Di interviste per chiarire con quale programma si candida a Palazzo Marino e su quale piattaforma programmatica, per ora, nemmeno l’ombra. Il fondatore di Italexit, infatti, ha preferito “il fortino” della conferenza stampa.

Un sovranista a Milano? Poco (o nulla) performante

L’ingresso del giornalista-politico in campagna elettorale scalda l’ambiente in un’estate già torrida. Come reagirà la Milano dalla storia moderata e dei riti ambrosiani alla candidatura di un sovranista a Milano? Le tematiche del “No Euro, No Europa, No Austerity” fanno presa in tante altre città, non certo nel capoluogo lombardo. Dove l’europeismo milanese ha sempre garantito un buon successo al Partito Democratico, anche in tempi duri per il centrosinistra. A Varese, città di Gianluigi Paragone, le tematiche anti-Euro avrebbero avuto già più ascolto. Perché, dunque, correre Milano e non in patria, dove anche Roberto Maroni ha dato forfait?

La scelta di Gianluigi Paragone: perchè Milano e non Varese?

Per mettersi alla prova Gianluigi Paragone abbia scelto proprio la città italiana “delle banche” (sue eterne nemiche nell’attività in Commissione da senatore). Che rapporto avrà con il centrodestra milanese e la situazione da stallo alla messicana venuta a crearsi in questi mesi, dove Beppe Sala sta facendo campagna elettorale praticamente da solo senza nemmeno troppo spingere sull’acceleratore.

Nonostante le rassicurazioni di Licia Ronzulli e di alcuni colonnelli salviniani, che si mostrano ottimisti alle telecamere, la discussione sul candidato è (ancora) in stallo perché sta coinvolgendo tutti: Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia ma anche partiti “minori” come Noi con l’Italia e varie nicchie di civismo di centrodestra. E in una città dove il candidato sindaco della destra, qualunque esso sia, avrà una strada impervia da percorrere, anche Paragone potrebbe ritagliarsi un ruolo, soprattutto al secondo turno.

Ecco la ratio dietro la candidatura, mormorano anche a destra le malelingue. Dare fastidio alla coalizione dove anche pochi punti percentuali possono fare la differenza e rappresentano un capitale politico da spendersi in ben altre partire. Chi ricorda? Il Corrado Passera del 2016 che corse per poi ritirarsi all’ultima curva. Sovranisti o banchieri, la tattica non cambia.

Il 2% di Gianluigi Paragone che potrebbe essere utile al centrodestra

In uno scenario di ballottaggio centrodestra-Beppe Sala, ogni voto diventa importante, prezioso come un diamante. Tanto che qualche lista, alla coalizione originaria, fa sempre in tempo ad aggiungersi. E di certo ad un centrodestra in rincorsa, anche il 2% di Paragone potrebbe fare comodo. Ma quando si tratta – si sa – si è almeno in due. Come in battaglia.

Tv e Gianluigi Paragone: un percorso con ottimi guadagni

E quale battaglia potrebbe scegliersi Paragone a Milano? Sicuramente è tentato dall’altro chiodo fisso della sua attività politica. La Rai. Proprio mentre si torna a discutere dello spostamento alla Fiera di Milano del Centro di Produzione della televisione pubblica. Con la stampa della Capitale legata a Caltagirone che è su tutte le furie. Paragone la Rai la conosce bene. Basta spulciare nella sua scheda di attività a Palazzo Madama per trovare emendamenti, ordini del giorno, interrogazione, scambi al vetriolo durante le audizioni dei dirigenti di viale Mazzini in Senato.

Manca la televisione a Gianluigi Paragone. Che contestualmente all’addio al piccolo schermo ha visto anche la propria dichiarazione dei redditi scendere vertiginosamente: dai quasi 400mila euro lordi di qualche anno fa fino al misero incasso di “solo” 100.000 euro nell’ultima dichiarazione dell’anno fiscale 2019. Dura vivere solo di politica dopo aver sparato a zero contro la casta. Soprattutto se nel mezzo c’è anche chi si mette fare la guerra dentro lo stesso fronte. Come lo “scazzo” interno ai sovranisti di non troppo tempo addietro. Quando l’influencer Luca Donadel – il giovane torinese iper seguito sui social che si è fatto conoscere nel 2017 per il video sulle Ong “taxi del mare – rivela al pubblico, pardon elettorato, di Paragone che la sua società è in condivisione con un esponente del Movimento delle Sardine. Una brutta botta che mina la credibilità di Paragone nel mondo del “gentismo sovranista” della penisola. Obbligandolo a pensare, nuovamente, a un piano B. Quale può essere?

L’obiettivo di Gianluigi Paragone è tornare in Rai?

Come sempre una delle possibili risposte non cambia: mamma Rai. Un pallino dell’ex front man de L’Ultima Parola. Nel momento in cui si va a vedere l’attività d’aula di Gianluigi Paragone è facile notare che l’unica sua proposta di legge depositata prima firma è l’abolizione del Canone Rai. Curioso no? Chissà cosa ne penseranno i suoi ex colleghi della tv pubblica. Modello BBC o vendetta per essere rimasto senza programma e cacciato in malo modo? A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Nell’attesa di scoprirlo c’è una campagna elettorale per le comunali da costruire e raccontare. Lui, che nel profondo rimane un giornalista e comunicatore di razza, non avrà problemi. Centrodestra milanese permettendo.

di Sara Greta Passarin e Francesco Floris