E anche oggi la legge elettorale la cambiamo domani

Scongiurato il rischio elezioni, i partiti tornano a confrontarsi sulle modifiche alla legge elettorale. Ma un accordo appare lontanissimo

Manca poco più di un anno al termine naturale della legislatura. E appare sempre più difficile che le forze politiche che compongono una delle maggioranze più ampie ed eterogenee della storia della Repubblica si prendano la briga di staccare anzitempo la spina al Governo e di conseguenza, alla legislatura stessa, andando ad elezioni anticipate. Tanto più che, almeno a parole, nessuno pare entusiasta di andare alle urne con la legge elettorale vigente, giudicata frammentaria e poco funzionale.

Legge elettorale: il “Rosatellum” in vigore dal 2017

Era il 3 novembre 2017 quando la legge Rosato (dal nome del deputato allora del Pd e oggi di Italia Viva) entrava in Gazzetta Ufficiale, andando a sostituire definitivamente i preesistenti “Italicum” e “Porcellum”, validi rispettivamente per la Camera il prima e per il Senato secondo e soggetti entrambi a pronunce di parziale incostituzionalità da parte della Consulta.

Che cosa prevede il cosiddetto “Rosatellum”? Un sistema misto in cui un terzo circa dei seggi delle due camere viene assegnato in collegi uninominali (con un sistema maggioritario) e i restanti due terzi vengono conteggiati con il proporzionale e ripartiti quindi rispettando fedelmente le percentuali ottenute alle elezioni.

Si tratta della legge in virtù della quale è stato eletto il Parlamento attuale, uno dei più recalcitranti a trovare un accordo stabile di maggioranza, come dimostrano le giravolte che dal 2018 a oggi hanno portato alla formazione prima del Conte I, poi del Conte II e infine dell’attuale governo di larghissime intese guidato dall’ex capo della Bce. Le trattative per il Quirinale, sostanzialmente fallite data l’incapacità di trovare una quadra su un nome diverso dall’uscente Mattarella, rappresentano per i detrattori del Rosatellum la dimostrazione più plastica dei limiti di questa legge.

Legge elettorale da cambiare: sì, ma come?

Cambiarla, quindi? E come? Tra chi vorrebbe modificarla in senso proporzionale e chi vorrebbe renderla di fatto un maggioritario (quasi) puro, manca di fatto qualsiasi prospettiva di accordo. Nel primo raggruppamento, quanto mai eterogeneo, rientrano – pur con motivazioni e declinazioni diverse – Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Italia Viva, Azione, +Europa e parte di Forza Italia. Fautori di un sistema proporzionale sono invece le due principali forze del centrodestra, Lega e Fratelli d’Italia, senz’altro favoriti da un sistema che per definizione premia i partiti grandi e/o particolarmente radicati in alcune aree del paese.

Nuova legge elettorale, il Parlamento non pare avere fretta

Per ora, comunque, le proposte concrete latitano: al di là del disegno di legge firmato dal senatore Pd Dario Parrini che prevede un proporzionale puro con soglia di sbarramento fissata al 5%, il Parlamento sembra temporeggiare in materia. Anche chi, come Salvini e Meloni, ha più volte espresso gradimento per un sistema in grado di garantire al tempo stesso governabilità e, grazie ai collegi uninominali, un “contatto diretto tra eletto ed elettore”, non ha comunque fatto seguire alle parole i fatti.

E gli strascichi della corsa al Colle, soprattutto nel centrodestra, non contribuiscono ad appianare le cose.

Legge elettorale, chi fa il tifo per il ritorno al proporzionale

L’unica via d’uscita potrebbe giungere da un accordo tra due o più forze in grado di convergere su una proposta credibile. Ecco perché in questo momento sembrerebbe avere più chance un ritorno al proporzionale, che incontrerebbe il favore non solo di due forze, Pd e 5s, alleate ormai da quasi tre anni e ben rappresentate in entrambi i rami del Parlamento, ma anche di alcuni partiti minori (Italia Viva su tutti) che vedono nel maggioritario lo spauracchio dell’irrilevanza.

Il proporzionale premia infatti sia i partiti privi di particolari “roccaforti” sia i piccoli partiti che sperano di aumentare il proprio potere contrattuale nella formazione delle maggioranze di governo.

E se alla fine, per evitare ulteriori fratture, a vincere nella grande partita della legge elettorale fosse proprio lo stallo?