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Il Covid e la marea di denunce che blocca la Procura di Milano

Una marea di scartoffie ha invaso la procura di Milano: sono tutti i casi legati alla pandemia e alle sue conseguenze. Le ragioni del blocco.

di Maria Teresa Santaguida

Un mare di carta: denunce, ipotesi di reato, consulenze tecniche, corrispondenti ad altrettante questioni giuridiche nuove e tutte da valutare. È quello che ha invaso gli uffici della Procura milanese in relazione all’emergenza Covid-19. Almeno da quanto si legge nella relazione annuale a firma della procuratrice generale Nunzia Gatto, che da qualche giorno ha lasciato il posto (occupato con il ruolo di facente funzioni dopo il termine del mandato di Roberto Alfonso) alla collega Francesca Nanni. 

Nelle 165 pagine della relazione, consueta in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, la pandemia del 2020 occupa un posto centrale, perché ha sconvolto l’organizzazione stessa degli uffici: all’interno del sesto dipartimento, diretto dall’Aggiunto Tiziana Siciliano, e specializzato in reati in materia di salute, “è stato costituito – si legge – un gruppo Covid-19 a cui hanno partecipato tutti i sostituti con il potenziamento di due unità aggiuntive”. Il totale dei fascicoli aperti è impressionante. 
Andiamo per ordine di reato dal più grave al meno grave. Se si parla di epidemia colposa ce ne sono “15 a modello 21 (contestazioni contro noti, ossia con nomi e cognomi) e 49 a modello 44 (ignoti)”. Quasi tutti riguardano i “numerosi decessi avvenuti nelle Rsa con sede nel territorio di competenza”, ossia la provincia di Milano, più duramente colpita durante la prima ondata. “Decisamente rilevante” anche il numero di fascicoli per omicidio colposo: “In meno di otto mesi 68 i fascicoli a carico di noti e 178 a carico di ignoti, per ipotesi di responsabilità varie nella gestione della malattia, sia sotto il profilo terapeutico che organizzativo, anche con riferimento ai ‘datori di lavoro’”.

Un’attività immane, se si considera che – scrive Gatto – “le indagini risultano certamente lunghe e complesse per la necessità di supporto medico legale e per l’obiettiva difficoltà di individuazione di sicure leggi scientifiche di copertura”. Per dirla fuori dai termini giuridici, il rischio archiviazione è altissimo. C’è poi il capitolo lesioni colpose: ed è qui che si riscontra il maggior numero di iscrizioni: “169 nei confronti di noti e 590 di ignoti”. Numerose le denunce arrivate da parte di dipendenti di strutture sanitarie e da sindacati. Sono poi in tutto una cinquantina gli esposti “in valutazione per l’incertezza e indeterminatezza degli elementi contenuti e quindi iscritti a modello 45 (cioè senza ipotesi di reato né indagati)”.
Tutte le indagini di questo tipo – spiega la procuratrice – “hanno richiesto un grande sforzo organizzativo, non solo per il numero delle strutture sanitarie interessate, ma anche per la mole di documentazione sanitaria e amministrativa che è stato necessario sequestrare per le valutazioni dei consulenti nominati (tecnici e medici legali)”. Uno sforzo che si traduce in costi enormi per il bilancio della giustizia. Non solo in termini economici, ma anche di tempi.

I procedimenti, infatti, sono appesi al risultato delle consulenze tecniche, in quanto “pregiudiziali a qualsiasi ulteriore valutazione”. Sarà centrale ad esempio quella sul Pio Albergo Trivulzio, considerata la consulenza ‘guida’: dalla relazione assegnata ad un pool di esperti veneti dai pm Clerici e Siciliano (e attesa per i primi giorni di febbraio) si creerà un modello anche per gli altri casi all’esame dei magistrati. Con l’auspicio di uniformare l’orientamento delle toghe anche a livello nazionale.

Alle difficoltà oggettive si aggiunge “il problema dell’esecuzione di atti di indagine (perquisizioni, sequestri, acquisizioni documentali, in particolare di cartelle cliniche) in luoghi infetti”. È stato infatti necessario organizzare “corsi di addestramento della polizia giudiziaria ad operare in zone ‘contaminate’”.  Da risolvere infine le controversie per Covid contratto sul posto di lavoro: non sarà facile dimostrare correlazioni e responsabilità, considerato che tutti i protocolli, almeno all’inizio dell’epidemia erano prettamente sperimentali. 

Con l’arrivo del virus un’impennata l’hanno avuta anche le “manovre speculative sulle merci”, perseguite da un apposito dipartimento della procura (il quarto, coordinato da Eugenio Fusco): “La drammatica carenza di mezzi di protezione individuale come le mascherine (chirurgiche o di superiore livello di protezione: FPP2 o FPP3) ha determinato rincari fisiologici, ma anche gravi fatti speculativi”. Risale infatti al 4 marzo – ricorda Gatto nella relazione – ancora prima del primo lockdown, il sequestro preventivo di una serie di pagine web di Amazon e Ebay che vendevano prodotti a prezzi abnormemente maggiorati rispetto al prezzo pre-Covid. “Rincari che andavano dal 500% al 3000%.” E su questo si sono concentrati i nuclei specializzati della Guardia di Finanza, come quello dedicato alle frodi informatiche. 

(Foto: Wikimedia)