Codogno e la Lombardia infetta: due anni di abusi e soprusi

Risparmiateci una seconda ondata di veleno, in occasione delle prossime Regionali. Fate proposte, avanzate soluzioni, ammonticchiate idee, senza sciacallare sulle pile di morti

Io me li ricordo, quei giorni di febbraio. E i giorni che seguirono. Tutti ce li ricordiamo. Ricordo le telefonate con i vertici regionali, a sera tarda: c’è gente che muore nelle ambulanze, fuori dagli ospedali stracolmi. Qualcuno, anche molto potente, piangeva. Qualche altro, di fronte al mio spavento, rincuorava: vedrai che la scienza nel giro di qualche mese ci tira fuori. Si ammalò una collaboratrice di Attilio Fontana: psicosi sullo stato di salute del governatore.

Che in quegli ultimi giorni di febbraio aveva chiesto di chiudere gli aeroporti ai voli cinesi. Razzista: gli fecero la notte delle bacchette, contro. Il solito leghista razzista razzista. Si mise la mascherina, per la verità poco sciolto, tanto da finire subito nei meme: gli fecero gli aperitivi, contro. Il segretario del Pd si beccò il Covid. A Fontana minacciarono di fargli causa, per quella foto con la mascherina tutta storta e ci fu chi quantificò: l’immagine, che finì pubblicata su tutti i giornali del mondo, era costata all’Italia 6 miliardi.

Però il Covid c’era, e mordeva. Nelle giornate lunghissime c’erano il presidente, i suoi fedelissimi e poi Luigi Cajazzo, ai tempi direttore generale del Welfare, l’assessore alla Sanità Giulio Gallera, il direttore generale di Aria Filippo Bongiovanni, a lavorare giorno e notte. Altri, invece, si rifugiarono in un comodo smartworking: segno che i mali della Regione sono profondi, e precedenti alla pandemia. Quando si voterà conterà pure questo.

Classe dirigente confusa, e che – tra pochi volenterosi – spiccò per ordini e contrordini. A un certo momento Giulio Gallera aveva una popolarità seconda solo al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E finì in una trappola: rispose a Piero Colaprico, allora capocronaca di Repubblica, che avrebbe fatto volentieri il sindaco di Milano. Del resto, lo sapevano tutti. Iniziò il pestaggio. Pestaggio vero. Tutti contro. Tutti contro il centrodestra lombardo e pure tutti contro alla Lombardia, in una folle identificazione, con le vergognose parole di Michele Serra e di Vincenzo De Luca, solo per ricordarne due che si fecero gradassi sulle bare di Bergamo.

I problemi c’erano, ed erano grossi. Non c’erano mascherine, non si trovavano dispositivi medici, il sistema del Welfare era un enorme casino. Colpa di chi? Di scelte non fatte, forse. Di riforme mai attuate, come quelle di Maroni, sicuramente. Colpe della politica, ma ovunque in Italia dopo i mesi lunghi in cui si declamava la situazione lombarda (ma quale eccellenza! ma quale eccellenza!), andò male. E’ andato tutto male.

Un giorno il governatore litiga in diretta streaming con tutti gli altri presidenti con l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Lo rimbrotta, aspro. Mandaci le mascherine e basta chiacchiere da avvocato. Inizia una guerra con Roma. Prima c’erano stati Alzano e Nembro, e la verità che sta venendo fuori oggi: non doveva essere la Lombardia a chiudere. Poi ci furono tutte le altre inchieste, con l’assurdo scoop di Gad Lerner sul Pio Albergo Trivulzio.

Ancora Repubblica accusò la Regione di mandare i malati di Covid nelle Rsa: falso, e bastava leggere una delibera. Inchiesta automatica: archiviata. E poi ancora sui test Diasorin: grande clamore mentre i primi caldi portavano via il virus. Archiviato tutto. Ma i magistrati sequestrarono tutti i cellulari a tutti per copiarsi tutto: una roba mai vista, mani pulite produceva frutti avvelenati, ancora. E poi la questione camici, unico processo ancora in piedi.

E poi la questione della Svizzera: archiviato Fontana. E poi le polemiche sull’Ospedale in Fiera, costruito in fretta e furia e con soldi privati. E poi l’inchiesta sull’Ospedale in Fiera. E poi, dopo tutto, il promotore di quella grande opera, Enrico Pazzali, premiato con la Rosa Camuna e con l’Ambrogino d’Oro, bipartisan. E quell’Ospedale a vaccinare tutta Milano e forse più. Tralasciamo Arcuri, e Speranza, ché rivederselo in televisione nell’anniversario è un ulteriore dolore.

Ci sono stati i morti, c’è stata la confusione, ci sono stati i politici che piangevano al telefono, a sera tardi, perché – come ha ammesso Remuzzi – anche gli scienziati non ci hanno capito niente. E la gente moriva, ed era colpa di tutti. Ma no, quando ripenso a Mattia Maestri (indagarono addirittura lui, per epidemia colposa: che vergogna) a me non viene in mente solo Codogno, e il primo morto, e le nostre vite recluse, ma anche il tormento della politica e gli errori fatti – forse inevitabili – che peseranno sulle coscienze di tutti: giornalisti, giudici, politici, scienziati. Risparmiateci una seconda ondata di veleno, in occasione delle prossime Regionali. Fate proposte, avanzate soluzioni, ammonticchiate idee, senza sciacallare sulle pile di morti. Non avverrà, purtroppo. E purtroppo contro tutto questo fango non ci sarà vaccino.