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Stefano Buffagni, l’epurato della banda Crimi

Il grillino del Nord è fuori dal governo Draghi, escluso anche dal sottogoverno. Decisivi i suoi rapporti tesi con Vito Crimi

di Fabio Massa e Sara Greta Passarin

La lista dei sottosegretari è arrivata e senza dubbio il grande escluso pentastellato è lui: Stefano Buffagni. Il grillino del Nord, da sempre attento alle esigenze delle imprese, questa volta non ce l’ha fatta. Alla transizione ecologica, posto appetibile (e in un qualche modo atteso) per il deputato, è andata la laziale Ilaria Fontana. Mentre allo sviluppo economico è stata riconfermata la sarda Alessandra Todde, precedentemente sua sottosegretaria.

Il motivo ufficiale, che è stato fatto filtrare da Movimento, é presto detto. In un governo inflazionato già di ministri del nord, anche Buffagni proprio non ci poteva stare. Ma ad aver pesato, secondo l’agenzia Adnkronos, sono anche i rapporti tesi di Buffagni con l’attuale reggente Vito Crimi. Rapporti tesi che arrivano da storie lontane: da quando cioè Crimi, ai tempi responsabile della commissione interna competente, antepose Paola Carinelli nel collegio a Stefano Buffagni. La stessa Carinelli che oggi è la compagna di Crimi. La guerra sotterranea tra Buffagni e Crimi non ha mai avuto fine. C’è anche chi pensa che ci sia una manina ostile a Buffagni dietro la campagna di stampa sulla new entry in Cdp settore eventi.

Vero o no, chi lo sa. Sta di fatto che Buffagni, all’interno del M5S, è sempre stato un politico dalle traiettorie tutte da leggere. Agli albori del Movimento era un fedelissimo di Gianroberto Casaleggio, con cui il fondatore si consultava per parlare del “suo” nord. Alle riunioni che contavano delle origini – con Di Battista, Di Maio e Fico – a volte spuntava anche lui. Tanto è vero che ad oggi, nonostante la sua fama di mediatore, è uno dei pochi ad avversare l’ipotesi di una alleanza generalizzata e nazionale (che di fatto si leggerebbe come uno scioglimento nelle istanze Dem della pur giovane storia 5S), propendendo invece per una autonomia strategica dei territori. Proprio come teorizzava Casaleggio padre. Dopo le elezioni politiche, convinto anche dell’importanza di governare, si è avvicinato a Luigi Di Maio e ciò gli è valso l’appellativo di governista.

Ma il suo saper mediare, contrariamente ad altri duri e puri, lo ha portato a scalare il Movimento diventando presto un “big”. Il suo essere aperto al compromesso, anche nelle posizioni politiche, è sempre stato un suo punto di forza: favorevole al governo Draghi fin da subito e sicuramente prima di Crimi, che all’uscita da Chigi affermava “mai con Draghi”. Sostenitore della sindaca di Roma Virginia Raggi ma non così ostile a Beppe Sala. É così alla fine é arrivato lontano: sottosegretario alla presidenza del consiglio nel conte I, é stato poi viceministro allo sviluppo economico nel Conte II. Tra i primi grillini a spingere per il sì alle infrastrutture (pensiamo al prolungamento della metro a Monza) si è occupato di nomine alle partecipate di Stato. Nella sua attività politica, a differenza di molti grillini, é stato portavoce delle esigenze di imprese e partite iva. Tutto questo però, per entrare nel nuovo esecutivo, non si è rivelato sufficiente. Tanto che il fattore geografico (esser lombardo) ha pesato non poco nella nuova lista di sottogoverno. Con buona pace di meritocrazia e competenza da lui tanto spesso invocate.

Un brutto colpo per il deputato, non c’è dubbio, che avrà sicure ripercussioni anche tra i grillini lombardi in Regione. Arrivati però a questo punto forse é arrivato il momento di decidere: stare con Di Battista o con Grillo? Con Davide Casaleggio o con Fico e Di Maio?