Andiamoci piano con la classifica sulla libertà di stampa

Immancabili le reazioni, quasi sempre indignate, sulla posizione del nostro paese, spesso al di sotto di altri stati autoritari o esotici

Ogni anno è la stessa storia. Il 3 maggio è la Giornata mondiale della libertà di stampa e, in occasione di una delle poche ricorrenze globali non istituite con esclusive finalità commerciali, viene diffusa la classifica stilata dall’Organizzazione Reporter senza frontiere. Immancabile corollario sono le reazioni, quasi sempre indignate, sulla posizione del nostro paese da parte dei media – il cui lavoro è poi di fatto l’oggetto del report – nel constatare il ranking dell’Italia al di sotto di altri stati autoritari o esotici (“anche la Namibia è sopra di noi!”).

Un dato impietoso, se però non si tiene conto del metodo con cui viene stilata la graduatoria.

La giornata del 3 maggio

Per cominciare, la classifica viene stilata nella giornata che l’Onu ha deciso di festeggiare dal 1993, in ricordo della Dichiarazione di Windhoek, un documento redatto nella capitale della Namibia il 3 maggio 1991 da giornalisti africani in nome del pluralismo, in un periodo non casuale per un paese confinante con il Sudafrica in piena lotta per l’abolizione dell’apartheid.

Ogni 3 maggio viene assegnato il premio UNESCO per la libertà di stampa – intitolato a Guillermo Cano Isaza, giornalista colombiano assassinato nel 1986 davanti alla sede del suo Espectator, dopo una serie di articoli al vetriolo contro il cartello di Pablo Escobar. Quest’anno è stata premiata l’Associazione dei giornalisti della Bielorussia, un consorzio di oltre mille giornalisti, fondato nel 1995 e sciolta dal Ministero di Giustizia lo scorso agosto nel bel mezzo delle proteste nel paese da più di un quarto di secolo in mano ad Aleksandr Lukashenko.

Il report

Ogni anno il 3 maggio, Reporter senza frontiere – una no profit fondata in Francia nel 1985 – stila una classifica. Si basa su un questionario che Rsf distribuisce in venti lingue ai suoi partner in giro per il mondo: associazioni, gruppi e singoli giornalisti. L’organizzazione li sceglie a sua discrezione, senza rendere noti la lista per ovvie ragioni di sicurezza.

Il mondo è però ampiamente a conoscenza delle domande inserite nel questionario.

Viene sondato li pluralismo, l’indipendenza dei media, il contesto e l’autocensura dei giornalisti, la situazione legale e soprattutto quella economica nel paese.

L’elaborazione del ranking

In base a queste domande viene elaborato un primo punteggio, che si confronta con quello che viene elaborato con un calcolo matematico che tiene conto di alcune variabili: il numero di giornalisti uccisi, arrestati, minacciati e di quelli licenziati in un paese.

Dei due risultati tra le domande e la risultante delle variabili, Rsf tiene conto di quello più elevato.

Un metodo complesso e che negli anni è stato soggetto a varie critiche. Su tutte quella di affidarsi alle opinioni soggettive di enti e personalità scelte direttamente dall’associazione. L’indicazione è quindi fortemente influenzabile dal contesto (questo può avvantaggiare il risultato positivo del Gambia, della Namibia, delle Seychelles) e del punto di partenza del paese.

Un meccanismo abbastanza simile a quello dei ranking sportivi: che non tengono particolare conto dello “storico” di un atleta ma dell’evoluzione in un dato momento. Così Berrettini arrivando in finale di Wimbledon da esordiente si è trovato ad essere sopra una leggenda plurititolata come Roger Federer nel ranking Atp.

La motivazione è economica

Spesso i giornali omettono di riportare la soluzione alla domanda “perché l’Italia è dietro El Salvador, dove si uccide un giornalista al giorno?” – è realmente successo nell’Indice del 2016.

La dirimente del rompicapo non è nascosta: basterebbe divulgare le motivazioni del posizionamento in classifica.

Reporter senza frontier ha riportato come motivazione principale come: “La libertà di stampa in Italia continua ad essere minacciata dalla criminalità organizzata, in particolare nel sud del Paese, nonché da vari gruppi estremisti o di protesta che usano la violenza, che hanno visto un aumento significativo durante la pandemia”. C’è poi una tendenza all’autocensura da parte dei giornalisti, “che pure godono di un clima di libertà, o per conformarsi alla linea editoriale della propria testata giornalistica o per evitare una denuncia”.

Ecco spiegato il motivo: “A causa della crisi economica, i media nel loro insieme sono sempre più dipendenti dagli introiti pubblicitari e da eventuali sussidi statali, mentre anche la carta stampata sta affrontando un graduale calo delle vendite. Il risultato è una crescente precarietà che mina pericolosamente il giornalismo, la sua energia e autonomia“.

Per la cronaca

Nel 2022 l’Italia si è posizionata al 58esimo posto, perdendo 17 posizioni rispetto ai dati del 2021 quando era al 41esimo posto. Sul podio ci sono Norvegia, Danimarca e Svezia. Bisogna scendere fino alla 16esima posizione per trovare la Germania, alla 24esima per il Regno Unito e alla 26esima per la Francia. Ancora più giù, alla 42esima si piazzano gli Stati Uniti. L’ultimo posto è della Corea del Nord, preceduta da Eritrea (179) e Iran (178).

LA CLASSIFICA DI REPORTER SENZA FRONTIERE