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Storia di una pandemia, due anni di dati europei a confronto

Vaccini, contagi, tamponi, terapie intensive e restrizioni: il rapporto del Mef mette a confronto i Paesi Ue. In Italia le restrizioni più dure, in Portogallo picco di ospedalizzazioni e decessi

“Il percorso della pandemia in Italia si sia mosso in linea con quello degli altri Paesi europei a confronto, mantenendo generalmente una posizione intermedia e quasi mai collocandosi in posizione estrema”. È questa la conclusione a cui è giunto il Ministero dell’economia e delle finanze nel corposo report “La risposta delle istituzioni europee alla pandemia di Covid-19” pubblicato a fine dicembre: due anni di dati a confronto fra Paesi del vecchio continente su contagi, tracciamento, terapie intensive, vaccini, restrizioni e lockdown e risposte socio-economiche a partire dal programma Next Generation EU dei diversi governi di fronte al virus che ha cambiato la storia del mondo.

In Italia le fasi di maggiore criticità, in termini relativi rispetto agli altri paesi, si sono registrate all’inizio della prima ondata e, poi, attorno ad ottobre del 2020 e a febbraio del 2021. Questi i picchi contrapposti alle fasi di relativo miglioramento dell’emergenza nella penisola nei mesi estivi del 2021 risultando, assieme alla Germania, fra le più favorevoli nel confronto con gli altri paesi esaminati.

Il tracciamento

Il Mef specifica come il numero dei casi di infezione registrati sia comunque stato fortemente influenzato dal numero di test effettuati.

Questi hanno visto una stabilizzazione nella loro dinamica di crescita solo a partire dall’autunno del 2020. Ciò ha reso, quindi, scarsamente confrontabili i dati sui contagi del primo semestre 2020 quando la capacità di effettuare test risultava fortemente inferiore rispetto alla seconda e alla terza ondata. In Europa sono state Francia e Grecia, e in misura minore la Spagna, ad aumentare sensibilmente la loro capacità di effettuare test durante i mesi estivi del 2021 mentre, negli altri Paesi, il numero dei test effettuati è stato sostanzialmente stabile o in leggera flessione.

I numeri sono tutti figli del “dataset Covid-19” elaborato da Our World in Data utilizzando diverse fonti provenienti da centri di ricerca internazionali come la John Hopkins University, Oxford Government Response Tracker e le autorità nazionali e internazionali a partire dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, i Ministeri della Salute, la Protezione civile. I numeri si fermano per ragioni di elaborazione a settembre 2021. Se nel mondo si sono appena raggiunti i 298,9 milioni casi confermati dall’inizio della pandemia con 5,4 milioni di morti e 9,1 miliardi di dosi di vaccino somministrate, in tutti i paesi a confronto – Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Italia e Grecia – la fase iniziale della pandemia ha mostrato un’incidenza dei casi di positività rispetto al numero di test effettuati assai più elevata rispetto a quella registrata nelle fasi successive, pur in presenza di un numero di casi accertato meno numeroso.

All’inizio si è assistito a una forte concentrazione territoriale dei contagi (i cosidetti “focolai”) all’interno dei singoli paesi, con aree fortemente colpite ed altre sostanzialmente indenni. In questa fase l’incidenza dei contagi in Italia è risultata più del doppio di quella della Francia, della Germania e del Portogallo mentre per Roma la posizione è migliorata notevolmente, in termini relativi, nelle fasi successive di recrudescenza dell’infezione, in cui si è collocata in una posizione sensibilmente più favorevole, soprattutto nell’estate del 2021.

Il picco di incidenza ogni milione di abitanti è stato invece raggiunto dal Portogallo nel gennaio 2021. Il tasso di positività è andato nel tempo a convergere e ha avuto i suoi picchi in Italia e in Spagna nella primavera 2020.

Effetti sanitari

La diffusione del contagio ha avuto due imponenti e dirette conseguenze. La prima è stata quella di aumentare fortemente la domanda di posti letto negli ospedali, sia dell’area medica che delle terapie intensive; la seconda conseguenza ha riguardato l’aumento dei decessi di pazienti affetti da Covid-19.

Per l’Italia sono state messe a confronto le ospedalizzazioni in area medica e in terapia intensiva, e il numero di decessi giornalieri. Dal raffronto fra le curve, si mostra chiaramente come i decessi seguano, in maniera abbastanza fedele, l’andamento dei ricoveri in terapia intensiva con un ritardo temporale di circa 15-20 giorni. Una corrispondenza si attenua solo a partire da febbraio-marzo 2021 con il progredire della campagna vaccinale diretta, prioritariamente, alle persone fragili e più esposte al contagio.

I picchi di saturazione delle terapie intensive e di posti occupati per milione di abitanti, oltre che in Italia si sono avuti in Francia in tre diversi momenti (stesso andamento italiano seppur leggermente scollato a livello temporale), in Portogallo e in Spagna. Molto più lievi le curve della Germania con ogni probabilità in relazione all’ampio di posti letto in terapia intensiva rispetto alle altre nazioni. Idem per il numero delle ospedalizzazione con il Portogallo che ha toccato la vetta più alta nel febbraio 2021 in contemporanea con il picco dei decessi.

La campagna di vaccinazione

Anche grazie al coordinamento europeo nell’acquisto e distribuzione di vaccini, la progressione della campagna vaccinale è risultata abbastanza omogenea nei diversi Paesi a confronto, con una più evidente differenziazione solo nella fase finale del periodo di osservazione. Gli ultimi dati prospettati, relativi ai mesi di luglio ed agosto del 2021, mostrano che la percentuale di vaccinazioni raggiunta in Italia si colloca in una posizione intermedia, in linea con quella della Germania. Si registrano, invece, performance leggermente superiori in Spagna e Portogallo e di poco inferiori in Francia e Grecia.

Restrizioni e lockdown

Ai fini del contenimento della diffusione del virus, interessante analizzare, anche in chiave comparativa, le politiche non strettamente farmaco-sanitarie messe in campo dai diversi paesi europei esaminati. Si tratta delle cosiddette misure di “distanziamento” fisico e di “restrizione” alla mobilità se non verie propri lockdown. Queste vanno dalla chiusura parziale o totale delle scuole e dei luoghi di lavoro, alla limitazione e chiusura delle attività ricreative, di ristoro, culturali e sportive, fino al confinamento domestico dei cittadini.

L’indice preso in considerazione si chiama “Stringency Index” elaborato dall’Oxford Government Response Tracker. Un maggiore livello dell’indice riflette un maggiore livello di restrizioni e viceversa. L’evoluzione mostra come tutti i paesi a confronto abbiano fatto un significativo ricorso a politiche di restrizione per arginare la diffusione del contagio, con un percorso abbastanza simile che riflette gli andamenti delle ondate di contagio. In tutti i Paesi europei, gli interventi più drastici sono stati adottati in occasione della prima fase di diffusione del virus, che va da marzo a maggio 2020. L’Italia, colpita per prima e in misura più intensa degli altri paesi europei, ha anticipato di alcune settimane l’adozione delle misure di contenimento che, poi, con il diffondersi dell’epidemia, sono state adottate anche dagli altri paesi. Dopo l’impennata iniziale, nell’estate del 2020, le restrizioni subiscono una sensibile attenuazione, in tutti i Paesi considerati, sebbene restino per alcuni aspetti ancora in vigore. Con l’arrivo della seconda ondata, a ottobre 2020, il livello di restrizioni viene nuovamente rafforzato, per poi diminuire solo con la primavera 2021 e i progressi delle campagne vaccinali. È interessante il confronto fra la dinamica dello Stringency Index con l’andamento dei casi di contagio e del numero giornaliero dei decessi per Covid19.

La sovrapposizione dei diversi grafici mostra alcuni elementi palesi, come il fatto che le misure restrittive si siano intensificate in concomitanza con l’acuirsi dell’incidenza dei contagi e delle conseguenze sanitarie, pur restando in vigore per tutto il periodo pandemico ma anche che l’allentamento delle restrizioni dell’estate 2021 sia stato gestito in modo piuttosto prudente rispetto al forte calo dei contagi e dei ricoveri in terapia intensiva registrato in quel periodo. Insomma non c’è una diretta proporzionalità fra contagi e restrizioni. Ad agosto 2021 – momento forse di massima apertura e termine temporale dell’indagine – lo Stringency Index era su livelli leggermente più bassi dei picchi di restrizioni raggiunte nella primavera e autunno 2020, nonostante il numero di nuovi casi ogni milione di abitanti, quello delle terapie intensive ogni 10 milioni fosse letteralmente crollato fino quasi ad azzerarsi e in contemporanea crescesse la percentuale di vaccinati sula popolazione fino al 70%.