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Piemonte, 10 milioni per la medicina territoriale

Approvato in Commissione il testo che stanzia le risorse. Un tassello della riforma per il rafforzamento della sanità nei territori disagiati

di redazione

Dieci milioni a bilancio nel 2021, oltre ai 17,3 milioni già destinati alle attrezzature sanitarie di diagnostica di primo livello a favore dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta. Più l’investimento di 7 milioni deliberato il 20 novembre scorso per la telemedicina. Sono i numeri del piano Piemonte per la riorganizzazione della medicina territoriale. Annunciato a dicembre dal presidente della Regione Alberto Cirio, l’assessore alla Sanità Luigi Genesio Icardi e il coordinatore del Gruppo di lavoro sulla Medicina territoriale, Ferruccio Fazio, ora la Commissione Sanità di Palazzo Lascaris, presieduta dal vicepresidente Andrea Cane, ha licenziato il 9 febbraio a maggioranza il Disegno di legge 127 “Sviluppo delle forme associative della Medicina generale”, pronto per la discussione in Aula.

Il via libera arriva dopo la discussione iniziata nei giorni scorsi in Commissione e il passaggio in Commissione Bilancio per l’approvazione della norma finanziaria. Festeggia il Gruppo Lega Salvini Piemonte, di cui fanno parte proprio il vicepresidente della Commissione Andrea Cane, la portavoce del Gruppo in Commissione, Sara Zambaia, e lo stesso assessore Icardi.

L’obiettivo di norma e stanziamento economico si inserisce nel quadro più ampio del rafforzamento della medicina territoriale – argomento all’ordine del giorno dopo un anno di pandemia Covid – per la realizzazione della continuità delle cure, la presa in carico dei pazienti cronici e una migliore accessibilità alle prestazioni sanitarie. Anche e soprattutto nei territori montani o con caratteristiche di zona disagiata.

Tra i tasselli della riforma più ampia di settore si parla di dare all’assistenza primaria il ruolo cardine sul territorio. Come? Potenziando le attuali forme associative di gruppo e di rete della medicina generale. I medici che sceglieranno infatti di lavorare in una di queste due modalità potranno essere supportati da personale di studio: il 60% potrà disporre di personale di segreteria (oggi è il 43%) e il 40% di personale infermieristico (oggi intorno 19%). Si tratta anche di dare una risposta quei territori ampi, più remoti, spesso con popolazione scarsa e ambulatori medici più dispersi, dove la scelta migliore potrà essere proprio la medicina in rete, che non prevede l’obbligo di una sede unica, consentendo ai medici di mantenere i loro ambulatori per non compromettere la capillarità dell’assistenza e favorire l’accessibilità agli assistiti.