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“Digital first” e dati “bene comune”. Ecco il piano di trasformazione digitale

di redazione

Obiettivo? La digitalizzazione della pubblica amministrazione per una “Pa che accompagni i cittadini e le imprese verso nuove modalità di fruizione dei servizi” contribuendo a sviluppare e diffondere competenze e cultura dell’innovazione. Ecco lo scopo del Piano Triennale ICT 2021-2023 del Ministero dello Sviluppo Economico. Il nuovo reggente del Mise, Giancarlo Giorgetti, lavorerà però spalla a spalla con Vittorio Colao, l’ex manager Vodafone titolare del dicastero per la Transizione Digitale. Il documento di 47 pagine redatto a cavallo fra i due governi dai funzionari del Mise parla di una “trasformazione” che “deve avvenire nel contesto del mercato unico europeo di beni e servizi digitali” secondo una strategia coordinata a livello continentale che si promette di “migliorare l’accesso online ai beni e servizi per i consumatori e le imprese e creare le condizioni favorevoli affinché le reti e i servizi digitali possano svilupparsi per massimizzare il potenziale di crescita dell’economia digitale europea”.

I principi guida

I principi guida? Tanti ma quelli fondamentali sono riassumibili nei seguenti, Primo: le pubbliche amministrazioni devono realizzare servizi primariamente digitali dando priorità agli applicativi utilizzabili su mobile. Secondo: “digital identiyt only”; esclusività dei sistemi di identità digitale definiti dalla legge ma assicurando almeno l’accesso ai servizi tramite SPID. Terzo: i dati sono la nuova ricchezza. E quindi “un bene comune”. Per questo motivo secondo la relazione “il patrimonio informativo della pubblica amministrazione è un bene fondamentale per lo sviluppo del Paese e deve essere valorizzato e reso disponibile ai cittadini e alle imprese, in forma aperta e interoperabile” seguendo la strada tracciata ormai da anni (per esempio con i Foia, anche se su richiesta). Per realizzare ciò serve però l’approccio “user-centric e data driven”. Tradotto: agilità. Le amministrazioni devono sviluppare i servizi digitali in modo che anche la loro fruizione oltre che precisione e interoperabilità migliorino di continuo. Come? Partendo dall’esperienza dell’utente e basandosi sulla continua misurazione di prestazioni e utilizzo.

Collegato a ciò il capitolo “open source” con le pubbliche amministrazioni che devono prediligere l’utilizzo di software con codice sorgente aperto e, nel caso di software sviluppato in proprio o per loro conto, deve essere reso disponibile il codice sorgente.

Spid, fatturazione elettorinca, anagrafe.

Dal 2014 tanti passi in avanti

Obiettivi ambiziosi. Ma che vanno nella giusta direzione e dove i miglioramenti si sono visti anche in Italia negli ultimi anni. Si pensi alla “Strategia per la crescita digitale del Paese” varata nel 2014 in attuazione dell’Agenda digitale italiana e realizzata dall’Agenzia per l’Italia Digitale (Agid, l’antecedente dell’attuale Ministero guidato da Colao) attraverso il Piano Triennale per l’Informatica nella PA che in qualche modo è la matrice anche del progetto attuale. Ha garantito passi in avanti ( ma non definitivi) sui alcuni grandi progetti di innovazione come l’anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr), oppure il Sistema pubblico di identità digitale (Spid) che nell’anno della pandemia è diventato argomento quotidiano per prestazioni e comunicazioni con Inps e Agenzia delle Entrare, passando per la Fatturazione elettronica, PagoPA.

Il ruolo di Consip

In questo quadro cruciale diventa ruolo di Consip – la maxi centrale acquisti dello Stato – che in qualità di piattaforma di committenza può offrire le competenze per un procurement ICT di eccellenza. Il vantaggio di ricorrere a una stazione appaltante unica è la capacità di governare progetti complessi che per forza di cose necessitano di complesse procedure d’acquisto. Come quelle che riguardano i servizi cloud, cioè quelli erogati su grandi infrastrutture comuni che servono contemporaneamente più amministrazioni. Solo attraverso questi strumenti, nel triennio 2018-20 sono stati stipulati da parte delle amministrazioni contratti per un valore di oltre 2,3 miliardi di euro a cui vanno aggiunti altri 6,1 miliardi che hanno riguardato un pacchetto di offerta più articolato: dalle infrastrutture fisiche (server, reti locali, sistemi di videosorveglianza), ai dispositivi (pc portatili e desktop, tablet, apparecchiature multifunzione), passando per licenze software, servizi professionali di supporto (gestione dei sistemi informativi, servizi applicativi), servizi di comunicazione (telefonia fissa e mobile, contact center, posta elettronica).

La sfida? Un Ssn digitale

Cifre che devono aumentare, pensando per esempio all’imponente sfida delle iniziative dedicate alla Sanità digitale che, invece, hanno l’obiettivo di mettere a disposizione delle Pubbliche Amministrazioni, appartenenti o che operano a favore e per conto del Ssn, servizi applicativi e di supporto con il fine di favorire il processo di trasformazione digitale della sanità pubblica italiana. Una sfida che potrebbe essere vinta anche grazie alle risorse del Recovery Plan e Pnnr.