Microsoft e la sfida dell’eHealth: “Il digitale crea un nuovo ecosistema sanitario”

Callegari, direttore della Divisione Specialist Team Unit di Microsoft: "Fare rete per colmare il gap delle competenze digitali nella sanità"

Il PNRR prevede 15,63 miliardi destinati alla sanità. Gli investimenti in ICT assorbiranno oltre la metà delle attribuzioni (il 51,4% delle risorse), mentre il 30,4% sarà rivolto alle costruzioni. La trasformazione digitale del comparto è dunque prioritaria per l’Italia. Il Piano riserva ad esempio grande attenzione alla telemedicina e secondo un recente studio di Censis e Janssen Italia oltre il 91% degli italiani approva l’uso di questo strumento.

A fronte dell’entusiasmo dettato dallo sprone del Piano, c’è un tema di competenze tecnologiche dei professionisti dell’ambito salute che merita di essere affrontato. Secondo l’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano, infatti, il 60% dei professionisti sanitari ha sufficienti skill digitali di base (Digital Literacy), ma solo il 4% ha un livello soddisfacente in quelle professionali (eHealth Competences). E pur essendo l’ambito sanitario uno di quelli con maggiore richiesta di ricorso all’intelligenza artificiale, solamente il 5% degli esperti di AI è impiegato in questo comparto.

Sulla scorta di queste considerazioni e all’interno del più ampio piano quinquennale per la formazione e la cultura digitale, Ambizione Italia #DigitalRestart, Microsoft ha da poco inaugurato la Microsoft eHealth Experience. True-News ne ha parlato con Luca Callegari, Direttore Divisione Specialist Team Unit di Microsoft Italia che ha anche illustrato i diversi progetti di realtà mista, AI, cloud computing e machine learning in corso con strutture ospedaliere e case farmaceutiche che stanno dando vita a un nuovo paradigma per la sanità digitale.

Microsoft ha da poco inaugurato la eHealth Experience. Come si inserisce in questo scenario e che ruolo può avere? 

La Microsoft eHealth Experience si inserisce in maniera attiva in quello che è lo scopo più ampio del PNRR, ovvero sviluppare le competenze digitali del personale sanitario e dare una governance al sistema sanitario nel suo complesso in collaborazione con i vari player. Nello specifico, forniamo formazione per tutti gli interlocutori del sistema salute, condividiamo le best practice e apriamo dei dialoghi su progettualità che possano diventare poi finanziabili dal PNRR.

Come attivate questi progetti?

Noi diamo la possibilità di testare le nostre tecnologie e quelle dei nostri partner e di vederle applicate concretamente in diversi scenari, che è la cosa migliore per comprendere le modalità di utilizzo. Proponiamo un Journey che vada dalla diagnosi alla presa in carico del paziente, passando dall’interazione e dalla comunicazione fino al servizio sanitario, al coordinamento delle cure e ai follow up. Queste applicazioni, condivise con i partner e con gli altri attori del comparto, diventano di comune utilizzo e possono portare a iniziative segnalabili ai fini degli investimenti previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Tornando al tema delle competenze, secondo l’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano, il 60% dei professionisti sanitari ha sufficienti skill digitali di base (Digital Literacy), ma solo il 4% ha un livello soddisfacente in quelle professionali (eHealth Competences). Come si può colmare questo gap?

Si avrà bisogno di tutto l’ecosistema per colmarlo, non solo di quello pubblico-privato. Per ecosistema intendo i provider tecnologici, le aziende farmaceutiche, quelle di medical devices, le compagnie assicurative, le farmacie.

Pensiamo alle collaborazioni tra tech companies e pharma per sviluppare i trial clinici. Oppure ai cittadini che si rivolgono alle assicurazioni per avere assistenza sanitaria attraverso piattaforme IT come che Microsoft ha creato in collaborazione con il gruppo Axa. Anche le farmacie hanno un ruolo centrale per ciò che il cittadino cerca in prossimità.

Un ecosistema che abbia comunque il paziente-cittadino al centro.

Esatto, questa è la nostra visione. Il paziente dovrà avere un ampio spettro di opzioni possibili, su misura, per una medicina che sia sempre più personalizzata, predittiva e di precisione.

Saranno fondamentali soluzioni di monitoraggio da remoto dei pazienti e di riabilitazione, soprattutto per i malati di patologie degenerative. Ci sarà richiesta la capacità di connettere tutti gli attori del sistema sanitario che hanno a che fare con il paziente per una vista a 360°, la cosiddetta citizen relationship management e poi ci sarà bisogno di risposte e servizi che vengano fatti in tempo reale, come nel caso dei bot.

Quali sono i partner che state coinvolgendo?

I partner dell’eHealth Experience sono sia system integrator sia realtà provenienti dal mondo healthcare, alcuni più grandi come Avanade, altre con dimensioni variegate e molto specializzate. Si tratta di Agfa Healthcare, HopeCare, Imaginary, Munogu, Internet of People, Orobix, Porini, Progesoftware, Cluster Reply, Sophia Genetics. I partner entrano su tutto l’ecosistema salute.

Anche perché, come accennava prima, la collaborazione pubblico-privato non potrà bastare, se nel 2040 ci saranno oltre 19 milioni di anziani e 28 milioni di malati cronici, con incrementi rispettivamente del 38,5% e del 12%. 

Oltre all’intervento pubblico-privato saremo sempre più catapultati in un ecosistema ibrido. Il digitale rappresenta una leva strategica per abilitare un sistema sanitario più efficiente, più equo e più inclusivo. Il PNRR offre una grande opportunità per ripensare i servizi legati alla salute e il ruolo del territorio verso nuovi modelli di assistenza e cura, in una logica appunto più ibrida in cui i cittadini possano scegliere tra soluzione tradizionale o digitale più a loro misura.

Cloud computing e intelligenza artificiale sono strumenti potenti nel migliorare diagnosi e terapie, permettendo così l’affermazione di quella medicina personalizzata e predittiva di cui parlava. Microsoft ha avviato in tal senso un progetto con l’IRCCS Ospedale San Raffaele. In cosa consiste? 

Il progetto AI-Score nasce dalla collaborazione con il San Raffaele, NVIDIA e con il supporto di due nostri partner, Orobis e Porini. Si tratta di una piattaforma di apprendimento autonomo in grado di calcolare sul paziente qual è il rischio da Covid19. Si basa su una serie di indicatori clinici e diagnostici. L’algoritmo che abbiamo sviluppato individua per ogni paziente la probabilità di sviluppare forme più gravi del virus, permettendo così ai sanitari interventi molto più mirati e tempestivi, riducendo l’impatto sul sistema sanitario. La soluzione è stata validata retrospettivamente facendo leva sui dati dei pazienti della prima ondata della pandemia e prospetticamente durante la seconda ondata, arrivando a rappresentare un valido ausilio strumentale a supporto del processo decisionale dei medici.

Può avere anche altre applicazioni?

Certo e rappresenta un nuovo approccio sui dati con infiniti ambiti di applicazione sulla sanità. Grazie all’Intelligenza Artificiale si possono mettere a fattor comune tantissime informazioni, per lo più eterogenee e da omogeneizzare per poi addestrare gli algoritmi a calcolare i rischi delle patologie e predirne l’evoluzione.

Anche la Realtà Mista sta dando forma a una nuova era della sanità: IRCCS Policlinico San Donato ha iniziato a utilizzare HoloLens 2 per migliorare la pianificazione tra cardiologi e cardiochirurghi e ottimizzare l’efficacia degli interventi (HolographicSurgery – Policlinico San Donato). Come questo può avvenire?

Quella degli HoloLens, quindi della Mixed Reality e della tecnologia che vi sta dietro, offre dei benefici immediati in termini di efficienza per le strutture, perché ottimizza e compensa gli spostamenti per fare consulti tra specialisti e fornisce vantaggi anche nella supervisione ai medici più giovani e specializzandi, abilitando nuove forme di collaborazione in sicurezza da remoto. Il beneficio ultimo di questo strumento è comunque ancora una volta per il paziente che può contare su un’equipe multi-disciplinare e internazionale collegata virtualmente e che grazie alla condivisione del campo visivo può maneggiare ologrammi per prestazioni di qualità sempre più alta. In futuro ci aspettiamo che venga formata una nuova generazione di ‘HoloDoctor’, in grado di far leva sulle ultime tecnologie per migliorare sempre più le cure ai pazienti.

Quanto siamo distanti dagli “HoloDoctor”?

Per adesso l’utilizzo della Realtà Mista è per lo più circoscritta alla fase di planning, ma in prospettiva l’uso di queste tecnologie si sta ampliando sempre più verso la sala operatoria e di fatto questo già succede in discipline come l’ortopedia in tutto il mondo. Con il Policlinico San Donato abbiamo avviato di recente anche una sperimentazione di utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nella diagnostica per immagini e nell’elettrocardiografia, che in futuro ci porterà a supportare i radiologi nell’interpretazione di patologie complesse. Si potrà ottenere una lastra con un riscontro immediato sulla patologia indipendentemente dalle competenze di chi la sta leggendo in quel momento.

Che peso ha il comparto eHealth per Microsoft?

Considerando anche la recente acquisizione di Nuance, è sicuramente una delle aree di maggior investimento di Microsoft per il futuro. La nostra mission è quella di consentire ad ogni persona e organizzazione sul pianeta di ottenere di più. Nel mondo sanitario significa dare ai vari interlocutori gli strumenti adatti per portare benefici al paziente. E questo sia a livello globale, sia a livello italiano. Con il lancio della eHealth Experience e la creazione di un’area dedicata completamente al mondo della salute all’interno del Microsoft Technology Center, stiamo puntando molto su questa industry anche a livello locale.

Sempre in materia di AI avete lanciato una collaborazione con Novartis sull’utilizzo dei dati. In cosa consiste?

Quella con Novartis è un’alleanza pluriennale che si basa sull’utilizzo dei dati e dell’Intelligenza Artificiale per ripensare il modo in cui si scoprono, si sviluppano e si commercializzano i farmaci. Sembra banale, ma ha un impatto gigantesco. È un progetto molto importante che è nato come uno dei primi esempi di democratizzazione dell’Intelligenza Artificiale. Abbiamo sviluppato una soluzione in cui abbiamo messo a fattor comune in maniera omogenea per i diversi interlocutori tutti i dati forniti dalla casa farmaceutica: dati clinici, sperimentali, di laboratorio ma anche ricerche in pdf. In questo modo abbiamo ridotto il tempo delle sperimentazioni di formule, che normalmente prevedevano iter di anni, aumentando il tasso di successo e dando la possibilità di condividere i risultati con il sistema sanitario. Per questo si parla di esempio di democratizzazione.

Un esempio che vediamo confermato dalla velocità con cui le case farmaceutiche hanno dichiarato di poter sviluppare un vaccino efficace per contrastare la variante Omicron di Covid19 in soli tre mesi.

Questo avviene anche grazie all’utilizzo del cloud, in generale. Poter disporre di sistemi di machine learning e di AI che permettono di aggregare un numero eterogeneo di dati e omogeneizzarli, consente di sviluppare algoritmi che riescono a diventare predittivi, accelerando il processo di analisi del dato stesso ed essendo scalabili.

Il Coronavirus è stato un banco di prova anche per un altro progetto, in questo caso di assistente digitale per l’autovalutazione dei sintomi lanciato in collaborazione con INAIL e adottato dall’Istituto Lazzaro Spallanzani e dalla Fondazione Mondino.

Si tratta di uno strumento, quello del Microsoft Healthcare Bot nato non per questa patologia, ma come un servizio scalabile, basato sul public cloud che consenta a più organizzazioni di sviluppare e implementare rapidamente dei bot di intelligenza artificiale su vari siti o applicazioni della struttura sanitaria, offrendo ai pazienti un accesso personalizzato e informazioni sanitarie attraverso un tipo di conversazione che sia molto umana, nonostante si tratti di un bot. Per il Covid19 abbiamo previsto dei template con delle risposte predefinite che poi le singole realtà possono adattare. Nel caso della Fondazione Mondino, la soluzione è stata utilizzata anche per la prenotazione di visite ed esami e per accedere ai servizi dell’istituto stesso, incluse le visite a distanza.

E rispetto al tema della sicurezza come vi ponete?

La cyber security è per noi centrale. Negli ultimi due anni i rischi di questo tipo sono aumentati tantissimo. Le soluzioni Microsoft offrono i massimi standard di sicurezza e di privacy anche rispetto alla normativa GDPR in materia di trattamento dei dati personali.

L’impegno di Microsoft per mettere l’intelligenza artificiale al servizio della ricerca medico-scientifica si esprime anche con AI for Health attraverso un fondo di 60 milioni di dollari a livello globale. E per l’Italia? Come si può accedere? 

L’investimento in Italia è variabile e dipende dai progetti presentati dai vari istituti di ricerca e dalle università che vengono valutati come meritevoli per aggiudicarsi risorse o supporto in termini di expertise dai tecnici di Microsoft. Va segnalato che nonostante il comparto health richieda l’utilizzo maggiore di Intelligenza Artificiale, a oggi è quello che conta meno addetti. Meno del 5% dei professionisti di Intelligenza Artificiale, infatti, lavora nel settore medicale o nel no-profit ad esso collegato, ed è una percentuale troppo bassa.

E torniamo sul tema della formazione e delle competenze.

Esatto. Abbiamo pensato a questo programma per dare la possibilità a ricercatori, università ed esperti di avere accesso alle tecnologie più avanzate affinché possano implementarle e accelerare il processo di ricerca. L’iniziativa si focalizza sull’applicazione dell’AI in tre aree chiave: la ricerca medica, per migliorare l’attività preventiva e accelerare i processi; i dati sanitari globali per incrementare la conoscenza e la comprensione condivisa della mortalità e della longevità e proteggerci dalle crisi sanitarie globali, oggi Covid19 ma in futuro non sappiamo; infine una salute più equa, per ridurre la disuguaglianza in ambito sanitario e ampliare l’accesso alla cura delle popolazioni svantaggiate, colmando anche le differenze territoriali all’interno della stessa nazione.