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Il ricordo di Emilia De Biasi: “Mia moglie? Ora combatterebbe per sanità territoriale e un nuovo patto Stato-Regioni”

La vita della senatrice deceduta nel 2021 diventa un libro. Il marito: "L'ho vista studiare tanto, nessuno poteva accusarla di incompetenza"

L’ho vista studiare tanto, questo lo scriva”. È questo il ricordo che Guglielmo Bruni vuole sottolineare della moglie: la senatrice Emilia Grazia De Biasi, Pd, storica presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato dal 2013 nella XVII Legislatura, deceduta prematuramente il 5 gennaio 2021 colpita da un’infezione fulminante. La sua vita ora è diventata un libro.

Emilia Grazia De Biasi, un libro alla sua memoria

Il titolo? “Passione, dialogo, etica della responsabilità”, edito da Biblion, curato dal marito Guglielmo Bruni insieme agli storici collaboratori della senatrice prima a Milano: Massimo Tafi, Enrica Borrelli ed Elisabetta Cacioppo, e da Pierluigi De Lauro, il suo braccio destro nel lavoro a Palazzo Madama. Un’introduzione di Walter Veltroni, un saluto del sindaco di Milano, Beppe Sala. “Non una biografia – spiega Guglielmo Bruni raccontando il “canovaccio” e la genesi del volume – ma un riassunto delle sue attività, posizioni e un’introduzione su quelli che sono stati i principi ispirativi della sua vita più una serie di testimonianze delle persone che hanno lavorato con Emilia”.

“Voglio dire due cose – dice il marito in chiusura di intervista –: facendo questo libro ci si rende conto che Emilia a livello politico a concretizzato tanto”. Poche dichiarazioni, rara la presenza sulla stampa per lanciarsi in polemiche e giochi elettorali, ma tanti provvedimenti portati a casa: dal riordino delle professioni sanitarie, alle vaccinazioni, stamina, Dopo di Noi. “Provvedimenti complessi che la Commissione Sanità sotto la sua guida ha incassato molto spesso in sede deliberante e molto spesso all’unanimità” dice Bruni ricordando di “aver avuto attestazioni di stima da parte di persone che non facevano parte del suo schieramento politico”. E ancora: provvedimenti giuridicamente complessi ma anche in grado di scatenare la rabbia di alcune persone, proprio come oggi accade per vaccini e green pass. “Come tante persone e già diversi anni fa, Emilia si è trovata ad essere oggetto di insulti e minacce per via delle sue scelte politiche e posizioni sui vaccini, sui test con gli animali, su stamina, lo stesso riordino delle professioni sanitarie ha fatto arrabbiare un sacco di professionisti” racconta il marito.

“Nessuno poteva accusarla di ignoranza”

“Sa cosa mi ha colpito? In nessuna di queste vi era l’accusa o lo sberleffo per l’incompetenza. Erano in disaccordo, certo, ma nessuno l’accusava di ignoranza o di insufficiente approfondimento prima di manifestare una posizione. Le ripeto: l’ho vista studiare tanto, lo scriva”.

Pandemia? “Avrebbe combattuto per la sanità di territorio”

Si è messa a studiare anche dopo quel drammatico 8 marzo 2020. “Io non mi occupo di politica, però discutevo animatamente con mia moglie – dice Bruni con un sorriso – e vi posso dire cosa pensava Emilia fino al 3 di gennaio, quando era lucida”. La prima riflessione della senatrice rispetto alla pandemia è stata “istituzionale”, non “medica o clinica”. “Nonostante tutti la chiamassero ‘dottoressa’ non era un medico ma una donna delle istituzioni e nemmeno a pochi giorni dal Dpcm dell’8 marzo 2020 aveva riconosciuto una carenza di riforme istituzionali in Italia, a partire dal titolo V e dal rapporto Stato-Regioni che ha lasciato dei buchi istituzionali e di potere che la pandemia ha assolutamente sottolineato. Si è perso un anno nell’esercizio delle attribuzioni e nel rispetto delle competenze differenziate. Emilia sapeva e diceva che questa è una carenza istituzionale legata alla costruzione del nostro sistema degli ultimi 20 anni”.

“La seconda considerazione – spiega il marito – riguarda la sanità”. “Pensava a quelle Regioni in cui la dinamica degli sviluppi dell’ordinamento sanitario ha portato ad una maggiore o minore attenzione a ciò che si definisce sanità del territorio”. “Come in Lombardia, dove si è verificato che la centralizzazione sugli ospedali della sanità ha provocato dei colli di bottiglia. Emilia non pensava allo strumentalizzato problema della sanità pubblica o privata, ma proprio l’articolazione dell’accesso dell’individuo ai vari servizi sanitari, alle incombenze burocratiche che non hanno a che fare con l’attività clinica ma che impediscono ai medici di base l’esercizio della medesima, alle tecnologie per la diagnostica a distanza che libererebbero spazi e tempi e che non erano assolutamente prese in considerazione dai nostri sistemi fino a quel momento”. “Sono sicuro – chiude Guglielmo Bruni – che si sarebbe spesa per queste battaglie. La sentivo parlare di convegni, di attività parlamentare e già aveva cominciato a farlo”.