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C’è chi vuole (finalmente) uccidere il payback

"Una norma inutile e dannosa che non ci possiamo permettere, soprattutto nel momento in cui dobbiamo investire in sanità”.

Non usa mezze parole l’onorevole Massimo Garavaglia. La norma sul payback sui dispositivi medici “danneggia un settore strategico, fa scappare gli investitori esteri e penalizza i produttori italiani” senza “nessun vantaggio di spesa per il pubblico”. Nel mirino del deputato leghista c’è il Dl 78 del 2015 (poi convertito) che sanciva tetti di spesa a livello nazionale e regionale per l’acquisto di dispositivi medici. Tetti che una volta superati prevedono un complicato meccanismo di compartecipazione alla spesa da parte delle stesse aziende fornitrici dei dispositivi. Di fatto l’obbligo per le aziende di ripianare una quota parte dell’eventuale sforamento del tetto di spesa delle Regioni, fissato ogni anno al 30 settembre con decreto congiunto fra Ministero dell’Economia e quello della Salute. È già così, da anni, sui farmaci. Ma non si tiene conto che un macchinario o un device medico non è solo l’hardware associato al suo costo di produzione e vendita. È software, manutenzione regolare, competenze, oltre ai costi connessi ai bandi pubblici per accedere alla fornitura, fideiussioni bancarie a garanzia della partecipazione alle gare ad evidenza pubblica, penali.  

Ecco il motivo per cui la norma pensata “in epoca di tagli alla spesa sanitaria, quando la maggior parte delle Regioni era ancora in piano di rientro e vigeva l’urgenza di porre rimedio a una situazione finanziaria sull’orlo del default”, dice Garavaglia, in realtà non funziona. Di fatto non viene applicata. Perché è impossibile calcolare le quote di eccedenza rispetto alla spesa preventivata in partenza. Però degli effetti li ha eccome. Ha obbligato le aziende del settore a doverne tenere conto da un punto di vista fiscale e tributario. A discapito di investimenti in occupazione e soprattutto ricerca e innovazione. Quest’ultima voce è scesa dagli 1,2 miliardi di euro investiti nel 2014 a 850 milioni nel 2019, riducendo anche per i servizi sanitari regionali e nazionale la possibilità di accedere all’innovazione del prodotto e dei processi che riguardano la salute delle persone. Andando a colpire un comparto – quello dei dispositivi medici in Italia – che vale un fatturato complessivo da 13,6 miliardi di euro, di cui oltre la metà assorbiti dai sistemi sanitari. E che conta al suo interno oltre 4mila imprese di diversa dimensione – multinazionali e italiane – più di 94mila occupati, di cui uno su due è laureato e con un trend di crescita che influenza anche le offerte formative del mondo universitario: da anni sono in aumento infatti le facoltà di bioingegneria, ingegneria biomedica, biotecnologia. La norma sul payback, chiude Garavaglia che ne proporrà l’abolizione con un emendamento in Legge di Bilancio, “è una disposizione inutile e dannosa che non ci possiamo permettere, soprattutto nel momento in cui dobbiamo investire in sanità”.