Produrre latte in laboratorio (senza mucche): nuova sfida per salvare il pianeta

"Cow free”, senza mucche. Il latte prodotto il laboratorio è la nuova sfida dell'industria agroalimentare per salvare il pianeta

Dopo l’uovo ottenuto senza le galline, la carne vegetale e il caffè cresciuto in laboratorio, arrivano il latte e i suoi derivati prodotti senza  mucche, bensì ottenuti tramite la fermentazione di lieviti geneticamente modificati. L’obiettivo? Fare in modo che anche l’industria alimentare dia il suo contributo per ridurre le emissioni di gas a effetto serra.

In particolare, sono gli allevamenti intensivi ad essere molto impattanti sull’equilibrio del pianeta.

Se la produzione alimentare rappresenta circa il 26% di tutte le emissioni globali di gas serra, la maggior parte arriva dal bestiame: in particolare quelle più elevate provengono da ruminanti come bovini e ovini, che rilasciano metano mentre digeriscono il cibo. Per ogni grammo di proteine la carne bovina ha otto volte le emissioni di gas serra del pollo e 25 volte quella del tofu.

Produrre latte in laboratorio per salvare il pianeta

Ma come è possibile produrre latte senza mucche? Il procedimento prevede di riprodurre in laboratorio, attraverso appositi bioreattori, le caseine (la principale famiglia di proteine del latte) e le proteine del siero di latte, tra cui le lattoglobuline e le lattoalbumine. Il risultato? Una polvere, con cui si possono realizzare latte, formaggi e altri prodotti, come frullati e altre bevande.  

Latte “cow free”, insomma. Sono numerose le startup al lavoro su questo obiettivo, come l’israeliana Remilk, il cui slogan è “Real dairy.

No cows”. Dopo aver raccolto 120 milioni di dollari di capitale di investimento, la società ha annunciato che aprirà a Kalundborg, in Danimarca, la più grande fabbrica di latte da laboratorio su un’area di quasi 70mila metri quadrati, che sarà in grado di garantire un quantitativo di latte pari a quello di 50 mila mucche in un anno.

 

Il latte prodotto in laboratorio scatena le polemiche

In Italia è già scoppiato il dibattito. In prima fila Coldiretti: “Un’aggressione che, dietro belle parole come “salviamo il pianeta” e “sostenibilità, nasconde l’obiettivo di arrivare a produrre alimenti facendo progressivamente a meno degli animali, dei campi coltivati, degli agricoltori stessi“, ha detto l’associazione di rappresentanza e assistenza dell’agricoltura italiana. “Assieme a Filiera Italia, – aggiunge – abbiamo smontato una dietro l’altra le bugie che ci celano per esempio, sulla presunta bistecca green, che in realtà non salva gli animali perché viene fabbricata sfruttando i feti delle mucche, non salva l’ambiente perché consuma più acqua ed energia di molti allevamenti tradizionali, non aiuta la salute perché non c’è garanzia che i prodotti chimici usati siano sicuri per il consumo alimentare, non è accessibile a tutti poiché per farla serve un bioreattore e non è neppure carne ma un prodotto sintetico e ingegnerizzato”.

Un pericolosissimo ulteriore step in avanti da parte di chi vuole distruggere ogni legame del cibo con la produzione agricola […] proponendo un unica dieta omologata e mondiale”, ha aggiunto il consigliere delegato di Filiera Italia, Luigi Scordamaglia. “Inaccettabile di fronte a tutto ciò l’atteggiamento di quelle istituzioni che nulla fanno per controllare l’effettivo impatto sulla salute umana e sull’ambiente di questi alimenti sintetici e qualcuno addirittura arriva a proporli come modelli a basso impatto ambientale e finanziando con soldi pubblici start up che in realtà spesso hanno dietro sempre le solite multinazionali globali”.

Attenzione – ha concluso –, carne e latte di sintesi sono solo i primi prodotti a cui seguiranno tanti altri alimenti, nessuno escluso, se il mondo regolatorio e politico assisterà passivamente alla loro affermazione senza valutarne i rischi e se si lascerà continuare impunemente questa programmata e capillare politica di disinformazione fatta da multinazionali in grado di investire risorse praticamente infinite”.