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Huawei deve ancora riprendersi dall’affaire 5G (e da Trump)

Arresti, spionaggio industriale e crisi. La vicenda tra gli USA e la Cina per il 5G lascia a terra una vittima sola: Huawei.

Contratti miliardari con mezzo mondo, dagli USA all’Unione Europea. Una tecnologia nuova e costosa su cui l’azienda era all’avanguardia. Fino a pochi anni fa tutto sembrava andare alla grande per Huawei. Il gigante tecnologico cinese sembrava infatti destinato a dominare il nascente – e proficuo – settore del 5G.

Hauwei, gigante in crisi “per i prossimi cinque anni almeno”

A distanza di pochi anni da quel momento di gloria, oggi, il quadro è drammaticamente diverso. Il colosso di Shenzen è in profonda crisi, soprattutto a causa delle pesantissime sanzioni decise dagli USA di Donald Trump. Pochi giorni fa il presidente di Huawei, Eric Xu, ha annunciato che le entrate del gruppo nell’anno in corso crolleranno “di 30-40 miliardi di dollari”. Xu ha anche precisato che la performance dell’anno precedente, con i ricavi a 136 miliardi di dollari, non sarà ripetibile. E che le perdite dureranno per almeno cinque anni. Insomma, crisi strutturale.

Come vedremo, la vicenda di Huawei comincia circa tre anni fa ma le recenti dichiarazioni del suo Presidente sono arrivate alla fine di un incidente diplomatico tra Cina, Canada e USA. Vale la pena cominciare da qui, quindi.

Estradizioni e segreti industriali: il caso Meng Wanzhou

Tutto inizia il primo dicembre 2018, quando Meng Wanzhou, vicepresidente del consiglio di amministrazione e direttrice finanziaria di Huawei, nonché figlia del fondatore dell’azienda stessa, viene arrestata a Vancouver, in Canada. Su di lei pendeva una richiesta provvisoria di estradizione degli Stati Uniti per frode e cospirazione, tra cui l’accusa di voler eludere le sanzioni USA contro l’Iran.

Erano mesi bollenti per le relazioni industriale tra Stati Uniti e Cina. Mesi di sospetti e accuse di spionaggio. Al centro dello scontro, proprio Huawei, accusata di aver “copiato” da brand statunitensi ma soprattutto di voler dominare il settore del 5G, con potenziali rischi per la sicurezza nazionale. Per tutti questi motivi, gli USA di Donald Trump fecero di tutto per bloccarne le operazioni, avviando la crisi per la società. (E continuano a farlo oggi con Biden, anche se in modo diverso.)

Dal Canada alla Cina: la nuova guerra fredda e il 5G

Wanzhou era ovviamente un elemento di questa strategia. A fine settembre scorso, dopo anni, la dirigente è riuscita a tornare in Cina ed evitare l’estradizione negli USA. Anche perché, nel frattempo, Pechino aveva giocato pesante, bloccando in Cina alcuni manager canadesi e facendo la voce grossa.

Le perdite denunciate a inizio articolo da Huawei, però, riguardano la sola divisione degli smartphone. La crisi dell’azienda, insomma, è strutturale e non più limitata alla telecomunicazioni. In questo senso il gigante sta pagando i strettissimi legami con Pechino, che hanno ispirato il sospetto (fondato) per cui le antenne Huawei avrebbe una “backdoor” per il governo cinese. Insomma, il timore è che i paesi occidentali comprino antenne e attrezzature che sono in realtà dei cavalli di Troia per la temuta Cina.

Lo stesso rischio ci sarebbe con i prodotti di altri giganti del dragone, come ZTE, motivo che sta spingendo gli USA a insistere affinché l’Unione Europea abbandoni questi brand. Timori legati alla sicurezza, certo, ma anche enormi interessi finanziari. Washigton preme per un’alleanza atlantica anti-cinese, chiedendo collaborazione di aziende europee come Ericsson, per fare concorrenza alle realtà cinesi.

La battaglia, insomma, non è finita. Ciò che è certo è che Huawei è finora la grande vittima di questo scontro. Sarà l’ultima?