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Scoperta lettera del nonno: l’alpino Davide Gaiga l’aveva scritta dalla trincea nella Grande Guerra

Scoperta lettera del nonno dalle nipoti in un vecchio baule in soffitta. Non aveva mai voluto parlare dell'orrore delle guerra

Scoperta lettera del nonno: l’alpino Davide Gaiga non aveva mai voluto parlare della sua esperienza nella Grande Guerra alle nipoti a Raffaella e Maria Teresa. Poi la sorpresa in un vecchio baule.

Scoperta lettera del nonno in un vecchio baule

«Avrei tante cose da dirvi, ma non so da dove cominciare per trovare la parte buona». Lo scrive dalle trincee della Grande guerra Davide Gaiga, in una lettera indirizzata al padre Matteo, rimasto a casa a prendersi cura della propria famiglia salvaguardandola dalla guerra e dalle sofferenza della povertà e della fame.

Davide Gaiga da cui risulta che era figlio di Matteo ed Elisabetta Anselmi, nato il 23 aprile 1891, in contrada Brea di Selva di Progno, alto 1,78 metri, capelli castagni lisci, occhi castani e di professione contadino. Davide Gaiga nel 1911 era stato congedato dal servizio di leva, ma richiamato alle armi per istruzioni il 21 febbraio 1915, per essere mandato in zona di guerra il 25 maggio, nel Sesto reggimento alpini, compagnia 256 del battaglione Valdadige. È due mesi dopo la lettera scritta dal fronte che il soldato riceve la nomina di caporale di sanità e fatto carabiniere ausiliario con l’obbligo di ferma di sei mesi dopo la firma della pace. Tornerà a casa pertanto solo il 21 agosto del 1919, ottenendo due anni dopo la dichiarazione «di aver tenuto buona condotta e di aver servito in fedeltà ed onore».

La lettera è stata ritrovata in un vecchio baule in soffitta per oltre un secolo e le nipoti di Davide, Raffaella e Maria Teresa Gaiga, hanno trovato casualmente e vogliono rendere nota per celebrare la memoria del nonno e di tanti giovani caduti.

L’alpino Davide Gaiga aveva scritto la lettera dalla trincea nella Grande Guerra

Lui dalla guerra era tornato, ma non aveva mai voluto parlarne alle nipoti ancora bambine: «No voi spaentarve. Bison che tasa mi» (Non voglio spaventarvi, devo tacere), diceva alle nipotine, anche se è rimasta impressa nella loro mente quell’unica frase, raccolta come un sospiro dalla voce del nonno: «Gh’era morti come fasine ‘ntel bosco» (I morti si contavano come le fascine di legna nel bosco). Raccontò solo di un ufficiale italiano ed uno austriaco, morti nello stesso attacco e sepolti insieme in una fosse comune sulla quale i soldati scrissero «Qui giacciono austriaci e italiani, fratelli nella morte».

Voleva difendere le proprie nipotine dai ricordi di guerra, sofferenza e tanto dolore. Lui però quella lettera e forse moltre altre le aveva scritte per aggiornare la propria famiglia.

Aveva 26 anni, quell’8 ottobre 1917, quando su carta fornita dall’Esercito, con intestazione «Casa del soldato. Alla fronte», aveva cominciato a riempire con la sua scrittura le quattro facciate del foglio consegnato aperto e che venne quindi sigillato con la scritta «Verificato per censura». Stranamente la censura sorvolò su alcuni particolari che rendono l’idea di quanto difficile fosse la vita in trincea in quel principio di ultimo inverno di guerra: «Vi faccio sapere che qui dove mi trovo è stato più di un mese senza piovere. Adesso ha piovuto. Qui si starebbe meno male, ma c’è l’acqua che non si può bere in quanto amara e il suo colore è verde come l’erba. Mentre vi scrivo il cannone tuona più del solito. Qui da queste parti la pace non c’è mai. La guerra si fa sentire ogni giorno e notte… altro che il Trentino», scrive Davide facendo capire di non essere più sul fronte dove era stato in precedenza ma in una nuova postazione di prima linea.