Live

“Vi spiego perché Biden punta sulle infrastrutture per battere la Cina”. Parla il prof. Del Pero

Mario Del Pero (SciencesPo) sul maxi piano del Presidente Usa: "La democrazia perde se non funziona per cittadini ed economia"

Quella del piano sulle infrastrutture, per Joe Biden, non è solo un’operazione politica ed economica, ma anche geopolitica. L’inquilino della Casa Bianca, infatti, ha colto ogni occasione possibile per ribadire un concetto semplice ma decisivo: puntare sulle infrastrutture americane vuol dire anche combattere ad armi pari la sfida egemonica con la Cina. E magari vincerlaTrue-News ne ha parlato con Mario Del Pero, professore di Histoire internationale all’Institut d’ètudes politiques – SciencesPo di Parigi.

Come si spiega questo connubio tra l’agenda economica di Biden e la sfida con la Cina?

Il primo dato è che gli Stati Uniti soffrono di una obsolescenza infrastrutturale consolidata. Chi arriva dall’Europa rimane colpito, tanto per dirne una, da pali traballanti su cui penzolano decine di cavi e da utilities dismesse. In Connecticut, sempre per fare un esempio, quando arriva una nevicata abbondante può succedere che manchi la luce per cinque giorni. Ci sono autostrade a cui nessuno ha mai messo mano dall’Highway act del 1956 di Eisenhower. Questa rete infrastrutturale vecchia nuoce alla competitività del Paese, perché su quelle reti corrono merci, persone e informazioni. L’arretratezza è quindi oggettiva, gli americani che prendono un treno ad alta velocità Milano-Roma rimangono colpiti da tanta efficienza, paragonata – ad esempio – alla linea Amtrak più trafficata degli Usa, quella che corre da Boston verso Washington DC e New York, che costa molto ed è messa malissimo.

A livello interno quali sono gli obiettivi?

L’attuale rete infrastrutturale lascia diversi pezzi di Paese praticamente tagliati fuori, soprattutto sul fronte delle infrastrutture digitali come la fibra. E’ un digital divide che ha tutte le caratteristiche per trasformarsi in un socio-political divide, nel senso che poi parliamo di un’America rurale, extraurbana, bianca, ostile al resto del paese che non riesce a sfruttare al meglio i processi della globalizzazione e che diventa più sensibile, ad esempio, a messaggi politici come quello trumpiano. L’idea, quindi, è quella di puntare sulle infrastrutture per colmare una divisione che ha implicazioni tali da contribuire alla disfunzionalità politica del Paese e da minarne la coesione.

Dal punto di vista economico?

Nei piani di Biden il concetto di infrastrutture è inteso in maniera molto ampia, in un modo quasi lasco e furbesco. Da un punto di vista quasi roosveltiano, da New Deal, un ampio piano di investimenti serve come volano e come moltiplicatore di crescita economica, nel convincimento che in questo momento il settore pubblico debba avere anche la funzione di pilotare lo sviluppo economico su determinati binari, ma anche di alimentarlo. Sintetizzando: stimolare la crescita, diventare più efficienti, correggere storture che causano disuguaglianze e polarizzazioni. E’ alla luce di tutto questo che per Biden le infrastrutture servono a rendere gli Usa più competitivi, con la Cina e non solo.

Biden però punta anche su un messaggio politico: se l’agenda economica funziona, dice il presidente, sarà la dimostrazione che la democrazia è ancora un modello migliore rispetto alle autocrazie, come quella cinese. E’ solo retorica o c’è della sostanza?

Io credo che ci sia della sostanza. Una democrazia che risulta inefficace e inefficiente, infrastrutture obsolete, treni che arrivano in ritardo, ponti che cadono a pezzi e altre cose: sono innegabilmente simboli di inefficienza. Restituiscono l’immagine di una democrazia che in un certo senso accetta sacche di esclusione e di marginalità dentro al proprio paese, che non garantisce elementari forme di protezione sociale. Una democrazia con queste caratteristiche perde sicuramente legittimità e credibilità e risulta quindi più vulnerabile. I piani economici servono appunto a ridare legittimità ad una democrazia che in parte l’ha persa. La vera sfida rispetto alla Cina è un’altra, Biden vorrebbe innanzitutto disancorare progressivamente le catene globali di valore dalla presenza e quindi dalle condizionalità della Cina. Già nell’USMCA, (accordo di libero scambio firmato tra Canada, Messico e Usa durante l’era Trump ma con ampio consenso bipartisan), ci sono clausole volte esplicitamente a limitare la presenza cinese nelle catene transnazionali che portano alla creazione di un prodotto finito.

Ad esempio?

Per avere le tariffa zero entro lo spazio nordamericano nella produzione di automobili, in gran parte assemblate in Messico, deve essere garantito un 75% di componentistica prodotta dentro lo spazio nordamericano stesso. Chiaramente è un’operazione che serve ad arginare la componentistica che arriva dalla Cina.

L’agenda Biden tocca anche la cybersecurity. Considerati anche gli attacchi ramsomware che hanno colpito alcune infrastrutture strategiche del Paese negli scorsi mesi, quanto è importante questo dossier per l’amministrazione?

Le vicende che lei cita sono importanti come campanello d’allarme, nel senso che mostrano una vulnerabilità infrastrutturale. Pensiamo, ad esempio, cosa accadrebbe nel caso avvenga la paralisi di un grande porto come Los Angeles o Long Beach. E’ chiaro che potrebbe paralizzare il paese intero. Immagino, quindi, che il settore sarà oggetto di investimenti e di un impegno massiccio da parte dell’amministrazione. Di nuovo, strutture obsolete sono più vulnerabili anche da questo punto di vista.