Ubereats, le condanne ai caporali. I giudici: così funzionava il “sistema per disperati”

Le durissime motivazioni della condanna dell'ex intermediario che forniva rider a Ubereats: "Turni massacranti e regime di sopraffazione"

“Turni di lavoro massacranti”, “reiterato e protratto sfruttamento dei riders” sottoposti a “condizioni di lavoro degradanti” e a “un regime di sopraffazione retributivo” ignorando anche la “sicurezza e l’integrità psico-fisica dei lavoratori”. Sono le parole durissime delle motivazioni della sentenza di primo grado con cui il Tribunale di Milano ha condannato a 3 anni e 8 mesi l’ex intermediario di Ubereats nella fornitura di ciclo fattorini, Giuseppe Moltini, e altri due imprenditori, Giovanni Abbrancati (2 anni) e Isidoro Taddeo (un anno e 6 mesi), nell’ambito del processo nato dalle indagini della Procura e Guardia di Finanza di Milano sullo sfruttamento dei rider e i reati fiscali delle società contrattualizzate per fornire servizi nel maggio 2020, che ha portato anche al commissariamento per la prima volta in Italia di una multinazionale del food delivery.

Uscita da questo processo invece la manager di Ubereats Gloria Bresciani (ormai ex) per la quale si sta procedendo in maniera separata.

Ubereats, le indagini sulle pratiche di Flash Road City

Sono 205 pagine di motivazioni durissime quelle messe nero su bianco dalla giudice Teresa De Pascale e depositate il 7 gennaio 2022 dopo che le condanne erano arrivate lo scorso ottobre. Nel mirino le pratiche messe in atto dalla Flash Road City (poi Frc srl) di Giuseppe Moltini – che sin da subito ha collaborato con l’autorità giudiziaria – nel reclutare manodopera straniera proveniente da proveniente da Mali, Nigeria, Costa d’Avorio, Gambia, Guinea, Pakistan e Bangladesh a cui far consegnare cibo in diverse città d’Italia, non solo Milano, per conto del ramo italiano Uber Italy srl controllato dalla holding olandese del maxi gruppo nato a San Francisco.

Rider derubati delle mance e “disconnessi”

Il quadro emerso tra indagini e processo fatto di decine di testimonianze, mail, chat e risultanze investigative delle Fiamme Gialle, parla di lavoratori che venivano pagati 3 euro a consegna indipendentemente dalla distanza percorsa in bicicletta e negli atti è depositato una sorta di “contratto di lavoro” scritto a penna su un foglietto di carta. I rider venivano derubati delle “mance” lasciate spontaneamente dai clienti e “puniti” attraverso un’arbitraria decurtazione dei loro compensi, anche di un terzo, quando non rispettavano alcune indicazioni per esempio rifiutando di accettare anche quote minime di alcune ordinazioni, per esempio una ogni 20 ricevute.

Venivano omessi in alcuni casi i versamenti della ritenuta d’acconto relativa ai pagamenti e inoltre vi era l’estromissione dal circuito lavorativo di Ubereats attraverso il meccanismo della disconnessione, chiudendo cioè gli account del singolo rider e rifiutandosi di corrispondere quanto dovuto per il lavoro precedente.

I dipendenti intercettati: “Un sistema per disperati”

E infine “ripetutamente messi in pericolo nella loro integrità fisica con una costante violazione delle norme di sicurezza” a cominciare da mezzi di trasporto, calzature, luci, caschi e l’imposizione del telefono cellulare nel corso della pedalata.

Comportamenti che gli stessi dipendenti di Ubereats definivano nelle loro conversazioni un “sistema per disperati” come dice Gloria Bresciani – va ribadito: attende ancora l’esito del suo procedimento iniziato da poche settimane perché ha optato di essere processata con il rito ordinario invece che quello abbreviato – parlando con un collega e aggiungendo che “anche se lo pensi i panni sporchi vanno lavati in casa e non fuori”. Oltre agli aspetti lavorativi la sentenza fotografa anche i comportamenti tenuti per evadere le imposte sui redditi e l’iva attraverso fatture per operazioni inesistenti con le quali abbattere l’imponibile.

Risarcimenti per 44 lavoratori costituitisi parte civile

Sono 44 i lavoratori che si sono costituiti parte civile nel processo oltre all’Agenzia delle Entrate, la Cgil e la Camera del Lavoro di Milano. Oltre alla pena detentiva a Giuseppe Moltini – che aveva degli antichi precedenti risalenti agli anni Novanta – sono stati sequestrati beni per 313mila euro, è stato condannato a 30mila euro di multa, interdetto dai pubblici uffici per 5 anni e per 2 anni dai contratti con la pubblica amministrazione.

Ai lavoratori sono andati 10mila ciascuno con risarcimento invece da stabilire e liquidare in separata sede civile mentre a Cgil e Camera del Lavoro 2.800 euro ciascuna.