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Tutti pazzi per le “società benefit”. Da Intesa a Fileni, fare i soldi con “l’impronta sociale” decolla in Italia

Gli ultimi in ordine cronologico a salire sul carro delle “società benefit” sono Intesa Sanpaolo che ha creato il veicolo Cimarosa 1 spa per acquistare 50 case all’asta nel disastrato quartiere Satellite di Pioltello, alle porte di Milano. In via Cimarosa – per l’appunto. Ma è già storia quella di Redo, la società benefit per eccellenza che realizza e gestisce l’housing sociale di Milano e Lombardia.

Intesa, Fileni, Acqua dell’Elba: tutti vogliono la società benefit

Che dire allora della nuova società benefit di Fileni Alimentare, il terzo gruppo d’Italia nella carni avicole e leader nelle carni bianche da agricoltura biologica. Per non parlare di “Acqua dell’Elba”, il brand nel settore profumi e beauty dell’isola di fronte a Piombino attivo da vent’anni e che ha mappato il “sentiero delle essenze” lungo l’emiciclo dell’Elba. Con il presidente dell’azienda, Fabio Murzi, che ha detto di recente ad Adnkronos: “Puntiamo sull’estero e diventiamo società benefit”. L’ultima? L’agenzia eprcomunicazione che l’8 luglio “accelera sulla via della responsabilità sociale diventando società benefit” fa sapere in una nota.

Cosa sono le società benefit

Cosa sono le B-Company per cui vanno matti gli imprenditori italiani? Imprese – certo – che “nell’esercizio di una attività economica, oltre allo scopo di dividerne gli utili, perseguono una o più finalità di beneficio comune e operano in modo responsabile, sostenibile e trasparente”. È questa la definizione che ne dà la legge italiana. Introdotta a partire dal 2016 con un ddl – poi recepito in Finanziaria – a firma dell’allora senatore del Partito democratico Mauro Del Barba, oggi deputato di Italia Viva. Società ibride fra profit e no profit. L’Italia? Il secondo Paese al mondo a provarci dopo gli Stati Uniti.

Società benefit: l’idea del renziano Mauro Del Barba

A pensar male si fa peccato ma quasi sempre si indovina”, diceva un ex senatore a vita. E la domanda allora sorge spontanea: perché mai un’azienda dovrebbe rinunciare a perseguire l’esclusivo scopo di lucro? Quali vantaggi ci sono? Dal punto di vista fiscale – sorprende dirlo – praticamente nessuno. Soltanto dal 2020 è stato introdotto dal Decreto Rilancio un credito d’imposta del 50% sulle spese di costituzione delle società benefit. Un vantaggio risibile se paragonato agli oneri addizionali in termini di reportistica e certificazione che accompagneranno la benefit company per tutta la sua esistenza.

Burocrazia snella? Non pare. Le società che decidono di trasformarsi (o di nascere come) benefit corporation devono sottostare per legge ad obblighi di reportistica per spiegare e misurare il dichiarato perseguimento di attività di beneficio sociale, pena la possibilità di essere sanzionati per pubblicità ingannevole dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

Società benefit, i soldi si guadagnano con la reputazione

E quindi di nuovo: perché? La risposta sta nei numeri: le società benefit rendono di più. Il vantaggio reputazionale nei confronti dei concorrenti è un valore. Non immediatamente monetario ma che è facilmente monetizzabile: migliori condizioni di accesso al mercato, maggiore capacità di attrarre talenti, maggiore accountability per il management aziendale sono alcuni degli elementi che contribuiscono a rendere le società benefit, in media, più profittevoli rispetto a quelle tradizionali.

Funziona? Sicuramente, il fatto che l’introduzione della forma giuridica non sia stato accompagnato da un regime fiscal ad hoc (pur non essendo mancate richieste in tal senso), ha tenuto finora il settore al riparo dai comportamenti opportunistici o elusivi quando non fraudolenti. Gli stessi che negli anni hanno macchiato per anni l’immagine delle onlus o delle cooperative: basti pensare ad esempio ai tanti casi di palestre “mascherate” da Associazioni Sportive Dilettantistiche.

Cosa fanno le benefit company? Al di là dei settori si limitano a “istituzionalizzare” (e misurare) il proprio impatto in termini di corporate social responsibility. Che è invece un indicatore usato per pure finalità di marketing da larga parte delle società a scopo di lucro. I più noti? I casi di “green-washing”, ovvero a quelle aziende che dichiarano la propria attenzione alla sostenibilità ambientale nelle proprio campagne di marketing ma che non perseguono alcun reale obiettivo di sostenibilità; premio della critica ai giganti petroliferi che pubblicizzano il loro impegno nell’essere “parte nella soluzione” al cambiamento climatico.

di Francesco Floris e Pietro Bullian

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Francesco Floris
Francesco Floris
Nato nel 1989, trentino, milanese d'adozione,. Giornalista freelance. Collaboratore di True-News, Fatto Quotidiano, Affaritaliani.it Milano, Linkiesta, Gli Stati Generali, Vice, Il Dubbio, Redattore sociale. Per segnalazioni scrivimi a francesco.floris@true-news.it o frafloris89@gmail.com

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