Studiare in Italia non conviene. Il report Ocse sui ritardi della scuola italiana

Il rapporto Ocse sul livello di istruzione e le opportunità che fornisce la scuola nel nostro paese è drammatico

Perchè questo articolo potrebbe interessarti? Si fa sempre un gran parlare di scuola, in campagna elettorale. Il mondo dell’istruzione ha conosciuto una profonda revisione durante gli anni della pandemia; e la scuola dovrebbe essere uno dei temi all’ordine del giorno del prossimo governo che si insedierà ad ottobre. Con l’anno scolastico iniziato da poche settimane, arriva un report dell’Ocse a fotografare lo stato della scuola nel nostro paese.

La scuola in Italia va molto più a rilento degli altri paesi sviluppati. L’ultimo rapporto Ocse, Education at a Glance 2022, valuta lo stato di salute dell’istruzione nei sistemi educativi di 38 Paesi membri. Europa, Sud America, Cina, Medio oriente e Africa. L’Italia si piazza in fondo a numerosi indicatori.

Studiare non conviene

La scuola in Italia non riesce a fornire una preparazione valida agli studenti; e nemmeno a fornire una retribuzione idonea agli insegnanti.

I docenti nel nostro paese guadagnano in media il 27% in meno. C’è poi una percentuale disarmante di giovani che abbandonano gli studi, molti dei quali rimangono inattivi.

Dopo la pandemia, il mercato del lavoro si fa più selettivo. Aumentano i Neet – sigla per indicare i giovani che non studiano e non sono impiegati. Salgono al 30% dei ragazzi tra i 20 e i 24 anni; e addirittura il 34 per cento tra i 25 e i 29 anni, più di un terzo.

Gli squilibri della scuola

“Le condizioni di svantaggio familiare o anche territoriale gravano sulle spalle dei bambini, sin da quando sono piccoli”. Raffaella Milano, dirigente di Save the Children, analizza gli squilibri persistenti nel sistema scolastico. “Un asilo nido di qualità è in grado di ridurre le disuguaglianze”.

La fotografia dell’Ocse offre un’immagine desolante del mondo dell’istruzione in Italia. Quando i giovani lasciano la scuola, trovano un’università che non è in grado di attrarre studenti; ancora meno arrivano alla laurea.

“In Italia la quota di giovani adulti laureati è del 28%, una crescita molto minore alla media”, analizza Giovanni Semeraro di Ocse.  La quota di giovani fra i 25 e i 34 anni con un titolo di istruzione universitaria è cresciuta in 10 anni di 18 punti; contro i 21 punti percentuali della media Ocse. L’Italia resta uno dei 12 paesi Ocse in cui la laurea non è ancora il titolo di studio più diffuso in questa fascia di età.

Discriminazioni non solo di genere

Chi ottiene la laurea triennale entro tre anni dalla fine naturale del corso di studio in Italia è poco più della metà; contro una media Ocse del 68%. I tempi di completamento dei percorsi di laurea sono più rapidi per le donne. Il 56% delle studentesse consegue la laurea triennale entro tre anni dalla fine dei corsi.

Ma le donne vengono penalizzate all’ingresso nel mercato del lavoro, con stipendi e carriere peggiori.

“Solo il 20% delle ragazze consegue una laurea in materie STEM; contro il 40% dei ragazzi”. L’analisi di Daniela Vuri, Prorettrice dell’Università Tor Vergata di Roma, valuta le lauree nei corsi che garantiscono maggior occupazione.

Nel 2021 la differenza tra la regione con la quota più alta di 25-64enni laureati (il Lazio, con il 26%) e la regione con la quota più bassa (la Sicilia, con il 15%) era di 11 punti percentuali.

Queste variazioni all’interno di uno stesso Paese non rispecchiano solo le differenze nelle opportunità di istruzione, ma sono dovute in larga misura alle condizioni economiche e ai modelli migratori interni.

La scuola che verrà secondo il ministro Bianchi

Alla drammatica fotografia del rapporto Ocse, il Ministro dell’Istruzione Bianchi prova a replicare. “I dati del report si fermano a uno o due anni fa. Con i fondi del Pnrr – ha detto il ministro – abbiamo investito negli edifici scolastici, per ridurre le classi pollaio”. Anche se il rapporto classi-alunni è ancora elevato: oltre 19,9 alunni per ogni aula. Il governo ha investito anche sulle competenze dei docenti, con un nuovo metodo di reclutamento; sul potenziamento dei laboratori degli Istituti tecnici e professionali – che offro concrete opportunità lavorative. Anche sugli stipendi ai docenti, il Governo sta lavorando. “Ci saranno incentivi per gli insegnanti che lavorano con continuità nei contesti disagiati”. Protestano però i sindacati per una misura che – dichiara una nota della Cgil – “riguarda solo il 3% del corpo docenti”.

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