Obsolescenza programmata, ecco come e quali aziende speculano. Il report

L’antitrust europeo la considera una vera e propria forma di speculazione da combattere, in tutte le sue forme. Dispositivi che si rompono, altri che è più facile sostituire che riparare, altri ancora che dopo pochissimi anni non è più possibile aggiornare. Un comportamento, questo, che molti colossi dell’hi-tech e degli elettrodomestici adottano da anni per incentivare il business. Si chiama obsolescenza programmata ed è diventata prassi per aziende come Apple e Samsung.

Multe ad Apple e Samsung e costi

Contro Apple qualche mese fa è partita una maxi class action da 60 milioni di euro. Fa seguito a una multa da 25 milioni comminata alla Mela dalla Direzione generale per la concorrenza, il consumo e la repressione delle frodi in Francia. L’accusa è quella di non aver fornito adeguate informazioni sul rallentamento dell’iPhone a seguito di un aggiornamento del software.

Poco prima il colosso fondato da Steve Jobs aveva pagato altri dieci milioni di euro, questa volta in seguito a un’indagine condotta dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato in Italia, per la stessa ragione. Venendo a Samsung, anche il colosso sudcoreano è stato costretto a pagare cinque milioni di euro, rischiando anche un’azione penale collettiva a causa di un illecito aggiornamento sul Galaxy Note 4.

Ma l’obsolescenza programmata non significa solo un enorme sperpero di denaro, visto che solo i consumatori italiani spendono ogni anno dieci miliardi di euro per sostituire smartphone impossibili da aggiornare, televisori che improvvisamente non si accendono più, computer troppo lenti e lavatrici con la pompa dell’acqua inutilizzabile.

Il report Ue sull’inquinamento

Poi c’è il problema dell’inquinamento. Recentemente l’European environmental bureau (Eeb), per conto delle campagne Coolproducts e Right to Repair, ha pubblicato un nuovo rapporto che stima l’impatto climatico dei principali prodotti di elettronica domestica in base al loro utilizzo e all’energia consumata per realizzarli.

Il documento spiega che allungando la durata dei principali apparecchi di soli 365 giorni rispetto all’attuale media si potrebbero risparmiare in Europa le emissioni di carbonio di due milioni di automobili ogni anno. Se invece gli anni di vita in più fossero cinque si eviterebbero quasi dieci milioni di tonnellate di Co2 l’anno entro il 2030 (o le emissioni di cinque milioni di auto).

Mancanze legislative

Queste cifre elevate sono dovute alla grande quantità di energia e risorse coinvolte nella produzione e distribuzione di nuovi prodotti e nello smaltimento di quelli vecchi.

Nel frattempo, però, Unione europea e Parlamento italiano non hanno ancora messo a punto una legge ad hoc.

Anche se la linea è stata ormai tracciata: “Nel nostro Paese esiste già una bozza di provvedimento che impone la disponibilità dei pezzi di ricambio nei dieci anni successivi dall’uscita di produzione di un bene, oltre che garanzie più lunghe – conferma Silvia Bollani di Altroconsumo. L’obiettivo è convincere gli utenti a riparare e riciclare.

In fase di definizione è anche la normativa comunitaria, che dovrà essere recepita in Italia”.

La vita media di un elettrodomestico

Nel frattempo la fine anticipata di dispositivi ed elettrodomestici costa, in tutta l’Unione europea, qualcosa come cento miliardi di euro ogni anno. E contribuisce a rendere complesso il sistema di smaltimento di questi rifiuti speciali, catalogati come Raee (Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche). Perché se fino agli anni Settanta un apparecchio durava mediamente almeno vent’anni, oggi la sua efficienza termina dopo cinque.

Nei casi più estremi, perfino due. “Ormai si è affermata una cultura dell’usa e getta, anche perché sistemare questi apparecchi spesso è più costoso che ricomprarli – conclude Bollani -. Ma l’obsolescenza è anche psicologia: gli utenti sono sommersi dai nuovi modelli, sempre più efficienti e accattivanti. Così percepiscono quelli che già posseggono come vecchi, e così sono spinti a cambiarli prima ancora che smettano di funzionare”.

IL REPORT DELL’UNIONE EUROPEA