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Quale Draghi vedremo, il privatizzatore o il keynesiano?

L'ex allievo del professor keynesiano Federico Caffè chiese anche tagli alle pensioni e sacrifici ai lavoratori: l'enigma Mario Draghi.

Se governo di Mario Draghi sarà, vale la pena chiedersi quale approccio avrà sul mondo del lavoro. Difficile prevederlo perché esistono diversi lati di Mario Draghi che, nel corso della carriera del banchiere, hanno avuto più o meno influenza nelle sue decisioni. È l’uomo delle privatizzazioni, certo, ma anche l’ex allievo dell’economista keynesiano Federico Caffè, origine che dovrebbe portarlo un po’ più a sinistra. La confusione è inevitabile, visto l’enigmatica figura dell’ex capo della BCE, duttile e adattabile quanto basta a renderlo difficile da catalogare.

Il ritorno del Britannia

In questi giorni, per esempio, è rispuntato un articolo di Repubblica del settembre 2011 (il titolo: “Trichet e Draghi: ridurre gli stipendi. Per l’Italia servono interventi drastici”) che non sembra molto rassicurante per i milioni di lavoratori che sono in ansia per il loro futuro. Nel pezzo si parla della lettera, spedita alla fine dell’estate in cui lo spread italiano salì a livelli record, in cui la coppia Trichet-Draghi chiedeva all’allora governo Berlusconi interventi “drastici” sulle pensioni (“riportare l’età del ritiro delle donne nel settore privato in linea con quella del settore pubblico”) e sul lavoro (“rafforzando le regole per il turn over e, se necessario, riducendo gli stipendi”). Terreno fertile per il rispuntare di teorie cospiratorie d’antan come quella sul discorso che Draghi tenne a bordo del panfilo “Britannia” della regina d’Inghilterra Elisabetta II davanti a una platea di investitori internazionali, nel 1992. In quella sede si parlò di privatizzazioni e delle mosse che l’Italia avrebbe presto fatto in quella direzione.

Vecchi discorsi e cospirazioni

“La privatizzazione è stata originariamente introdotta come un modo per ridurre il deficit di bilancio”, disse Draghi secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano. “Più tardi abbiamo compreso che la privatizzazione non può essere vista come sostituto del consolidamento fiscale, esattamente come una vendita di asset per un’impresa privata non può essere vista come un modo per ridurre le perdite annuali. Gli incassi delle privatizzazioni dovrebbero andare alla riduzione del debito, non alla riduzione del deficit. Quando un governo vende un asset profittevole, perde tutti i dividendi futuri, ma può ridurre il suo debito complessivo e il servizio del debito.”

Tagli, pensioni, rapporti amichevoli con la finanza internazionale: non manca nulla. A concludere il tutto, ecco un altro documento tornato in superficie ad hoc in questi giorni: un vecchio intervento di Francesco Cossiga a Uno Mattina ripreso all’epoca da Striscia La Notizia, in cui l’ex Presidente della Repubblica commentava con parole durissime la proposta – all’epoca ventilata – di Draghi alla Presidenza del Consiglio: “Un vile affarista che è stato assunto dalla Goldman Sachs. E male, molto male, io feci ad appoggiarne, quasi a imporne la candidatura (alla Banca d’Italia, Nda) a Silvio Berlusconi”.