Lo strano caso del Giappone: perché in questo Paese l’inflazione non cresce

L'inflazione cresce ovunque ma non in Giappone. Ecco come ha fatto Tokyo e perché il suo rappresenta un caso più unico che raro

L’inflazione cresce ovunque ma non in Giappone. La guerra in Ucraina e il conseguente aumento del costo delle materie prime hanno scatenato uno tsunami economico globale. Eppure, mentre Europa e Stati Uniti sono nell’occhio del ciclone, c’è chi, come Tokyo, è fin qui riuscito a mettersi al riparo dalle turbolenze. Ecco come ha fatto e perché il suo rappresenta un caso più unico che raro, e per questo impossibile da replicare altrove.

Il peso dell’inflazione

Innanzitutto è fondamentale aver chiaro il concetto di inflazione. Nelle economie di mercato, i prezzi di beni e servizi possono subire variazioni in qualsiasi momento. Abbiamo l’inflazione “quando assistiamo ad un rincaro di ampia portata che non si limita a singole voci di spesa”, spiega la Banca centrale europea (Bce) sul suo sito. Prendendo come esempio l’Europa, vuol dire che con un euro si possono acquistare meno beni e servizi rispetto al passato.

Allo stesso tempo, questo fenomeno economico riduce il valore della moneta nel tempo.

Alla fine di maggio, l’inflazione registrata nei Paesi del G7 è schizzata ai massimi livelli come non accadeva da decenni. Attenzione però, perché mentre negli Stati Uniti e nel Regno Unito parliamo di livelli allarmanti, compresi tra l’8 e il 9%, in Giappone l’inflazione, pur considerata elevata, oscilla intorno al 2,5%. I dati del governo nipponico specificano, inoltre, che l’indice dei prezzi al consumo è sì salito del 2,5% ad aprile rispetto allo scorso anno.

Allo stesso tempo, però, se escludiamo l’impatto di cibo ed energia, scopriamo che i prezzi sono aumentati di appena lo 0,8%.

Il “segreto” di Tokyo

Il Giappone non può contare su risorse energetiche ed è costretto ad acquistarle all’estero, proprio come molte nazioni europee. L’inflazione qui non è però affatto fuori controllo. Anzi: i prezzi viaggiano ad un tasso prossimo al target della banca centrale giapponese. Come hanno fatto notare Kana Inagaki e Robin Harding sul Financial Times, la Bank of Japan (BoJ) sta acquistando le obbligazioni di cui ha bisogno per mantenere i rendimenti a 10 anni fissati allo zero per cento.

Al contrario, la Federal Reserve statunitense, la Bank of England e la Bce stanno aumentando i tassi di interesse.

A quessto proposito è interessante analizzare la particolarità giapponese. Tokyo, come detto, è esposta alla maggio parte dei nostri stessi choc economici (aumento del costo delle materie prime in primis). In Giappone, tuttavia, l’aumento dei prezzi può portare addirittura alla deflazione. Negli Stati Uniti ed in Europa le aziende sono solite rispondere all’umento dei prezzi delle materie prime trasferendo i costi sui consumatori.

Niente del genere avviene in Giappone, dove le imprese temono un contraccolpo negativo nel caso in cui aumentassero i prezzi. Allo stesso tempo, i lavoratori non chiedono salari più alti che consentirebbero loro di restare al passo di ipotetici prezzi più alti esposti sugli scaffali dei negozi. Risultato: le aziende giapponesi devono pagare di più per le importazioni ma non possono aumentare i prezzi. Onde evitare una compressione dei profitti, reagiscono quindi riducendo i costi salariali e creando una pressione deflazionistica.

La particolarità del Giappone

La BoJ è fiduciosa che l’inflazione del Giappone si ridurrà, ed è per questo che ha intenzione di sostenere l’economia anziché frenarla. “L’aumento dei prezzi previsto nel breve periodo sarà guidato dai prezzi dell’energia e dalla mancanza di sostenibilità”, ha affermato il governatore della banca Haruhiko Kuroda in un discorso emblematico (che potete leggere integralmente al termine dell’articolo). Il Sole 24 Ore ha spiegato che negli Stati Uniti l’accelerazione dei prezzi è motivata dalla carenza di forza lavoro e dall’aumento della domanda aggregata.

Le pressioni su offerta e domanda hanno quindi provocato una richiesta di salari più alti. In Europa lo scenario è simile, anche se il peso dell’energia sul Consumer Price Index (CPI) è più rilevante, al contrario di quello dei salari.

In Giappone non è accaduto niente di simile. La tendenza va in una direzione ben precisa: mantenere prezzi freddi. Nel suo discorso-manifesto, il governatore Kuroda ha parlato di “zero-inflation norm“. Di che cosa si tratta? “Significa che tutti agiscono essenzialmente di concerto per mantenere i prezzi invariati”, ha spiegato lo stesso Kuroda. Il motivo è presto detto: il più piccolo aumento dei prezzi produrrebbe un calo della domanda più che proporzionale. Una diminuzione, invece, non genererebbe miglioramenti rilevanti. I prezzi giapponesi, quindi, non si muovono di una virgola.

IL “MANIFESTO” DEL GOVERNATORE DELLA BANCA CENTRALE GIAPPONESE