Evergrande, un terremoto da 300 miliardi di debiti che può scuotere anche l’Italia

Pechino potrebbe abbandonare Evergrande, con passività per 300 miliardi di dollari, al suo destino: le conseguenze in Europa e in Italia

“Le case servono per viverci, non per fare speculazione”. L’eco di quello che nel 2017 sembrava un aforisma scontato, uno dei tanti messaggi di buon governo lanciati dal presidente cinese Xi Jinping, risuona, oggi più che mai, come una sorta di avvertimento generale. I grandi colossi del real estate che hanno fatto grande la Cina sono consapevoli che l’aria è cambiata e che il loro business subirà importanti cambiamenti.

Ma quello che più conta è capire se davvero assisteremo all’esplosione della bolla immobiliare cinese, se le ultime vicende che hanno colpito Evergrande e soci creeranno ripercussioni anche in Occidente e se, in ultima battuta, la Repubblica Popolare riuscirà a superare indenne anche questa sfida.

Innanzitutto, che il settore immobiliare fosse una specie di tallone di Achille del Dragone dei miracoli è un fatto più volte portato alla ribalta da economisti e analisti di mezzo mondo.

La vicenda, che prima era affrontata per lo più da addetti ai lavori ed esperti di Cina, ha assunto una rilevanza internazionale in seguito alla vicenda Evergrande, per vendite la seconda azienda di sviluppo immobiliare attiva oltre la Muraglia.

Evergrande, crescita costante… fino al Covid

Breve sintesi di quanto accaduto. Il gruppo Evergrande è stato fondato nel 1996 e, nel corso degli anni, proprio come accaduto ad altri “campioni” dell’economia cinese, è cresciuto sempre di più.

Anche se il suo core business è sempre stato l’acquisto di terreno sui quali edificare immobili residenziali, il suo portafoglio d’investimenti comprende di tutto e di più: dalla squadra di calcio Guangzhou Evergrande al marchio di acqua minerale Evergrande Spring, da allevamenti suini a interessi nell’agroindustria, passando per pannelli solari, auto elettriche, viaggi e salute.

Per almeno un paio di decenni la crescita economica della Cina è stata trainata anche da Evergrande, in prima fila nel vendere appartamenti alla nascente classe media nazionale (e non solo).

Poi si è scatenata la pandemia di Covid-19, unita a un pesante rallentamento del mercato immobiliare cinese e una stretta del governo cinese sui debiti. Sono così venute a galla le criticità di un modus operandi spericolato e speculativo basato sull’aumento della propria leva finanziaria. In altre parole, e per usare termini meno tecnici, il gruppo prendeva in prestito grandi somme di denaro confidando nella propria capacità di investirli in progetti immobiliari, ottenendo un rendimento maggiore del tasso di interesse richiesto dai soggetti prestatori (il più delle volte istituti bancari).

Evergrande, una passività da 300 miliardi di dollari

Quando il motore si è fermato, Evergrande si è ritrovata piena di debiti; una situazione che ha generato insolvenze nei pagamenti dei fornitori e ha messo la società a rischio default. Potrebbe essere la semplice storia di una delle tante aziende cinesi finita in bancarotta, se non che questo gruppo, lo scorso agosto, doveva fare i conti con una passività di circa 300 miliardi di dollari – compresi quasi 100 miliardi di debito – e con un elevato numero di cause intentate da vari appaltatori.

Morale della favola: l’azienda non riesce a onorare i suoi debiti e, nel caso in cui il colosso dovesse definitivamente crollare, oltre un milione di clienti potrebbero salutare i depositi dovuti per l’acquisto di case targate Evergrande. Case, si badi bene, non ancora costruite.

I riflettori sono puntati sul governo cinese: la longa manus del Partito Comunista Cinese salverà il campione nazionale finito in miseria? La sensazione è che non accadrà niente di simile.

Non ci sono certezze assolute, ma il governo potrebbe lanciare un salvagente a Evergrande soltanto a fronte di un rischio di contagio sistemico. Insomma, se Evergrande dovesse crollare senza scuotere più di tanto le fondamenta dell’economia nazionale, è probabile che lo Stato non interverrà.

Le conseguenze in Europa e in Italia di un eventuale crollo di Evergrande

In attesa di capire che fine farà la bolla cinese (Evergrande potrebbe sperare di salvarsi vendendo i suoi immobili a prezzi stracciati, così da raccogliere un’adeguata liquidità per evitare il crollo), è interessante chiedersi se il resto del pianeta subirà una qualche onda d’urto. Anche se il direttore della BCE, Christine Lagarde, ha spiegato che l’Europa ha una limitata esposizione diretta alla crisi del debito di Evergrande, è plausibile ipotizzare che il terremoto cinese possa influenzare il prezzo delle materie prime in tutto il mondo. Il gruppo Evergrande, inoltre, ha realizzato enormi investimenti nel Vecchio Continente che sono adesso a rischio. Si segnalano l’acquisizione del 60% della svedese NEVS, produttore di veicoli elettrici, e del 100% della società britannica di tecnologia automobilistica Protean Electric, e le joint venture strette con le società tedesche Hella e Hofer Powertrain.

Per quanto riguarda l’Italia, un’analisi SACE ha evidenziato che i settori maggiormente a rischio sono quelli che hanno solitamente supportato l’attività immobiliare cinese mediante l’esportazione di macchinari, prodotti chimici e materiali da costruzione, oltre che arredi e mobili.

Non solo Evergrande: altre società immobiliari cinesi scricchiolano

Evergrande è soltanto la punta dell’iceberg, dal momento che altre società immobiliari cinesi stanno iniziando a scricchiolare. Fantasia Holdings Group Company, Shimao, Kaisa, China Modern Land e Sinic, giusto per fare un esempio, hanno riscontrato diversi problemi (eufemismo), tra cui il mancato pagamento di cedole obbligazionarie. Considerando che il peso del binomio formato dal settore delle costruzioni e dal real estate si aggira intorno al 29% del pil cinese, si capisce perché gli analisti seguono con attenzione l’evolversi della situazione.

Ma, al di là del caso Evergrande, come ha fatto il settore immobiliare cinese ad arrivare sull’orlo del baratro? In passato, gli edifici non venivano costruiti rispettando le logiche del mercato, e quindi la domanda; al contrario, tutto dipendeva dai governi locali, che decidevano quali terreni vendere e dove le grandi aziende potevano edificare. I suddetti governi locali, non riscuotendo le tasse come il governo centrale, facevano affidamento alle entrate ottenute dalla cessione delle licenze per i terreni urbani, dalla cui vendita incassavano circa il 50% del prezzo. Ecco come ha fatto a gonfiarsi la bolla dell’immobiliare cinese.