La mappa del potere Automotive cinese (che fa gola agli stranieri)

Il mercato automobilistico cinese freme: Pechino apre le porte alle aziende straniere, con l'obiettivo di aumentare la propria competitività

Mercedes, Audi, Volkswagen, Bmw, anche se ultimamente si notano sempre di più anche i marchi locali, come Byd o Geely. Nere, quasi sempre vetri oscurati, e con a bordo qualche rampollo dell’economia cinese. La fascia alta del mercato automobilistico della Cina è in fermento e, al netto dello scossone generato dalla pandemia di Covid-19, risulta essere tra i più interessanti settori del Paese. Anche perché stiamo parlando di un maxi serbatoio che, da solo, assicura il 30% della produzione automobilistica mondiale e offre un’enorme platea di acquirenti.

Rispetto al passato, è inoltre avvenuto un cambiamento che possiamo definire epocale.

Auto, la Cina sfida i competitor internazionali

Fino a qualche decennio fa, oltre la Muraglia si registravano due tendenze. La prima: i produttori di auto cinesi nazionali erano famosi per sfornare vetture di bassa qualità a prezzi contenuti; la seconda: come conseguenza diretta, la maggior parte della clientela cinese optava per marchi stranieri o, al massimo, joint venture tra brand esteri e locali, come Chang’an Ford e Shanghai Volkswagen.

Anno dopo anno qualcosa è cambiato. Le aziende cinesi si sono modernizzate, hanno incamerato know how prezioso e hanno iniziato a sfidare i loro competitor su scala internazionale (va da sé, dopo aver conquistato buone fette di mercato in patria).

La crescita della vendita di auto cinesi

I dati del settore riportati dalla China Association of Automobile Manufacturers parlano chiaro: nel giugno 2021 le vendite di auto da parte di case automobilistiche cinesi hanno toccato il 44,1% del totale, totalizzando un aumento pari al +10,5% su base annua e un incremento del +2,8% rispetto al mese precedente.

Allargando la visuale, e prendendo in considerazione il primo semestre del 2021, le vendite di brand cinesi sono schizzate del +46,8%. Merito di una classe media in continua crescita, e merito del rafforzamento a tutto campo della Cina.

Cosa cambia nella Negative List di Pechino

Disegnato lo scenario di base, è interessante soffermarci sulla cosiddetta Negative List, una lista pubblicata ogni anno dal governo cinese che riporta i settori dove le aziende straniere non possono investire.

In realtà ci sono due liste: una nazionale e una che si applica alle Zes, le Zone economiche speciali. Ebbene, nel 2021 l’elenco è più corto, e dunque il numero di settori aperti a investitori esteri è maggiore; la lista nazionale ha 31 settori “proibiti” o “ristretti”, mentre la Zes ne conta 27.

L’apertura della Cina alle aziende straniere

Due tra le differenze più sostanziali che sono scattate dal primo gennaio 2022 riguardano il settore auto; sono infatti stati aboliti sia il limite di quota azionaria massima, che quello relativo al numero di joint venture permessi tra attori stranieri e partner locali.

Al momento, un singolo investitore stranieri non può detenere oltre il 10% delle azioni di una società cinese, mentre la proprietà combinata di tutti gli investitori esteri non può oltrepassare il 30% delle azioni totali. Insomma, con l’ingresso nel nuovo anno la Cina eliminerà tutte le restrizioni alla proprietà straniera nella produzione di autovetture, nonché le restrizioni alla creazione di due joint venture in Cina per la produzione dello stesso tipo di prodotti per veicoli interi.

La Cina punta su veicoli green e ibridi

L’apertura del settore automobilistico cinese risponde a tre logiche ben precise. Innanzitutto si tratta di un piano che, nelle intenzioni delle autorità cinesi, dovrebbe portare il Paese a puntare su veicoli green e ibridi in virtù del traguardo di diventare una nazione carbon neutral entro il 2060. Più che un piano possiamo definirlo un percorso inaugurato nel 2018, visto che la Cina, quello stesso anno, aveva annunciato la rimozione dei limiti di proprietà straniera per le aziende produttrici di veicoli completamente elettrici e ibridi plug-in.

Pechino avrebbe poi abolito quelli relativi ai produttori di veicoli commerciali nel 2020 e, infine, quelli inerenti al più ampio mercato delle autovetture entro il 2022.

L’obiettivo di Pechino: attrarre produttori high-tech

Dopo di che – e questa è la seconda logica – il gigante asiatico è pronto a condividere le opportunità offerte dall’impennata della propria economia – la seconda più grande al mondo – nell’era post Covid con una galassia di aziende straniere del calibro, tra gli altri, di Tesla, Volkswagen e Toyota. L’aggiornamento delle suddette liste potrebbe aprire la strada all’adesione della Cina al Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP) e a un riavvio dell’EU-China Comprehensive Agreement on Investment (CAI), attualmente in fase di stallo. Last but not least, la completa apertura del settore auto indica che la Cina spera di attrarre più produttori high-tech per trasformare e aggiornare la propria industria automobilistica, così da farla competere con le auto straniere.