Il tallone d’Achille della filiera italiana delle energie rinnovabili

L'Italia non può contare su una filiera delle energie rinnovabili totalmente autoctona. Pesa la dipendenza da fornitori esteri

Perché questo articolo potrebbe interessarti? Negli ultimi mesi il tema del caro energia è salito prepotentemente in cima all’agenda politica. In attesa di capire come il nuovo governo cercherà di sciogliere questo nodo spinosissimo vale la pena analizzare il contesto di fondo. Per abbassare i costi delle bollette, puntare sulle energie rinnovabili potrebbe essere una soluzione. Il punto è che l’Italia non può contare su una filiera energetica totalmente autoctona.

Dal settore fotovoltaico all’eolico, pesa la dipendenza dalla Cina.

Lo scorso gennaio, nel documento intitolato PNRR – Interventi MISE per la filiera delle rinnovabili, il Ministero dello Sviluppo Economico sottolineava l’importanza della “missione 2”, coincidente con una “rivoluzione verde e transizione ecologica”. Nel paper si spiegava come sarebbero stati ripartite risorse pari a 1,25 miliardi di euro. Un miliardo sarebbe stato dirottato su investimenti relativi a rinnovabili e batterie per sviluppare le filiere industriali nei settori del fotovoltaico, eolico e batterie.

La rimanente parte, 250milioni, sarebbe invece servito per sostenere le start up attive nei settori dell’economia circolare e dell’efficienza energetica attraverso la creazione del Green Transition Fund.

Il report del MISE sugli interventi per la filiera delle energie rinnovabili

Il tallone d’Achille

L’Italia ha sviluppato un solido tessuto industriale nelle tecnologie e nei componenti elettrici. Un tessuto che, almeno in teoria, avrebbe tutte le carte in regola per far crescere la filiera connessa alle energie rinnovabili.

In uno studio realizzato da Althesys, e intitolato La filiera italiana delle tecnologie per le energie rinnovabili e smart verso il Green Deal, si legge che le aziende coinvolte – in tutto o in parte – in questi business nel 2020 erano circa 790. Nel periodo compreso tra il 2015 e il 2020, inoltre, la filiera ha fatto registrare un valore della produzione di circa 12,4 miliardi (lo 0,7% PIL italiano nel 2021) e contava oltre 37.000 addetti.

Se da un lato, come detto, Roma può vantare uno scheletro industriale di primo livello, allo stesso tempo pesa l’eccessiva dipendenza dai fornitori esteri. Secondo gli ultimi dati Eurostat, nel 2020 l’Ue ha importato moduli solari per un valore di 8 miliardi di euro. Il 75% di questi pannelli proviene dalla Cina. Il Dragone domina anche il mercato delle materie prime necessarie per produrre gli stessi pannelli, così come le pale eoliche e le batterie al litio.

A livello globale, Pechino controlla il 97% della produzione mondiale dei wafer di silicio, il 67% del polisilicio e il 79% delle celle fotovoltaiche. L’Italia dovrebbe quindi munirsi al più presto di una filiera quanto più autoctona possibile.

La filiera delle energie rinnovabili in Italia

Ma qual è lo scenario italiano? Partiamo con l’eolico. Quando parliamo di eolico in Italia ci riferiamo per lo più a impianti installati sulla terraferma (onshore).

In tutto il territorio nazionale, secondo Enel Green Power, la potenza installata ha superato secondo stime relative al 2020 gli 11 gigawatt, dopo aver raggiunto i 10,2 a fine 2018 (con un +0,5 rispetto all’anno precedente) e i 10,6 a fine 2019 (+0,4). Il fotovoltaico, invece, corrisponde a un quinto del totale dell’energia greenprodotta e a una quota compresa tra il 7% e l’8% del fabbisogno energetico complessivo nazionale (dati riferiti al 2019).

Nel 2019 si è toccata quota 20.865 megawatt.

Il computo degli impianti italiani alimentati ad acqua, infine, ha raggiunto quota 4.331 alla fine del 2018 secondo le rilevazioni dettagliate del Gestore dei servizi energetici (GSE) e 4.337 secondo Terna. Secondo i dati raccolti dal GSE alla fine del 2018, l’Italia aveva una potenza complessiva installata per l’idroelettrico pari a 18,94 gigawatt. Un valore che corrispondeva più o meno al 35% della potenza nazionale da fonti green.

Il piano dell’Italia

Nel piano del MISE riportato nell’articolo è ribadita, nero su bianco, l’importanza di rafforzare gli investimenti sulle principali filiere della transizione ecologica. Anche favorendo i processi di riconversione industriale e la nuova imprenditorialità. In che modo? Nnel settore fotovoltaico, ad esempio, creando una Gigafactory per la costruzione di pannelli fotovoltaici innovativi ad alto rendimento.

Per quanto riguarda il settore eolico, si sottolinea l’esigenza di costruire uno stabilimento industriale per la produzione di pannelli flessibili. Nel settore delle batterie si fa leva sulla costruzione di una Gigafactory “ultra-moderna” (4.0). Il tempo stringe e l’Italia deve sbrigarsi.