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La “svolta green” della Ue può affamare il nord Africa produttore di idrocarburi

L'esperta: “Per i paesi produttori di idrocarburi nel Mediterraneo possibili ricadute sulla stabilità politica ed economica”

L’Europa e gli Stati Uniti hanno deciso per la “svolta green”. Tutto stupendo. Ma che cosa faranno i paesi del Nord Africa che esportano gas?

La lotta al cambiamento climatico sembra diventata definitivamente la parola d’ordine del decennio appena iniziato. Lo dimostra, tra le altre cose, il fatto che persino Cina e Stati Uniti – principali competitors per l’economia globale – abbiano raggiunto a margine della COP26 di Glasgow un’intesa per ridurre le emissioni di carbonio entro il 2050 e rivitalizzare gli accordi di Parigi. Ora, considerato questo accordo ai massimi livelli, gli altri Paesi non hanno più scuse: una parte degli stanziamenti messi in campo per uscire dalla pandemia di Covid-19 andranno indirizzati verso la famigerata “svolta green”. Ma come si stanno regolando, in questo senso, i paesi che dagli idrocarburi sono ancora strettamente dipendenti?

La svolta green arriverà in Africa?

Prendiamo il caso di alcuni Stati del Nord Africa, storici partner italiani e nostri interlocutori nel bacino del Mediterraneo. Da una parte l’Algeria, secondo fornitore italiano di gas dopo la Russia, dove gli idrocarburi rappresentano circa il 30% del PIL, il 60% delle entrate fiscali e il 93% delle esportazioni. Dall’altra l’Egitto, paese in cui le energie fossili rappresentano di gran lunga la più grande attività industriale, rappresentando circa il 24% del PIL totale (dati del dipartimento del Commercio americano). Al centro, in senso non solo geografico ma anche politico e diplomatico, la Libia. Sebbene devastato da una decennale guerra a intermittenza, il paese arabo resta a tutti gli effetti uno stato rentier, la cui economia cioè dipende in larga percentuale dall’esportazione di un bene: gli idrocarburi, appunto. Secondo i dati dell’OPEC, il cartello dei paesi produttori di petrolio di cui la Libia fa parte dal 1962, l’economia nazionale dipende principalmente dal settore petrolifero, che rappresenta circa il 69% dei proventi delle esportazioni, nonché il 60% del PIL totale. Le entrate sostanziali garantite dal settore energetico, insieme a una popolazione piuttosto esigua (meno di 7 milioni di abitanti), conferiscono alla Libia uno dei PIL pro capite più alti dell’intero continente africano.

Idrocarburi nell’aria, un fattore determinante per il futuro

Non va dimenticato che la presenza degli idrocarburi nell’area ha rappresentato non solo un fattore determinante per l’economia e l’industria locale, ma anche in termini geopolitici. Non è un caso che, durante la sua visita in Algeria nel primo weekend di novembre, il presidente della Repubblica italiana – Sergio Mattarella – ha presieduto l’inaugurazione del “Giardino Enrico Mattei” nel municipio di Hydra. Presente l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi. Il sogno di Mattei, infrantosi nella tragedia di Bascapè, era quello di far giocare all’Italia un ruolo da protagonista nella politica energetica globale, tramite un dialogo franco e schietto con gli arabi e a scapito delle famigerate “Sette sorelle”, termine coniato dallo stesso Mattei per identificare le compagnie inglesi, americane e olandesi che all’epoca dominavano il settore.

Oggi, però, le cose sono molto diverse. L’Italia di Mattei era quella della ricostruzione, dell’IRI, del boom economico, sempre più bisognosa di carburante e beni di consumo. Ai nostri giorni, invece, i leader italiani ed europei devono puntare su diversificazione e transizione, non solo perché le fossili possono terminare in tempi non del tutto prevedibili, ma anche per evitare il peggio di fronte al cambiamento climatico.

Green economy ed energie pulite, come si muovono i paesi arabi?

Alla COP26 di Glasgow i paesi del Golfo sono stati i più prodighi di promesse e impegni sul fronte della lotta al cambiamento climatico. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, ad esempio, hanno annunciato la loro intenzione di diventare economie a zero emissioni di carbonio entro la metà del secolo. Più cauti gli omologhi del Nord Africa, per i quali è assai complesso “chiudere il rubinetto” degli idrocarburi senza le dovute contromisure. Come evidenzia un report ISPI, i paesi nordafricani hanno ulteriormente sviluppato i loro obiettivi climatici e la transizione verso l’energia “pulita”. Molti di loro sono infatti altamente esposti all’impatto dei cambiamenti climatici, dovendo spesso sopportare l’urto di gravi incendi, siccità ed eventi meteorologici estremi. In questo contesto, spiega ancora il think tank, Marocco ed Egitto sono i paesi più avanzati in termini di capacità installata di energia solare ed eolica. Il Cairo, tra l’altro, ospiterà la COP27 a Sharm El-Sheikh nel 2022.

La spinta dei paesi dell’area verso la diversificazione ha attirato l’attenzione di attori esterni, come la Cina, interessati a investire nella “svolta green” del Nord Africa. Ma anche l’Italia può fare la sua parte, sia nel favorire la transizione verso le energie pulite che nell’implementare le tecnologie necessarie a produrle.

Il ruolo dell’Italia (e non solo) nella svolta green

“L’Italia può giocare un ruolo da leader nella transizione energetica dei paesi del Mediterraneo, in particolar modo in paesi come Algeria, Egitto e Libia, nostri partner di primo piano ancora saldamente ancorati alla produzione di Oil&gas”, spiega a True-News Annalisa Perteghella, esperta di Medio Oriente e Senior Policy Advisor ECCO, think tank indipendente specializzato sul cambiamento climatico. “Secondo gli obiettivi fissati in Italia e in Ue, il ruolo dei combustibili fossili nel nostro mix energetico andrà diminuendo al 2030 con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica nel 2050”, aggiunge la studiosa.

La posta in gioco, però, non è solo di natura ecologica e industriale, ma anche politica e securitaria. “Per i paesi produttori del Mediterraneo, il calo delle importazioni italiane ed europee significa una sensibile diminuzione della rendita da Oil&gas, con chiare conseguenze economiche e possibili ricadute sulla stabilità politica. Favorire la transizione in questi paesi significa mettersi al riparo dalle ricadute geopolitiche di questa instabilità. L’azione è tanto più urgente perché la regione è anche epicentro della crisi climatica: se non si mettono in atto misure di riduzione delle emissioni e costruzione di resilienza, conflitti per le risorse e conseguenti nuove ondate migratorie sono all’orizzonte”, conclude Perteghella.