Espresso, la nuova proprietà e il business delle università telematiche

Danilo Iervolino e le altre dieci università telematiche: un mondo di offerte, scandali e leggi poco rigide

Prima la Salernitana calcio, adesso L’Espresso. Una cessione, quella del settimanale, che ha portato alle dimissioni del direttore Marco Damilano – che ha appreso la notizia dal “tweet di un giornalista” (lui non lo cita, lo facciamo noi: Claudio Piazzotta di “Italia Oggi”) – e molta agitazione nella redazione. Al centro delle due acquisizioni, calcistica e editoriale, Daniele Iervolino, imprenditore di Palma di Campania, poco più che quarantenne, che deve le sue fortune all’Unipegaso, una delle undici università telematiche legalmente riconosciute dal Miur, che rilasciano lauree che hanno lo stesso valore legale di quelle rilasciate dalle università tradizionali.

L’idea dietro una legge

L’idea dell’insegnamento accademico a distanza, ha raccontato in diverse interviste, e scritto in prima persona nel suo profilo pubblicato dal portale eccellenzeitaliane.com (uno di quei siti internet che vivono dell’egotismo degli italiani, che pagano per apparire), a Iervolino è venuta nel 2006 “in una stanza di 3 metri x 3” insieme ad alcuni amici, dopo una esperienza di studio e lavoro svolta negli Stati Uniti.

E’ del 2003 infatti la legge che porta le firme dell’allora ministro dell’Istruzione Letizia Moratti e del suo collega all’Innovazione tecnologica Lucio Stanca (il governo era il Berlusconi II) che ha aperto le porte in Italia alle università telematiche, per sfruttare quella didattica a distanza che tutti gli italiani avrebbero conosciuto solo diciassette anni più tardi, allo scoppio della pandemia, con l’acronimo di Dad.

Quasi tutte gli atenei telematici sono stati riconosciuti nello stesso anno.

I più veloci a farsi accreditare, nel 2004, furono la “Guglielmo Marconi” di Roma e la “Leonardo da Vinci” di Torrevecchia teatina (Chieti). Vennero poi la eCampus di Novedrate (Como), la “San Raffaele” di Roma, l’Uninettuno, l’Unitelma Sapienza e la Niccolò Cusano, sempre nella capitale, la Pegaso a Napoli, la Mercatorum di Roma, la Iul di Firenze, la “Giustino Fortunato” di Benevento. Tutte due anni più tardi, nel 2006.

E tutte nel giro di soli cinque mesi, da gennaio a maggio, con il governo Berlusconi arrivato quasi al capolinea.

Il business delle Università online

Il business dei corsi di laurea in modalità telematica sembrava stentare a decollare, ma se oggi il patron di Unipegaso può concedersi il lusso di rilevare una squadra di calcio di serie A e una testata giornalistica dal glorioso passato (quello recente, con le direzioni di Tommaso Cerno e Marco Damilano, lo è stato sicuramente meno) evidentemente le università a distanza si sono rivelate un buon investimento.

Perché i ricavi non sono solo quelli rivenienti dalle rette per iscrizione e frequenza.

In virtù del loro riconoscimento da parte del Miur, questi atenei ricevono annualmente finanziamenti dal ministero (giusto per farsi un’idea dell’ordine di grandezza: Uninettuno 481.556 euro; Unicusano 319.233 , Guglielmo Marconi 685.281, Giustino Fortunato 292.526).

Il compito di valutare queste università spetta all’Anvur, l’agenzia di valutazione del sistema universitario presso il ministero dell’Università e della Ricerca.

Nell’ultima ricognizione svolta, su una scala di valutazione che va da A ad E, solo la Uninettuno ha preso B, altre tre C e le restanti D. Una invece risulta ancora non valutata.

L’unica analisi completa risale però solo al 2010. Il Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario (Cnvsu), che sarà poi sostituito dall’Anvur, rilevava all’epoca per molte delle università telematiche criticità come numero limitato di iscritti, eccessivo ricorso a personale a tempo determinato, forte squilibrio fra il numero dei professori e quello dei ricercatori, limitato svolgimento di attività di ricerca.

Nel 2013 a far sentire la propria voce è anche il Cun (il Consiglio universitario nazionale), le cui valutazioni porteranno alla conclusione di una “rilevata minore preparazione posseduta dai laureati nelle università telematiche rispetto a quella dei laureati nelle università tradizionali”.

Costi e scandali

Il costo della frequenza a un corso di laurea presso una università telematica varia da 1800 a 3000 euro all’anno, in base anche alla tipologia di studi scelti dallo studente. Di corsi ce ne sono di tutti i tipi, tranne medicina e chirurgia, veterinaria e odontoiatria, dove l’e-learning è impensabile. E nulla hanno potuto l’ex ministro Fioramonti e l’Ordine degli psicologi: il primo aveva cercato, di bloccare nel 2019 l’apertura di corsi di laurea telematici per alcune discipline (Scienze dell’Educazione e della Formazione, Psicologia, Servizio Sociale, Scienze Pedagogiche), tutti indirizzi di studio che nelle università “fisiche” prevedono un percorso formativo fatto di alternanza studio-tirocinio. Proposta non passata, nonostante le pressioni e le proteste dell’ordine professionale. Così, oggi, chi vuole studiare Psicologia all’università telematica “Giustino Fortunato” deve sostenere un test d’ingresso, ma viene ammesso anche se non lo supera, con l’assegnazione di un “debito” che deve saldare entro la fine del primo anno. Il problema finora non si è mai posto. Secondo una rilevazione dell’Anvur, nessun aspirante studente di psicologia in quell’ateneo online è mai entrato con l’onta del debito. Idem alla Mercatorum: non superi il test? Paghi la retta (intorno ai 3000 euro) e sei dentro.

Ci sono anche scandali veri che hanno investito le università telematiche italiane. L’UniCusano nel 2020 è stata multata dall’Autorità per concorrenza e il mercato per 250mila euro, perché se uno studente desiderava abbandonare gli studi, a parte la modalità piuttosto complicata del recesso,  era comunque costretto a pagare le rette rimanenti.

Facciamo un salto indietro di sette anni. Il 20 ottobre 2013 il “Corriere della Sera” non la tocca piano, rilanciando nel titolo le parole dell’allora presidente del Consiglio e oggi segretario Pd Enrico Letta (“Lauree online virus letale nella pubblica amministrazione”), e scrivendo: «Sono migliaia gli asini diventati dottori che si annidano nei gangli della pubblica amministrazione italiana. Un virus letale che sta infettando la macchina amministrativa del paese, perché al conseguimento del titolo di studio, molti funzionari pubblici hanno fatto carriera, lucrando sull’aumento del loro stipendio, un danno alla collettività, ma soprattutto una forma di concorrenza sleale nei confronti di chi ha studiato davvero e si è impegnato per conseguire una laurea… il caso degli asini che diventano dottori dilaga in Italia inarrestabile, perché dietro questa immensa organizzazione di università telematiche il bottino è straordinario, le facoltà incassano centinaia di milioni di euro. Un virus letale che rischia di devastare l’ingranaggio stesso della pubblica amministrazione rendendolo ancora più sterile per incapacità e ignoranza dei suoi dipendenti».

E’ del 20 giugno 2019 invece un lancio d’agenzia che dà la notizia che “cinque persone sono state arrestate nell’ambito di un’operazione condotta dai Carabinieri e dalla Guardia di Finanza dei rispettivi Comandi provinciali di Chieti nell’ambito di un’indagine che coinvolge 18 persone accusate a vario titolo di peculato, riciclaggio, autoriciclaggio e abuso d’ufficio e che hanno prestato la propria opera nella gestione dell’università telematica ”Leonardo da Vinci”, Unidav, con sede a Torrevecchia Teatina (Chieti)”.

Regole meno rigide

Le regole che le università telematiche devono osservare sono molto meno rigide di quelle imposte alle università tradizionali. Nel 2017 negli atenei a distanza i docenti di ruolo erano in totale 211, contro i 47.130 delle università tradizionali. Un docente di ruolo per più di 521 iscritti, contro 1 ogni 36 delle università tradizionali. Qui  per un corso di laurea, un decreto ministeriale del 2019 ha imposto 9 docenti, di cui 5 di ruolo. Per un corso a distanza ne bastano complessivamente 7 di cui 3 di ruolo. Eppure, ai fini della partecipazione a un concorso pubblico, le lauree hanno uguale validità.

Sarà anche per questo, oltre agli indubbi vantaggi derivanti dal non doversi spostare di casa e gestire in autonomia gli orari di lezione (solo gli esami devono essere sostenuti in presenza, o nella sede principale o in sedi convenzionate sparse per l’Italia) che la crescita degli iscritti è stata esponenziale. Nell’anno accademico 2010-11 il totale degli iscritti era inferiore alle 40.000 unità, mentre nel 2017-18 il numero è salito fino a superare i 93.000 iscritti. In particolare fra il 2015-16 e il 2017/18 si è registrato un incremento delle iscrizioni di più di 38.000 unità in confronto al 2014-15, con una crescita di oltre il 69%. A fare la parte del leone è proprio la Pegaso di Iervolino, con quasi 40mila studenti.