Il crollo dell’artigianato: meno 170mila imprese. “Servono istituti tecnici”

L'artigianato vive un periodo nero. Secondo un report Unioncamere, negli ultimi dieci anni sono sparite 170mila imprese il 12%

Sono richiestissime, offrono potenzialmente decine di migliaia di posti di lavoro, e rappresentano spesso la memoria storica di interi distretti industriali. Eppure, a dispetto della crisi economica e occupazionale, le imprese artigiane stanno vivendo un periodo nero. Negli ultimi dieci anni ne sono sparite 170mila, il 12,1 per cento. Un crollo che nasconde anche un problema generazionale. Secondo i numeri resi noti da Unioncamere, nello stesso arco di tempo gli artigiani over 70 sono raddoppiati, mentre gli under 30 sono scesi del 42 per cento.

Artigianato regione per regione

Una situazione che rischia di mettere in ginocchio migliaia di piccole realtà che fanno del knowhow e della qualità i propri punti di forza. La crisi colpisce in modo trasversale tutto il Paese, ma si fa sentire di più nei territori a maggiore vocazione artigianale. Nel nostro Paese è la Lombardia la Regione che, in valori assoluti, registra il più alto numero di aziende di questo tipo, seguita da Emilia Romagna e Piemonte.

Ma in termini percentuali sul numero totale di imprese  sono LazioPuglia e Campania le Regioni con più aziende artigiane. Che operano principalmente nelle costruzioni, nel settore manifatturiero, nei servizi e nel commercio. Ma non è solo l’assenza di giovani a mettere in difficoltà queste realtà economiche. Complice il Covid, nel 2020 il 70 per cento ha lamentato una riduzione importante del fatturato.

Sempre meno giovani artigiani

E il prossimo futuro fa paura: solo il 54 per cento degli imprenditori prevede di recuperare i livelli produttivi entro il prossimo anno, una quota che scende al 46 proprio per le realtà alle prese con problemi di passaggio generazionale.

Eppure l’intero comparto ha un peso pari al 9,5 per cento sul Pil e che rappresenta il 21,2 per cento delle imprese italiane.

“La situazione è drammatica, ma non è uguale per tutti. Ci sono infatti due tipi di imprese artigiane – spiega Luca Mocarelli, docente di Storia economica all’università Milano-Bicocca. Da un lato ci sono realtà a basso tasso di capacità tecniche, come per esempio idraulici e operai. Sono spesso aziende individuali, facilmente sostituibili e quindi meno esposte al fenomeno.

Dall’altro ci sono realtà ad altissimo tasso di knowhow e di qualificazione, legate soprattutto ai distretti industriali. Queste, in particolare, patiscono l’assenza dei giovani”.

Il problema ha origini lontane, ma è diventato emergenza in tempi più recenti. “Negli ultimi 30-40 anni il benessere, il livello di istruzione e la qualità di vita sono cresciuti in tutto il Paese. Così i giovani hanno cominciato ad allontanarsi da mestieri che considerano antichi e che sono molto faticosi – prosegue l’esperto.

Chi va all’università ha ambizioni diverse e così gli imprenditori faticano a sostituire chi va in pensione e in alcuni casi sono costretti ad abbandonare alcune produzioni”.

Servono istituti tecnici

Eppure i posti di lavoro vacanti in questi settori sono nell’ordine di decine di migliaia. Un tesoro preziosissimo in una fase storica nella quale crisi economica e disoccupazione mettono a rischio il futuro delle nuove generazioni. “Le soluzioni non sono facili – conclude l’esperto -.

Bisognerebbe innanzi tutto partire dalla scuola, creando percorsi di studio ad hoc, sul modello dei vecchi istituti tecnici. Inoltre dovrebbe essere incentivata la nascita di associazioni di categoria che siano in grado di fare promozione attraverso i canali seguiti dai giovani, in modo da far percepire l’artigianato come un lavoro imprenditoriale e attrattivo. E non come un come un mestiere da vecchi”.

IL REPORT UNIONCAMERE SULL’ARTIGIANATO