Chi ha già vinto la guerra. I Paesi che si arricchiscono col conflitto in Ucraina

Gas, petrolio, prodotti alimentari: è questo il trittico chiave che uscirà scosso dalla guerra in corso in Ucraina. I primi effetti sono già visibili, visto che i loro prezzi sono aumentati e lo stavano facendo anche prima dell’invasione russa. La mossa di Mosca, con conseguenti sanzioni e isolamento del Cremlino dallo scenario occidentale, peggiorerà ulteriormente la situazione. Soprattutto per quei Paesi che, come l’Italia, dipendevano dalle importazioni di questi materiali, in primis petrolio e gas.

Ma se ci sono molti Paesi che rischiano di pagare carissimo il conflitto ucraino, esiste una schiera di nazioni che potrebbe, al contrario, ottenere vantaggi economici inaspettati. Pensiamo ai governi, più o meno democratici, che hanno sempre basato la loro sopravvivenza sulla vendita di greggio o gas. L’impennata dei prezzi appena iniziata, dunque, non potrà che offrire loro un potere geopolitico sempre maggiore. Il gas ha infatti raggiunto livelli record mentre il petrolio galoppa quota cento dollari, un livello che non si vedeva dal 2014.

Per quanto riguarda gli esportatori di petrolio, gli esempi non mancano: si va dall’Algeria (che esporta 438,700 barili al giorno) al Venezuela (che nel 2020 ha esportato 486.792 barili al giorno), passando per Nigeria (1.879.288), Messico (1,198,511), Angola (1,219,656), Azerbaigian (813,000, dato aggiornato al 2018), Colombia (540,959), Indonesia (92.909) e Malesia (280,000). Sul fronte gas, escludendo i soliti noti, i riflettori sono puntati su Venezuela (che nel 2020 poteva contare sul 3% delle riserve mondiali di gas), Turkmenistan (7%), Iran (17%) e Nigeria (3%), mentre per le esportazioni di GNL occhio a Indonesia, Malesia, Algeria, Nigeria, Egitto e Trinidad e Tobago.

Ci sono i Paesi esportatori di prodotti agricoli, dove tra gli esportatori di mais, con l’Ucraina fuori dai giochi, vale la pena citare Brasile e Argentina. Impossibile rammentare gli elenchi completi. Certo è che questa panoramica è sufficiente a farci immaginare quali e come potrebbero essere tratteggiate le nuove mappe del potere economico globale.

Tutto questo interessa, eccome, anche all’Italia. Basta dare uno sguardo ai principali Paesi produttori di petrolio dai quali si rifornisce l’Italia: Russia, Olanda e Norvegia a parte, troviamo Algeria, Libia, Qatar e Azerbaigian.

Guardando alle importazioni di gas, nel 2019 Roma importava queste percentuali dai seguenti Paesi: Algeria 19%, Qatar 9%, Norvegia 9%, Libia 8%, Olanda 2%, Stati Uniti 2%,Trinidad 2% e resto del mondo 2%.

C’è da attendersi dunque, guardando un campo esteso all’Europa, una crescita del peso e dell’influenza di Paesi come l’Algeria e la Libia, ma anche del triangolo mediterraneo Grecia-Israele-Cipro che mira a costruire un polo regionale del gas.

A pensare in grande l’Italia dovrebbe prendere atto di questo scenario mutato e così l’intera Europa promuovendo un rafforzamento delle capacità energetiche nel “Grande Mare”.

Anche sul fronte del grano il mercato mondiale appare destinato a destrutturarsi. A far volare i prezzi del grano e degli altri prodotti agricoli è la sospensione a causa della guerra delle spedizioni commerciali dai porti sul mar Nero dell’Ucraina, che insieme alla Russia rappresenta quasi un terzo del commercio mondiale di grano (29%) ma anche il 19% delle forniture globali di mais per l’allevamento animale e ben l’80% delle esportazioni di olio di girasole.

E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti sugli effetti economici della guerra che hanno determinato un balzo delle quotazioni mondiali al Chicago Board of trade, punto di riferimento per le materie prime agricole. Una situazione che – sottolinea la Coldiretti – nei Paesi più sviluppati sta alimentando l’inflazione, ma a rischio c’è la stabilità politica di quelli più poveri con i prezzi del grano che si collocano sugli stessi livelli raggiunti negli anni delle drammatiche rivolte del pane che hanno coinvolto molti Paesi a partire dal nord Africa come Tunisia, Algeria ed Egitto che è il maggior importatore mondiale di grano e dipende soprattutto da Russia e Ucraina.

Dunque la strategia energetica può aiutare a stabilizzare un Maghreb potenzialmente in grado di infiammarsi per la “guerra del grano” in atto. Tra i vincitori di questa crisi si pone sicuramente il Canada, uno dei maggiori produttori globali di grano destinato all’esportazione, mentre anche Cina e India, in testa alla classifica dei produttori mondiali, possono uscirne rafforzati.

Possono esultare come “vincitori” della crisi anche gli attori battitori liberi che hanno trovato nella crisi un modo per rilanciarsi come Paesi strategici. Vale per Turchia, Azerbaijan e Kazakistan che fanno pesare la loro capacità di influenza su entrambi i fronti, quello russo e quello occidentale. Vale per l’Arabia Saudita, tornata improvvisamente al centro delle strategie geopolitiche occidentali e capace di non esser più “paria”. Vale per Israele che, per interposta persona di Roman Abramovic, ha un piede a terra nella mediazione russo-ucraina. E vale anche per una Bielorussia uscita politicamente con le ossa rotte dalle proteste dei mesi scorsi ma che si vuole dimostrare ben più di un proxy di Putin.

Insomma, vale il vecchio motto britannico “Never waste a good crisis”: ma questo in particolar modo deve rendere l’Italia capace di agire per lenire gli effetti di una tempesta economica incombente.