Irlanda del Nord, perché il distacco dal Regno Unito è più vicino

La revisione unilaterale del Protocollo dell'Irlanda del Nord nasce dalle difficoltà interne di Johnson, dice Riccardo Michelucci

Il governo britannico ha presentato un progetto di legge che rimette in discussione in maniera unilaterale gli accordi doganali post-Brexit dell’Irlanda del Nord, nonostante le minacce di ritorsioni da parte dell’Ue. La pubblicazione del testo, che secondo Londra non viola il diritto internazionale, fa partire il percorso parlamentare che dovrebbe durare settimane o addirittura mesi e porterà, se adottato, a una significativa revisione del protocollo nord irlandese negoziato e firmato dal governo di Boris Johnson al momento dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea.

Sulla questione True News ha rivolto alcune domande a Riccardo Michelucci, giornalista, traduttore e studioso dell’Irlanda, che scrive per AvvenireIl Venerdì di RepubblicaFocus Storia ed è uno degli autori della trasmissione Wikiradio di Rai Radio 3. Ha tradotto e curato testi letterari di autori irlandesi classici e contemporanei, tra cui l’edizione italiana degli scritti dal carcere di Bobby Sands.  Attualmente è in libreria con  Guerra, pace e Brexit edito da Odoya.

Con il Protocollo dell’Irlanda del Nord la creazione di un confine “liquido”

Come si era arrivati nell’ambito dell’accordo Brexit al Protocollo sull’Irlanda del Nord?
Dopo un lungo ed estenuante lavoro diplomatico tra Bruxelles e Londra, imposto dalla consapevolezza che il ripristino di un confine fisico (“hard border”) tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica avrebbe segnato un brusco ritorno al passato e avrebbe tradito uno dei capisaldi sui quali si basa l’accordo di pace del 1998. La creazione di un confine “liquido”, cioè marittimo, era apparsa una soluzione tutto sommato ragionevole.

Ma tra gli unionisti ci sono frange più intransigenti abituate da sempre a giocare al rialzo ricattando Londra.

La decisione britannica di rivedere unilateralmente il Protocollo nasce da ragioni esclusivamente economiche o è il risultato di riposizionamenti politici all’interno del Regno Unito?
Senz’altro dei secondi. Boris Johnson è sul piano interno sempre più in difficoltà e pur di mantenere in piedi il suo governo sarebbe disposto a tutto, persino a mettere a rischio il processo di pace anglo-irlandese per accontentare un piccolo pugno di parlamentari del Democratic Unionist Party.

Quelli che sono da sempre scontenti nei confronti del Protocollo perché a loro avviso “allontana” Belfast da Londra e quindi unifica l’Irlanda sul piano commerciale.

Nel medio periodo l’intransigenza farà perdere consensi agli unionisti

Quali conseguenze politiche può avere per gli attori in causa?
Una delle conseguenze più probabili sarà far ripartire gli estenuanti negoziati sulla natura del confine tra le due Irlande, oltre a creare un nuovo stallo politico delle istituzioni consociative create con l’Accordo del Venerdì Santo.

Nel medio periodo penso che l’intransigenza farà perdere ulteriori consensi agli unionisti e di riflesso vedrà crescere i partiti interconfessionali come Alliance Party, e forse lo stesso Sinn Féin.

È plausibile l’ipotesi di un distacco dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito?
Certo, è assolutamente plausibile, anche se forse ci vorranno anche alcuni anni per vedere un’Irlanda unita. Le clausole dell’Accordo del Venerdì Santo prevedono che il ministro britannico per l’Irlanda del Nord possa indire un referendum sulla riunificazione “quando sarà la maggioranza della popolazione a volerlo”.

La dicitura è alquanto vaga e discutibile, di fatto una consultazione del genere si farà quando esisteranno le condizioni politiche per farlo, e sembra che quel momento si avvicini sempre più. Il crescente consenso del Sinn Féin in entrambe le parti dell’isola ne sono la chiara dimostrazione.

Oggi sono soprattutto i protestanti a sentirsi con le spalle al muro

La decisione di rivedere il Protocollo può essere l’occasione per tornare alle vecchie contrapposizioni tra unionisti e repubblicani?
Personalmente mi sento di escludere nel modo più assoluto che si possa tornare al tempo dei cosiddetti “Troubles”, ovvero il conflitto a bassa intensità che ha insanguinato l’Irlanda del Nord per decenni.

Troppo differenti sono i contesti interni e internazionali perché possa accadere qualcosa del genere di nuovo. Oggi sono soprattutto gli unionisti protestanti a sentirsi con le spalle al muro in conseguenza del Protocollo sulla Brexit. Ma per fortuna le frange di violenti rimaste attive sono molto piccole ed eventuali tensioni non rischiano di avere esiti drammatici come in passato.

Il Sinn Féin ha ottenuto la maggioranza dei seggi alle ultime elezioni. Quale sarà la sua posizione in merito alle questione?
Gli indipendentisti del Sinn Féin sono da sempre i principali sostenitori della riunificazione. Ma è un partito molto attento agli aspetti strategici del suo agire politico quindi credo che vorrà arrivare al referendum soltanto quando avrà una discreta certezza di vincerlo. L’esperienza della Scozia nel 2015 ha lasciato il segno anche dall’altra parte del Mare d’Irlanda. Nel 2025 Dublino tornerà al voto e, stando ai sondaggi, il Sinn Féin si consoliderà come primo partito anche nella Repubblica d’Irlanda. Stavolta penso che difficilmente riusciranno di nuovo a tenerlo fuori dal governo come hanno fatto due anni fa. Il referendum sarà allora sempre più vicino.