Il Paese dei pegni

Le code al banco dei pegni potrebbero ricordare alla nostra politica le priorità del paese. Ma a quanto pare interessa più la dicitura di Fdi

Oggi sulla Stampa è uscito un interessante articolo riguardante un banco dei pegni di Torino. Quello di via Botero. Il banco dei pegni funziona in un modo assai noto: si lasciano i gioielli, si riceve del denaro (assai meno del valore), e si hanno due anni per ricomprarseli a un tasso di quasi il 10 per cento annuo. Ecco, al banco dei pegni di Torino, in questi giorni, bisogna farsi due ore di fila – racconta La Stampa – perché tra aumento dei costi e crisi c’è una coda infinita.

Al banco dei pegni non vanno i disperati

Attenzione! Come mostra l’immagine, che è del 2020, di file ce ne sono da mesi e mesi: la crisi morde da lunghissimo tempo e il rincaro dei prezzi non fa altro che aggravare la situazione. Che colpisce tutti, non solo i poveri o gli scialacquatori compulsivi. Secondo l’articolo “il 98% dei beni viene riscattato, dunque la clientela non è fatta di disperati che in poche ore avranno bruciato tutto”.

Questo sta succedendo, in Italia. Sotto i nostri occhi.

Deliri e priorità

Anche sotto gli occhi di Laura Boldrini, che ha criticato la Meloni perché si è definita “il presidente del Consiglio” e non “la presidente del Consiglio”, andando poi immediatamente a criticare pure il suo partito che si chiama Fratelli d’Italia dimenticandosi – testuali parole – “le sorelle d’Italia”. A parte i deliri su Fratelli d’Italia, che ovviamente riprende il nostro inno nazionale che forse la Boldrini non conosce, mi pare chiaro che non conosca neppure lo stato della situazione economica italiana.

Altrimenti baderebbe di più a quelle persone in coda al banco dei pegni e assai meno alle idiozie grammaticali politically correct.