Il codice del disonore. Come le mafie comprano (ancora oggi) il consenso

Riti, narrazioni ed episodi che hanno reso le associazioni mafiose maestre di alternanza tra soft e hard power

La recente escalation mediatica (e non solo) del conflitto tra Russia e Ucraina, ha aumentato di molto il ricorso a termini “hard” e “soft power”. La Treccani recita:

“L’hard power è un’espressione propria delle relazioni internazionali che descrive l’utilizzo di mezzi militari ed economici da parte di un soggetto statuale per influenzare o determinare, con atteggiamenti aggressivi, il comportamento di altri organismi statuali o politici. È stata coniata negli anni Novanta del 20° secolo dallo scienziato politico statunitense Joseph Nye in contrapposizione a soft power, che fa invece riferimento al potere di attrazione e persuasione che deriva dal ricorso alle arti della diplomazia, ai valori culturali, alla storia”.

Tuttavia, Putin non è il solo a saper saltare con maestria tra queste due modalità di avvalersi del proprio potere e, di conseguenza, di acquisire consenso.

Le mafie maestre del soft power

Le mafie nostrane, e non solo, hanno da tempo affinato l’arte di alternare hard e soft power per rispondere ai contesti e alle esigenze del momento nella maniera migliore. Gli esempi di esercizio dell’hard power sono arcinoti: minacce, estorsioni, omicidi e attentati sono solo alcuni degli strumenti militari ed economici che le mafie sono in grado mettere in campo per imporsi sui propri avversari.

Da analizzare con cura sono invece le modalità con cui i gruppi criminali di tutto il mondo persuadono e influenzano in maniera più o meno impercettibile le proprie vittime, per generare quel consenso sociale che sta alla base del loro potere. Già, perché ancora nel 2022 le mafie generano e comprano consenso senza dover impugnare la lupara. Come? Infiltrando e infettando la società con un’immagine di sé mitizzata, seducente e fittizia.

Vendendo un insieme di valori culturali distorti e leggende, le organizzazioni criminali comprano il consenso di coloro che vivono sul loro territorio. Più o meno inconsapevolmente si finisce quindi per accettare – quando non sostenere – l’esistenza intrinseca alla società di un potere assodato, quello mafioso, rinunciando ad opporvisi. È il potere del codice del disonore, grazie al quale intimidazioni e proiettili si fanno sempre meno imprescindibili. L’espressione del soft power criminale per eccellenza.

È per questa ragione, ad esempio, che anche individui che non hanno mai conosciuto direttamente la mafia e i grandi boss del passato ne rimangono ugualmente affascinati e sedotti. Un effetto persuasivo che può essere prodotto da una pellicola o una serie tv così come dai racconti tramandati dai più anziani.

Il caso Cutolo

Basti guardare al recente episodio occorso ad Ottaviano in provincia di Napoli, dove in occasione del primo anniversario della morte di Raffaele Cutolo anche i più giovani hanno difeso la sua memoria e l’affissione di manifesti che lo definivano un’“anima benedetta”.

Un potere persuasivo e attrattivo, quello emanato dal fondatore della Nuova Camorra Organizzata, capace di sopravvivergli anche dopo la sua dipartita. Un potere, quello del codice del disonore mafioso, che si fonda infatti sui pilastri della memoria criminale e della continuità culturale con il passato. Questa è la ragione, ad esempio, per cui tutt’oggi vengono mantenuti e replicati i rituali e le tradizioni mafiose di un tempo.

Riti e tradizioni

La strage di Duisburg, una delle più violente e dall’eco mediatica più rilevante degli ultimi decenni, è la dimostrazione di come certi riti, da alcuni erroneamente considerati ormai retaggio del passato, mantengano tutt’oggi un ruolo fondamentale nell’esercizio del soft power mafioso.

Ad una delle vittime, Tommaso Venturi di soli 18 anni, venne infatti ritrovato nelle tasche un santino bruciacchiato, prova del fatto che nel bel mezzo della Germania di metà anni Duemila si stesse celebrando una cerimonia di affiliazione alla ‘ndrangheta vecchia di oltre un secolo.

Il fatto che ancora oggi si replichino certi rituali – e si programmi una strage durante uno di essi – dimostra l’importanza materiale che determinate tradizioni possono avere per l’esercizio e la trasmissione del potere e la loro centralità nella creazione di un’immagine, o codice, mafiosi.

I riti, la storia e i valori morali distorti della mafia servono a tenere la pistola nella fondina e a supportare il mafioso nel controllo del territorio attraverso il consenso.

Che fare?

Se si intende contrastare questa tendenza serve contrapporre al codice criminale un messaggio di legalità fondato su una narrazione veritiera della mafia, della sua storia e delle atrocità che ha commesso per mantenere il potere. A questo andrebbe affiancato poi un profondo esame di coscienza, individuale e collettivo, per individuare quei vuoti legali e sociali lasciati dallo Stato e riempiti dalla narrazione distorta delle mafie.

Per combattere il nemico mafioso occorre quindi diventare maestri a nostra volta nell’alternanza tra hard e soft power, affiancando con convinzione agli strumenti repressivi già in atto quelli della persuasione, come educazione e istruzione alla legalità (di cui le splendide foto di Letizia Battaglia, che ci ha recentemente salutato, sono state un perfetto esempio per oltre cinquant’anni). Perché finché il codice del disonore risulterà più attraente di quello dello Stato, partiremo sempre in svantaggio nella lotta contro le mafie.