Gli accordi per il gas dall’Egitto sollevano nuove polemiche in Italia

Quale dovrebbe essere l'atteggiamento dell'Italia nei confronti dell'Egitto? Ne abbiamo parlato con Matteo Colombo

Lo scorso 13 aprile Eni ha annunciato la firma di un nuovo contratto con l’Egitto per l’aumento della fornitura di gas naturale liquefatto (GNL). L’accordo con Il Cairo prevede carichi di gas pari a 3 miliardi di metri cubi complessivi diretti verso l’Italia nel 2022 e si inserisce all’interno della strategia che il governo italiano ha impostato negli scorsi mesi per rendersi indipendente dal gas russo. Il fabbisogno dell’Italia è di circa 71,5 miliardi di metri cubi, di cui circa 33 miliardi venivano importati dalla Russia.

Con ogni evidenza, dunque, il peso dell’Egitto nel tentativo di sostituire Mosca è relativamente scarso.

L’annuncio dell’intesa con l’Egitto, che segue quelle raggiunte in precedenza con Algeria, Azerbaijan, Qatar e Congo, ha scatenato reazioni di condanna da parte di esponenti di gran parte delle forze politiche che sostengono il governo Draghi. Il segretario del Partito Democratico Enrico Letta, che si è schierato fin da subito nello schieramento a favore del massiccio invio di armi all’Ucraina, ha espresso “diversi dubbi” riguardo all’accordo con Il Cairo facendo riferimento alla vicenda di Giulio Regeni e alla mancata collaborazione delle autorità egiziane nell’ambito del processo a carico degli agenti dei servizi segreti locali.

 

L’Egitto come partner strategico

In che modo, quindi, l’Italia dovrebbe gestire la necessità di slegarsi dalle forniture russe in una situazione di assoluta emergenza senza venir meno alla propria credibilità sul piano nazionale e internazionale? Secondo Matteo Colombo, ricercatore a Clingendael e associato ISPI, “l’Egitto è un partner indispensabile per l’Italia e l’Europa su vari dossier a causa della posizione strategica che occupa nel Mediterraneo e nelle rotte globali, nonché per il ruolo che ricopre a livello regionale nel contrasto al terrorismo.” 

“Siamo di fronte a una serie di fattori contingenti”, prosegue Colombo, “ed è pur vero che l’Italia deve sostituire in qualche modo il gas russo.

Di fronte alla mancata collaborazione del Cairo nella vicenda Regeni, tuttavia, l’Italia dovrebbe trovare un modo per fare pressioni su Al Sisi. Ribadendo l’importanza strategica dell’Egitto nel Mediterraneo, il governo italiano ha il dovere di interrompere la fornitura di armi (l’Egitto è il principale acquirente di armi dall’Italia). Il dossier gas, invece, potrebbe essere utilizzato come leva nei confronti di Al Sisi, sospendendone per un periodo di tempo l’acquisto in modo da ottenere maggiore collaborazione dal governo egiziano”.

L’East Med affossato dagli Stati Uniti

A inizio aprile il Sottosegretario di Stato americano Victoria Nuland, ha definitivamente affossato l’East Med, l’ambizioso progetto di un gasdotto che congiungerebbe i giacimenti di gas del Mediterraneo orientale all’Europa continentale congiungendosi in Grecia ai gasdotti Poseidon e IGB. La dichiarazione degli Stati Uniti non è decisiva, ma il progetto non è andato in porto per via della quantità di gas relativamente scarsa presente nei giacimenti della regione (il cui principale, Zohr, è controllato proprio da Eni) e per via della profondità dei fondali che aumenta i costi dell’operazione.

La costruzione di un gasdotto, inoltre, richiede tempi chiaramente più lunghi che al momento l’Europa non ha a disposizione. 

Il gas, quindi, arriverebbe in Italia dall’Egitto sotto forma di GNL con il trasporto via nave. L’utilizzo del GNL permette una maggiore diversificazione delle forniture, ma, al contempo, rende più costoso il prodotto. L’importazione del gas proveniente dall’Algeria, che avviene attraverso gasdotto, è notevolmente meno cara. Il gas che arriva dall’Egitto ha comunque un costo minore rispetto a quello che arriva dall’Africa centrale.

“I motivi per cui l’Italia si rivolge ai paesi del Nord Africa sono in primo luogo economici, esattamente come avvenuto con la Russia fino a pochi mesi fa” osserva ancora Matteo Colombo. 

La COP 27 a Sharm el-Sheikh

Il prossimo anno l’Egitto ospiterà a Sharm el-Sheikh la COP 27. In linea con tutti i paesi arabi, Il Cairo ha l’obiettivo di diversificare la propria produzione e punta a diventare un hub regionale per la produzione di rinnovabili.

Con una popolazione di oltre 100 milioni di abitanti (quasi un arabo su 4 è egiziano), l’Egitto ha bisogno di rendersi meno dipendente dal gas sul piano interno per poter aumentare l’esportazione, e puntare sulle rinnovabili ha senso anche in quest’ottica. 

L’Egitto è, infine, il maggiore importatore di grano al mondo e subirà gli effetti della crisi alimentare che il conflitto in Ucraina sta già causando a livello globale. Il Cairo importa il 62% del proprio fabbisogno dalla Russia e il 23% dall’Ucraina. Lo sbilanciamento delle importazioni in favore di Mosca, che è un solido partner per Al Sisi, rende meno grave la situazione, ma gran parte della popolazione dipende ancora oggi dalle forniture e dai sussidi dello stato. “I problemi, per il Cairo, si porranno nel medio e lungo periodo a causa dell’insostenibile modello economico che si porta avanti da decenni, con un settore privato inconsistente, problemi di equità e scarsa capacità di aumentare la produzione interna”, sostiene Matteo Colombo. 

Anche in un momento in cui si è obbligati a fare scelte improvvisate per tamponare una situazione di emergenza, l’Italia ha bisogno di recuperare un ruolo di forza nei confronti dell’Egitto. Il colosso nordafricano era e resterà un partner indispensabile nel Mediterraneo orientale, ma prendere atto del peso relativo che Il Cairo ricopre come player nel mercato dell’energia può aiutare l’Italia a riposizionarsi sul piano tattico e a trovare una volta per tutte giustizia per Giulio Regeni.