Negli ultimi giorni, le principali piazze finanziarie di Stati Uniti e Asia stanno vivendo un’ondata di volatilità legata all’espansione dell’intelligenza artificiale (AI) e alle sue ripercussioni su molteplici settori economici. La rapida perdita di valore dei titoli dei software e l’effetto domino su altre aziende tecnologiche hanno portato molti osservatori a tracciare paralleli con la crisi finanziaria del 2008.
Due studi: una previsione comune
Un recente rapporto di Andrea Pignataro, dal titolo “L’Apocalisse sbagliata”, sottolinea la velocità con cui le notizie sulle nuove applicazioni di Ai hanno determinato perdite per oltre 2mila miliardi di dollari di capitalizzazione nel solo settore del software. Secondo un ulteriore studio della Citrini Research, pubblicato il 23 febbraio, già nel 2028 il predominio dell’intelligenza artificiale potrebbe provocare un “declino dell’economia dei consumi, con conseguenze disastrose per l’occupazione”.
Il rapporto Citrini paventa una possibile “spirale deflazionistica” innescata da un’accelerazione nell’automazione, con una mancata risposta politica che rischia di aggravere la situazione. Secondo Alap Shah, autore del rapporto Citrini, “le capacità dell’intelligenza artificiale sono migliorate, le aziende hanno avuto bisogno di meno lavoratori, i licenziamenti dei colletti bianchi sono aumentati… si tratta di un circolo vizioso negativo senza un freno naturale”.
Il dilemma delle aziende: adottare l’AI o scomparire
L’analisi di Pignataro evidenzia una frattura tra la rapida evoluzione digitale spinta dall’AI e la lentezza con cui l’economia reale può adattarsi. Fermare l’adozione dell’AI, si legge nel rapporto, significherebbe per molte aziende uscire dal mercato, ma adottarla in massa accelera il rischio di essere sostituite dalla stessa tecnologia: “più aziende basate sul sapere adottano la Ai, più questa impara sino a poterle di fatto sostituire”. È quanto già osservato negli Stati Uniti, dove l’aumento della produttività legato all’AI ha portato a una diminuzione della domanda di nuovi lavoratori.
Scenari di crisi a breve termine
Secondo lo studio Citrini, nel 2028 la disoccupazione statunitense potrebbe salire al 10,2%, principalmente a causa dei licenziamenti dovuti all’adozione massiva dell’AI nei settori del software e della Gig economy. Questo scenario potrebbe essere aggravato dalla difficoltà nel pagamento dei mutui da parte dei lavoratori privi di salario e dal default sui prestiti dei fondi di private equity, fattori che “potrebbero provocare un’onda d’urto nei sistemi finanziari, facendo crollare le azioni statunitensi, bloccando i mercati del credito e l’economia in generale”.
La reazione dei mercati globali
Le preoccupazioni espresse dagli studi hanno avuto ripercussioni immediate sui mercati. Negli ultimi giorni, l’indice software statunitense è sceso del 24% dall’inizio dell’anno e oltre il 30% dai massimi di ottobre, mentre le società quotate a Wall Street hanno perso “2mila miliardi di dollari di capitalizzazione di Borsa“. Secondo Christopher Forbes di Cmc Markets, “l’intelligenza artificiale è reale… la divergenza è reale e la svendita (delle azioni delle imprese di software) è comprensibile, poiché l’intelligenza artificiale le costringerà a portare a zero la codifica del software”. Ne hanno invece beneficiato i titoli delle aziende asiatiche produttrici di chip e hardware: “da ottobre il titolo Tsmc è cresciuto del 30%, quello di Samsung Electronics è addirittura raddoppiato”.
Effetti e prospettive sul mercato indiano
L’effetto domino ha colpito anche il mercato indiano: l’indice Nse Nifty IT della Borsa di Mumbai ha perso il 4,7%, ai minimi da agosto 2023, mentre i grandi nomi del settore (Tata Consultancy Services, Infosys, Wipro) hanno segnato ribassi intorno al 3-4%. Secondo il report, il settore IT indiano rappresenta adesso il “mercato della paura dell’IA” in Asia, con una flessione del 21% a febbraio e 54 miliardi di dollari di capitalizzazione bruciata.
Una nuova crisi globale?
Il recente calo degli indici azionari e le previsioni degli esperti spingono a chiedersi se si sia di fronte a una crisi paragonabile a quella del 2008. Matt Shumer, CEO di Otherside AI, ha commentato che la “portata del potere dirompente dell’intelligenza artificiale” potrebbe essere “molto più grande della crisi del Covid del 2020“.Al momento non esistono risposte chiare sul lungo termine, ma lo squilibrio tra la velocità dell’innovazione e quella dell’adattamento delle istituzioni rimane uno degli aspetti centrali nel dibattito internazionale. Come ribadito dagli analisti, “non è chiaro se il futuro finirà come un romanzo di Vonnegut, ma il rischio non può essere escluso”.
