Mario Draghi, con la consueta chiarezza che lo contraddistingue, non lascia margini per illusioni: il sistema internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale è “defunto”. Lo dice senza giri di parole in occasione del conferimento della laurea honoris causa all’università di Ku Leuven. L’Unione europea, ricorda Draghi, nacque dalla convinzione che la pace e la prosperità si costruiscono solo sullo stato di diritto appoggiato a istituzioni credibili. Un pilastro che, finora, aveva funzionato – ben coperto dalla protezione americana e rafforzato dall’integrazione commerciale.
“Ha portato vantaggi reali e ampiamente condivisi – per gli Stati Uniti, con il privilegio della valuta di riserva mondiale; per l’Europa, con una stabilità inedita e una fitta rete di scambi; per i paesi in via di sviluppo, nel sollevare miliardi dalla povertà”. Ma la macchina si è inceppata quando la globalizzazione economica, complici l’ingresso della Cina nell’OMC e strategie mercantilistiche aggressive, ha deviato dal principio del vantaggio comparato: “Alcuni Stati hanno perseguito il vantaggio assoluto imponendo la deindustrializzazione ad altri, mentre i guadagni rimanenti sono stati distribuiti in modo ineguale“. Così, la tanto esaltata “interdipendenza” si è trasformata da fattore di controllo reciproco in un’arma, uno strumento di leva e pressione.
La vera minaccia non è la fine, ma il dopo
Draghi non si lascia tentare dalla nostalgia. Il problema, chiarisce con una sentenza lucida, è “ciò che sostituirà” il vecchio ordine. Uno scenario dove gli Stati Uniti sottolineano i costi sostenuti, impongono dazi verso l’Europa e – colpo di scena – guardano alla frammentazione europea come a un vantaggio strategico. Dall’altro lato, la Cina controlla i nodi chiave delle catene di approvvigionamento, “è disposta a sfruttare tale leva: inondando i mercati, trattenendo input critici, costringendo gli altri a sostenere il costo dei propri squilibri”. E in mezzo, un’Europa che rischia di “diventare subordinata, divisa e deindustrializzata, tutto in una volta”.
L’Europa tra subalternità e orgoglio
Qui arriva la stoccata ai governi comunitari: “Un’Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori”. Le catene di dipendenza sono dure a morire: energia, tecnologia, difesa ancora legate agli Usa; la transizione verde appesa alle terre rare cinesi (oltre il 90% delle importazioni Ue per questi materiali passa da Pechino). “Il passaggio da questo ordine a quello che verrà dopo non sarà facile per l’Europa. Ci attende un lungo periodo in cui le interdipendenze persisteranno anche se le rivalità si intensificheranno.”
Per Draghi, il potere attuale dell’Ue si gioca su un terreno ancora solido: “Nel 2023 l’Ue era il maggiore esportatore e importatore mondiale di beni e servizi, con importazioni dal resto del mondo per un totale di 3,6 trilioni di euro. È anche il principale partner commerciale di oltre 70 paesi”. E ancora: monopolio sull’alta litografia per chip avanzati, metà degli aerei commerciali mondiali prodotti in Europa, progettazione marittima globale. Ma – e qui arriva la lezione di realismo – “è sbagliato pensare agli accordi commerciali principalmente in termini di crescita: il loro scopo ora è strategico: rafforzare la nostra posizione e riallineare le nostre relazioni ora che commercio e sicurezza non coincidono più pienamente”.
Il dilemma della federazione: l’Europa può diventare potenza?
Dentro questa spirale difficile da spezzare, si pone la domanda delle domande: restare “semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiere i passi necessari per diventare una potenza?” La risposta di Draghi è chiarissima: serve passare “dalla confederazione alla federazione”. “Dove l’Europa si è federata – sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria – siamo rispettati come potenza e negoziamo come un soggetto unico. Lo vediamo oggi negli accordi commerciali di successo negoziati con l’India e con l’America Latina”. Se restiamo un blocco eterogeneo di piccoli Stati, “ciascuno vulnerabile all’essere eliminato uno per uno”, si sta solo “facendo la volata verso un’influenza irrilevante”.
“Agire insieme, per Draghi, non è solo strategia: è l’unico modo per scoprire un’unità che oggi sembra irraggiungibile. L’esempio è la crisi diplomatica sulla Groenlandia: “La decisione di resistere anziché accomodare ha richiesto all’Europa di compiere una vera valutazione strategica: mappare le nostre leve, individuare i nostri strumenti e riflettere sulle conseguenze dell’escalation”. Gli europei, uniti,a fronte della minaccia, “hanno riscoperto una solidarietà che prima sembrava irraggiungibile”; una determinazione che “ha trovato riscontro nell’opinione pubblica in un modo che nessun comunicato finale di un vertice avrebbe potuto ottenre” (altro errorino).
In questa fase di “federalismo pragmatico”, l’Europa deve compiere “i passi attualmente possibili, con i partner attualmente disponibili, nei settori in cui è possibile compiere progressi”. Con un obiettivo: “l’unità non precede l’azione; essa si forgia prendendo insieme decisioni importanti, attraverso l’esperienza condivisa e la solidarietà che esse creano, e scoprendo che siamo in grado di sopportarne le conseguenze”. Draghi lascia la domanda sospesa: vogliamo davvero, come continente, restare un perfetto capro espiatorio dei giochi tra Usa e Cina, o crediamo ancora che l’Europa possa avere, in un mercato globale, una torta tutta sua?
